Diciotto anni sono il tempo che separa una minaccia dalla sua sentenza definitiva. Diciotto anni sono anche il tempo in cui un reato cresce, si stratifica, si sedimenta nella memoria pubblica fino a diventare, come ha osservato Roberto Saviano, “maggiorenne”. Ma ciò che interroga, oggi, non è soltanto la durata di questo percorso giudiziario, ma ciò che nel frattempo è rimasto immobile. La decisione della Corte di Cassazione, che rende definitive le condanne per le minacce pronunciate nel 2008 durante il processo Spartacus, chiude formalmente una vicenda che ha segnato in profondità il rapporto tra criminalità organizzata e libertà di stampa. Le parole lette in aula dall’avvocato Michele Santonastaso, per conto del boss Francesco Bidognetti, non erano ambigue, non erano interpretabili, non erano, soprattutto, opinioni. Erano minacce. E come tali sono state riconosciute. Accanto a Saviano, allora come oggi, c’era Rosaria Capacchione, cronista che ha pagato con la propria libertà personale la fedeltà ostinata al racconto dei territori controllati dalla camorra, sottraendo il racconto al monopolio della paura. Eppure, a distanza di diciotto anni, il dato più inquietante non è la conferma giudiziaria della natura intimidatoria di quelle parole, ma la permanenza delle condizioni che le hanno rese possibili. Saviano vive ancora sotto protezione, Capacchione ha conosciuto lo stesso destino, e la scorta, in Italia, continua a essere il prezzo della parola libera quando questa incide nei territori dove il potere non è soltanto economico, ma culturale e politico. In questi diciotto anni si è consumato anche un altro passaggio, tra i più evidenti e gravi, che eccede il piano giudiziario e investe quello politico, perché mentre Saviano resta sotto scorta per minacce mafiose, chi lo ha attaccato nel corso del tempo è giunto a ricoprire incarichi di governo, anche in ambiti sensibili come la giustizia, e questo dato acquista un peso ulteriore alla luce delle vicende che continuano ad affiorare, nelle quali interessi economici e relazioni riconducono ambienti politici in prossimità dei clan. Non si tratta di un dettaglio, ma di un mutamento che riguarda il clima pubblico, la qualità del discorso politico e il modo in cui la verità viene accolta o respinta. La sentenza della Cassazione, allora, non può essere letta come un punto di arrivo. È piuttosto una soglia, perché stabilisce un principio giuridico netto, riafferma che la minaccia mafiosa non può essere travestita da dialettica processuale e restituisce dignità a chi, in quell’aula, era stato esposto a un’intimidazione esplicita, ma non scioglie la contraddizione di fondo, quella di un Paese che riconosce formalmente il valore costituzionale della libertà di stampa e, allo stesso tempo, tollera che essa venga osteggiata proprio nei luoghi in cui dovrebbe essere garantita e difesa.
Diciotto anni dopo, la sentenza riconosce definitivamente la natura mafiosa di quelle minacce. Eppure la libertà resta ancora sotto tutela.
