La Lega prova a portare anche in Italia una torsione già sperimentata negli Stati Uniti di Donald Trump con una proposta del deputato Eugenio Zoffili che punta a far rientrare sotto la categoria del terrorismo gli “Antifa” e i gruppi “assimilabili”, ed è un passaggio grave perché trasforma in terrorismo ciò che la Costituzione riconosce come fondamento della nostra Repubblica, nata dalla lotta di Liberazione. La notizia è emersa nei giorni scorsi ma non nasce dal nulla, perché già a febbraio Zoffili aveva richiamato in Aula la decisione americana indicando apertamente la volontà di muoversi nella stessa direzione e oggi quella linea prende forma con l’ipotesi di introdurre nel codice penale una nuova fattispecie sui gruppi anarchici militanti, con pene pesanti sia per chi organizza sia per chi partecipa, dentro un’estensione della nozione di terrorismo che finisce per colpire qualcosa che terrorismo non è. Il riferimento al modello trumpiano viene ripreso in modo meccanico e si basa su un presupposto fragile, perché Antifa non è un’organizzazione strutturata, non ha una sede né una catena di comando ed è una definizione politica usata per indicare realtà diverse tra loro, e portare questo schema in Italia significa forzare categorie giuridiche e storiche che qui hanno un peso preciso perché l’antifascismo coincide con la nascita stessa della Repubblica e con il limite che la Costituzione pone alla possibilità che il fascismo torni sotto qualsiasi forma.
Questo passaggio si colloca in un contesto che non può essere ignorato, nel quale negli ultimi mesi esponenti della Lega, anche di governo, hanno mostrato una crescente disponibilità a intrecciare rapporti con ambienti dell’estrema destra, fino al tentativo, poi fermato dalle opposizioni, di portare alla Camera soggetti condannati e riconducibili a quell’area per una conferenza sulla cosiddetta “remigrazione”, un episodio che non è isolato ma indica una direzione politica precisa. Non è la prima volta che accade e proprio per questo il riferimento a Sandro Pertini non è un richiamo retorico ma una chiave di lettura, perché nel 1960, a Genova, di fronte al tentativo di riportare il neofascismo nello spazio pubblico, Pertini rifiutò l’idea che si dovessero cercare i sobillatori delle manifestazioni antifasciste e disse che non c’era bisogno di cercarli perché erano i fucilati del Turchino, della Benedicta, dell’Olivetta, cioè i morti della Resistenza, indicando con chiarezza che l’antifascismo coincide con la legittimità stessa della Repubblica. In quel discorso c’era anche un punto che oggi torna con forza, perché Pertini parlava degli errori, della generosità nei confronti degli avversari e soprattutto della rottura della solidarietà antifascista, spiegando che è in quei momenti che i fascisti tornano e trovano spazio, ed è esattamente ciò che accade quando si prova a spostare il terreno e a trattare l’antifascismo come un problema. Per questo questa proposta è grave, perché non si limita a essere discutibile ma prova a spostare un confine che la Costituzione ha già tracciato, intervenendo su uno dei suoi pilastri e aprendo uno spazio che nella storia di questo Paese ha già mostrato le sue conseguenze, e su questo non può esserci ambiguità.
