Giornalismo sotto attacco in Italia

Il precario sollievo della morte di un dittatore

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Umanamente, non è difficile comprendere perché molte persone, in Iran come altrove, possano aver provato sollievo profondo alla notizia della morte di Ali Khamenei. Il regime duro, persecutorio, antigenere e antidiritti. Forse non è neanche un gioire per la morte in sé, ma una reazione all’idea che, dopo decenni di repressione, arresti arbitrari, esecuzioni, controllo capillare della società, quel volto possa non essere più al vertice del potere. Per chi ha vissuto nella paura, per chi ha visto familiari incarcerati o costretti all’esilio, per chi ha visto la propria libertà ridotta a un margine invisibile, la caduta di un dittatore può sembrare un primo respiro. Questa reazione è umana, è la reazione di chi ha sofferto troppo a lungo. Eppure c’è una verità scomoda che non possiamo aggirare: Khamenei non è “caduto” per mano del suo popolo. Non è stato spazzato via da una rivoluzione interna, non è stato giudicato in un tribunale, non è stato deposto da un processo politico. È stato ucciso in un attacco militare condotto da Stati esteri. Questo non è un dettaglio, è il cuore della questione, perché quando un regime non viene trasformato dall’interno ma colpito dall’esterno, non si parla di liberazione, si parla di guerra e la guerra non è mai un atto neutro. L’attacco che ha portato alla morte di Khamenei solleva interrogativi gravi sul piano del diritto internazionale. La Carta delle Nazioni Unite, all’articolo 2(4), vieta l’uso della forza contro l’integrità territoriale o l’indipendenza politica di uno Stato. L’unica eccezione è la legittima difesa, prevista dall’articolo 51, in risposta a un attacco armato già in corso. La dottrina dell’attacco preventivo, basata su una minaccia percepita o futura, non è generalmente riconosciuta come giustificazione automatica dell’uso della forza.

Senza un mandato esplicito del Consiglio di Sicurezza, un’operazione militare su territorio sovrano resta, nella maggior parte delle interpretazioni giuridiche, una violazione del diritto internazionale. Sul fronte statunitense, lanciare una guerra deve avere il consenso del Congresso USA e non è questo il caso. Non sono cavilli, sono regole nate dopo milioni di morti, dopo le macerie del Novecento, per impedire che la politica tornasse a essere solo forza bruta. E allora il problema non è solo chi muore, è il metodo. Perché se la regola diventa: chi ha più armi decide, chi ha più potere colpisce, chi ha più alleati giustifica, allora siamo tornati alla giungla. Una giungla elegante, con comunicati stampa e conferenze, ma pur sempre giungla. La violenza alimenta violenza, ogni attacco genera una risposta, ogni risposta legittima un altro attacco, e in questo ciclo, le regole diventano opzionali, applicabili solo ai deboli. E qui nasce il paradosso più pericoloso: se le leggi internazionali non valgono quando a violarle è un attore potente, perché mai dovrebbero valere per chi potente non è? Se il diritto è selettivo, allora non è più diritto, è privilegio. Possiamo comprendere chi in Iran ha provato gioia, non ci vuole un genio, sono anni che i giovani iraniani chiedono libertà e una gestione dello stato diversa. Possiamo capire chi vede nella morte di un dittatore un simbolo di fine, ma non possiamo ignorare che questo gesto arriva da un altro potere che infrange le stesse regole che dice di difendere.

È proprio in questi momenti che noi altre nazioni che in teoria, difendono il diritto internazionale (avendo firmato accordi e convenzioni), dovremmo essere integerrimi nel rispetto delle leggi violate. Non si costruisce giustizia violando la legge. Non si esporta legalità bombardando un paese sovrano senza un mandato internazionale chiaro. Non si parla di ordine globale mentre si scavalcano le istituzioni che quell’ordine dovrebbero garantire. È una doppia ipocrisia: da una parte un regime autoritario che per decenni ha represso il dissenso; dall’altra un sistema internazionale che piega le regole quando non convengono. Il fine non giustifica e i mezzi, e il fine di Trump non è nemmeno quello che il presidente americano afferma quando parla agli iraniani. Qualcuno potrebbe dire che dovremmo avere leggi per impedire ai dittatori di stare al potere e così non avremmo bisogno di un Trump della situazione che ci liberi di Maduro o di Khamenei e siamo d’accordo, ma servirebbe una sorta di comitato che decide i criteri di base per governare. Maduro e Khamenei non sono gli unici dittatori, quelli che cadono, sono sempre quelli che non fanno più comodo in genere all’occidente che prima ci conviveva o ancora oggi, ci convive benissimo finché sono utili. Non ditemi che un bukele o i talebani, o la giunta del Myanmar siano più accettabili di Khamenei.

Trump può essere un santo per chi è stato liberato in questo momento, ma allora ci stanno bene anche quelli dell’Ice, gli spari sulle navi nei caraibi o i bombardamenti in Nigeria? La deportazione dei bambini immigrati? Le donne saudite non chiedono anche loro libertà? Le afghane non chiedono libertà? Certo, i diritti della gente sotto gli alleati valgono un po’ meno di quelli che non ci piacciono. Se fossi una palestinese, e la pensassi allo stesso modo, vorrei che Trump e Netanyahu, cadessero esattamente come i loro omologhi dipartiti. Ma chi lo fa? Russi? Cinesi? Cecchini solitari?

Semplicemente non si può gestire il mondo in questo modo. Gli strumenti, i meccanismi esistono, dalle Nazioni Unite, al tribunale internazionale, ma se abbiamo istituzioni talmente succubi all’America e Israele che pensano che il diritto internazionale valga “fino ad un certo punto, abbiamo”, già perso. I cattivi potenti prospereranno e i cattivi in disgrazia moriranno. Benvenuti nel far west.

E intanto, come sempre, se in guerra la prima vittima è la verità, la seconda sono i civili. Quanti civili siamo disposti a sacrificare per togliere in mezzo i cattivi? Gli israeliani ci hanno insegnato che neanche 70 mila sono abbastanza. Che neanche i bambini sono abbastanza.

Mi potreste ribattere che tanti sono morti anche protestando per le proprie libertà, quindi se si deve morire tanto vale farlo per liberarsi dei dittatori. Lecito, ma ci vuole un bel pelo sullo stomaco. Le narrazioni intanto dei cowboy degli armamenti si moltiplicano: autodifesa, deterrenza, minaccia esistenziale, sicurezza nazionale, ma sotto queste parole restano le persone. Le famiglie nei quartieri colpiti. I bambini che imparano il suono delle sirene. I civili che non hanno scelto né il regime che li governa né la guerra che li travolge. Sono loro il prezzo costante di questa giungla. Lo ripeto, possiamo comprendere il sollievo umano di chi spera in un cambiamento, ma non è un giorno felice. Non lo è quando la morte arriva per mano della violenza e non della giustizia. Non lo è quando un equilibrio, per quanto autoritario, viene spezzato senza sapere cosa nascerà dalle macerie. Non è la fine del regime, non è la nascita automatica di una democrazia, è l’apertura di una fase incerta, dove la forza sembra avere più voce del diritto. E la domanda che resta sospesa, più inquietante di tutte, è questa: se non valgono più le regole comuni, se chi può le ignora, allora perché dovremmo rispettarle noi o chiunque altro?

(da https://www.radiobullets.com/)


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