Giornalismo sotto attacco in Italia

La Russa, le Fosse Ardeatine e quella memoria amputata

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Nel giorno in cui la Repubblica dovrebbe inchinarsi davanti a una delle sue ferite più atroci, la seconda carica dello Stato sceglie ancora una volta la strada dell’amputazione storica. Ignazio La Russa ricorda le Fosse Ardeatine come un “crimine nazista”, formula che presa da sola è insufficiente, reticente, politicamente rivelatrice, perché sottrae dal quadro la responsabilità fascista e prova a ridurre l’eccidio a una ferocia tedesca calata dall’alto, come se il fascismo italiano fosse stato un semplice spettatore della barbarie e non una delle strutture che la resero possibile. Oggi, nell’82° anniversario della strage, questa omissione pesa più delle parole pronunciate, perché quando a parlare è il presidente del Senato ogni parola detta e ogni parola taciuta diventano un atto pubblico di memoria oppure di rimozione.

Le Fosse Ardeatine furono il prodotto della macchina terroristica nazista, certo, ma furono anche il risultato di una collaborazione fascista che la storiografia, i luoghi della memoria e gli atti processuali hanno ricostruito da tempo. Non si tratta di uno sfondo ma di apparati, nomi, responsabilità precise dentro la macchina repressiva.

Il ruolo del questore di Roma Pietro Caruso, uomo del regime e collaboratore dell’occupazione, non appartiene alla polemica contemporanea ma alla storia documentata. Caruso partecipò alla costruzione della lista dei prigionieri da consegnare alla rappresaglia e dopo la Liberazione fu processato e condannato per le responsabilità dirette nell’organizzazione della strage. Quando si tace questo passaggio non si sta semplificando, si sta alterando il significato stesso dell’eccidio, perché si cancella la complicità fascista italiana dentro le stragi.

Per questo colpisce ancora di più che proprio la seconda carica dello Stato scelga di collocarsi dentro una memoria che separa il nazismo dal fascismo nel momento esatto in cui la storia li riconsegna uniti nella repressione, nelle delazioni, nelle carceri, nelle liste, nelle torture, negli apparati di polizia che consegnavano uomini ai carnefici.

Non è nemmeno la prima volta. Già su via Rasella Ignazio La Russa aveva offerto una lettura gravemente deformante della storia, arrivando a descrivere i militari tedeschi colpiti nell’attentato come una “banda musicale di semipensionati” e a definire quell’azione partigiana una pagina tutt’altro che nobile della Resistenza. Anche allora non si trattò di una semplice provocazione ma di una precisa postura politico-culturale, tesa a offuscare la natura dell’occupazione nazista, a ridimensionare il significato della lotta partigiana e a insinuare, sullo sfondo, una lettura attenuata delle responsabilità del nazifascismo. Il punto infatti non riguarda soltanto una omissione. Riguarda piuttosto una biografia politica precisa e una genealogia ideologica che nessuno può fingere di ignorare.

La biografia ufficiale del Senato ricorda che il padre Antonino La Russa fu tra i fondatori del MSI e senatore missino per vent’anni, mentre Treccani ricostruisce l’ascesa di Ignazio La Russa dentro il Movimento Sociale Italiano fin dagli anni Settanta. Stiamo parlando dunque di un dirigente cresciuto nella continuità della destra postfascista italiana, non di un osservatore neutrale prestato per caso alle istituzioni repubblicane. Ed è esattamente questa continuità a rendere politicamente grave l’omissione di oggi. A questo si aggiunge una storia familiare che pesa sul piano pubblico, perché qui non si tratta di colpe ereditarie ma di dati storici, come dimostra anche la storia familiare con il padre segretario del partito fascista a Paternò e lo zio Rosario La Russa podestà nominato dal regime nella stessa città. Sono elementi che spiegano perché, davanti a una ricorrenza come quella delle Fosse Ardeatine, il problema non possa essere archiviato come una semplice svista terminologica.

Quando una figura istituzionale proveniente da quella tradizione decide di nominare solo il nazismo e lascia sullo sfondo il fascismo, il silenzio diventa un gesto politico. Da anni infatti una parte della destra italiana lavora a una normalizzazione che passa anche dalla lingua con cui si racconta il Novecento. Si ricordano le vittime, si onora il dolore, si invoca la memoria condivisa, poi però si sottrae il nome del fascismo proprio dove quel nome dovrebbe comparire con maggiore nettezza. È una pedagogia dell’attenuazione che tenta di sciogliere il legame storico tra fascismo italiano e violenza di occupazione, tra Repubblica sociale e macchina repressiva, tra apparati dello Stato fascista e crimini commessi sotto l’occupazione nazista. Le Fosse Ardeatine continuano a dire l’opposto.

Continuano a dire che quella strage appartiene fino in fondo alla storia del nazifascismo italiano. Per questo le parole di La Russa sono gravi. Non perché offendano soltanto la memoria, ma perché incrinano il dovere costituzionale della memoria da parte di chi occupa uno dei vertici dello Stato nato dalla Resistenza. Le istituzioni repubblicane dovrebbero custodire la verità storica con precisione, specialmente nei giorni in cui la memoria civile si misura con il sangue dei martiri. Scegliere una formula che espelle il fascismo dal racconto delle Fosse Ardeatine significa offrire al paese una memoria mutilata, e una memoria mutilata è sempre una memoria pronta a diventare indulgenza.


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