Giornalismo sotto attacco in Italia

Repubblica, il veleno è nella coda

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La nobile penisola ellenica, dove arte e filosofia dell’occidente sono nate, non ha una storia particolarmente significativa nella Galassia Gutenberg.

Solo qualche anno fa, quando sulla scena del quotidiano progressive la Repubblica giravano Carlo Caracciolo ed Eugenio Scalfari (ma quanti nomi si potrebbero fare), sarebbe stato impensabile che il gioiello di famiglia del cosiddetto ceto medio riflessivo potesse parlare in greco. E non nello slang anglofilo che accompagna i buoni (pochi) e i cattivi (tantissimi) che si aggirano nel sistema mediale. Quel quotidiano accompagnò l’età dell’abbraccio tra il comunismo italiano plasmato da Enrico Berlinguer e un mondo imprenditoriale un po’ illuminato. Accanto al Corriere della sera formò una sorta di duopolio, capace di parlare alle diverse facce del capitalismo italiano.

Ora, senza fare una rassegna delle varie fasi, c’è da chiedersi perché il gruppo Gedi, ovvero la proprietà intestata ad Exor di John Elkann, si sia ridotto così. Attenzione, nulla contro la Grecia, ci mancherebbe. Tuttavia, qualcosa non si capisce davvero. Ha ben ragione il comitato di redazione ad esprimersi con durezza su una vicenda dai contorni inquietanti, chiusa con scarsa educazione nelle ore cruciali del referendum sui magistrati. Come per non dare troppo nell’occhio. Se pensiamo ai fondatori, risalta subito la differenza di stile, categoria delicata che – come il coraggio per don Abbondio – o si ha o non si ha. Elkann, del resto, sembra un Re Mida all’incontrario, se inseriamo tra i peccati pure la gestione della Juventus: la squadra di calcio – da molti odiata – fu la suppellettile privilegiata della famiglia Agnelli, da cui per li rami si è arrivati all’attuale stato delle cose.

Torniamo a Theodore Kyriakou, il patron di Antenna Group. Dei tre fratelli di una dinastia di armatori, la personalità interessata a costruire un impero crossmediale ha messo nel mirino innanzitutto le radio della compagine, interessanti e di successo: Radio Deejay, Capital e m2o. Anzi. Non è azzardato immaginare che il miele che ha attirato l’editore risieda proprio nella sempreverde radiofonia. La radio, vecchio sì ma pure nuovissimo mezzo, si presta ad interagire con un universo tutt’altro che ridotto del magnate, essendo le partecipazioni di quest’ultimo vaganti tra case di produzione, altre stazioni europee fino alle soglie delle Big Tech.

Però, come diceva con efficace sintesi Enrico Cuccia, per acquisire i quotidiani mutuati dall’era analogica servono i danè, per dirla alla milanese. E non è un aspetto secondario, visto che il problema essenziale in simili occasioni è la tutela del lavoro, vessato – tra l’altro – dall’assenza decennale del contratto.

Che accadrà, come si sono chiesti insieme al Cdr federazione della stampa e ordine dei giornalisti? Già ci sono state giornate di sciopero e si avvicinano quelle nazionali per il contratto. Ma serve una mobilitazione complessiva, perché la posta in gioco non è solo una testata, bensì il tragitto della transizione digitale. Che sia il 2030 o il 2032, l’ora X della conclusione della Galassia Gutenberg intesa come fenomeno di massa si avvicina.

Aggiungiamo la questione connessa de La Stampa, venduta al gruppo Sae (Sapere Aude Editori), che ha nel portafoglio vari giornali locali. Ecco, il quotidiano torinese, per anni espressione della Fiat ma proiettato sull’intera Italia, torna alla prima casella del gioco dell’oca.

Cosa succederà, dunque? Stiamo a vedere, senza attendere – però – l’evolversi del destino, che è meno cinico e meno baro di certi esseri in carne e ossa. Siamo, in verità, nei pressi di in crisi che rappresenta amaramente l’inizio della fine di un’epoca e di un modo di intendere i quotidiani cui l’economia politica ha voltato le spalle. Se dieci anni fa si vendevano sei milioni di quotidiani e adesso sì e no un milione, con le edicole che per oltre un terzo hanno chiuso i battenti, il tema va affrontato dalla via maestra. Serve un intervento straordinario di governo e parlamento, una sorta di Pnrr dell’editoria, pagato tassando le Big Tech. Sovranisti di tutto il mondo, unitevi.

(Pubblicato su Il Manifesto)


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