Giornalismo sotto attacco in Italia

Moscufo, coperta l’effigie di Mussolini

0 0
A Moscufo l’effigie di Mussolini e il motto “Tireremo diritto” sono stati coperti con una mano di vernice bianca.
L’azione è stata rivendicata pubblicamente da Andrea D’Emilio, docente e attivista antifascista di Pescara, che ha spiegato di aver voluto cancellare quella che ha definito “un’inaccettabile apologia fascista” presente da decenni nello spazio pubblico del paese. Il gesto è stato compiuto nel giorno dell’anniversario dell’eccidio delle Fosse Ardeatine ed è stato dedicato alle vittime della dittatura. Si tratta, ed è bene chiarirlo, di un’azione compiuta apertamente e rivendicata senza ambiguità. Una presa di posizione pubblica che lo stesso D’Emilio ha motivato scrivendo di aver voluto coprire “l’effigie di Mussolini e il suo motto Tireremo diritto”, ritenuti una presenza incompatibile con lo spazio pubblico di una comunità democratica. È da qui che bisogna partire, dal fatto, che è chiaro e non aggirabile e che inevitabilmente apre una discussione destinata a dividere tra chi riterrà quell’intervento necessario e chi invece lo giudicherà arbitrario. Ma fermarsi a questo livello significa evitare il nodo vero della questione, perché quel muro non era neutro e non lo è mai stato e per anni ha esposto, senza alcuna contestualizzazione, il volto di un dittatore e uno dei motti del regime nello spazio pubblico di una Repubblica antifascista.
Si può discutere del metodo, ed è legittimo farlo, ma prima ancora è necessario interrogarsi sulla lunga tolleranza che ha reso possibile quella presenza. Non si trattava di un dettaglio marginale né di un relitto, ma di un segno rimasto lì a parlare da solo, senza che nessuno, istituzioni comprese, sentisse il dovere di intervenire o anche solo di spiegare il suo significato. Secondo alcune ricostruzioni storiche locali, inoltre, quell’effigie non risalirebbe nemmeno al periodo fascista ma sarebbe stata realizzata nel dopoguerra, intorno agli anni Cinquanta, configurandosi così non come una testimonianza del regime ma come una sua rielaborazione successiva. Una lettura sostenuta anche da studi e ricostruzioni giornalistiche, che hanno definito quell’immagine un “falso storico” capace di raccontare più la sopravvivenza del fascismo nel dopoguerra che il fascismo stesso.
È questa continuità silenziosa che oggi emerge con maggiore evidenza, perché quando lo spazio pubblico viene lasciato privo di responsabilità e di memoria, prima o poi qualcuno finisce per colmare quel vuoto.
Nel precedente intervento   su questa vicenda avevamo già posto una domanda che resta intatta: com’è possibile che simboli e linguaggi del fascismo continuino a occupare lo spazio pubblico senza una parola, senza una presa di posizione esplicita?
Oggi quella domanda si carica di un peso ulteriore, perché non si è trattato soltanto di lasciare intatto un segno del passato, ma di accettarne nel tempo la presenza come se fosse neutra, come se non richiedesse alcuna assunzione di responsabilità.
Il gesto di Moscufo, al di là di ogni valutazione sul piano giuridico o amministrativo, rompe proprio questa inerzia e lo fa in modo visibile, rendendo impossibile continuare a ignorare ciò che per anni è stato sotto gli occhi di tutti.
Non è il gesto a risolvere il problema, ma è il problema che spiega il gesto, ed è su questo che oggi dovrebbe concentrarsi la discussione pubblica. Resta ora una domanda che riguarda direttamente le istituzioni locali.
Cosa intende fare il Comune di Moscufo? Ripristinare quell’effigie, contestualizzarla oppure rimuoverla definitivamente? In altre parole, assumersi finalmente la responsabilità di dire cosa rappresenta quello spazio pubblico.
Perché una Repubblica che si definisce antifascista non può limitarsi a esserlo nei principi, ma deve esserlo anche nei luoghi che abitiamo ogni giorno e non può lasciare che siano i cittadini, da soli, a intervenire laddove per troppo tempo è mancata una scelta. Ed è forse questo il punto più difficile da evitare. Non esiste neutralità davanti al volto di un dittatore, così come non esiste equidistanza possibile quando si tratta di fascismo. Continuare a trattare questi segni come se fossero semplicemente parte del paesaggio significa, in fondo, accettarli, e accettarli significa lasciare aperto uno spazio che una democrazia antifascista non dovrebbe più concedere.

Iscriviti alla Newsletter di Articolo21

Articolo21
Panoramica privacy

Questo sito Web utilizza i cookie in modo che possiamo fornirti la migliore esperienza utente possibile. Le informazioni sui cookie sono memorizzate nel tuo browser ed eseguono funzioni come riconoscerti quando ritorni sul nostro sito Web e aiutare il nostro team a capire quali sezioni del sito Web trovi più interessanti e utili.

This website uses cookies so that we can provide you with the best user experience possible. Cookie information is stored in your browser and performs functions such as recognising you when you return to our website and helping our team to understand which sections of the website you find most interesting and useful.