Giornalismo sotto attacco in Italia

Caselli: “No alla truffa del governo. È una riforma contro la magistratura”

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Lo scorso 30 ottobre è stato approvato il testo di riforma dell’ordinamento giudiziario. Il provvedimento entrerà in vigore solo dopo eventuale esito positivo del referendum confermativo, che si terrà il 22 e 23 marzo 2026. MicroMega ha dedicato e continuerà a dedicare al tema – cruciale per la tenuta della nostra architettura democratica – diversi approfondimenti, che troverete mano a mano raccolti qui.

“Lo sapeva che il caffè è diventato l’argomento principe nel dibattito sulla giustizia? È accaduto da quando l’avvocatura e una parte trasversale della politica hanno deciso di puntare tutto sulla separazione delle carriere fra pubblici ministeri e giudici”. L’ex procuratore antimafia Gian Carlo Caselli segue un suo ragionamento preciso. “A sostegno di questa opzione c’è il fatto che giudici e pm prendono il caffè insieme. Una metafora per indicare un rapporto di stretta colleganza fra loro, con conseguente appiattimento dei primi sui secondi e un grave squilibrio fra accusa e difesa”.

Il tema è sempre quello, l’ormai imminente referendum sulla giustizia. “Premesso che l’appiattimento dei giudici sull’impostazione dei pm è più che altro black-propaganda, non essendovi sostanziale riscontro nella realtà e premesso che per effetto di varie riforme si è realizzato – negli ultimi tempi – un notevole potenziamento del ruolo della difesa, va detto che scaricare sulla comunanza di carriera fra pm e giudici i risentimenti originati da un presunto assetto non equilibrato del processo significa eludere i nodi reali. Sono i meccanismi di concreto funzionamento del processo che incidono sulla parità tra accusa e difesa. In realtà, parlare di separazione delle carriere obbliga a fare i conti con un dato incontestabile e chi lo nega sbaglia”.

Vale a dire?

Ovunque nel mondo tale separazione comporta che il governo – di solito il guardasigilli – può dare ordini e direttive al pm: al limite persino su quali inchieste non approfondire e su quali invece sì; in tal caso entro quali limiti e nei confronti di quali soggetti e via disponendo. Ordini o direttive cui il pm – per legge – ha il dovere di ottemperare. Il problema allora si riduce a un semplice quesito: conviene questa dipendenza del pm dal potere esecutivo oppure è meglio il nostro sistema, dal momento che – malgrado tutti i suoi difetti – offre spazi alla reale indipendenza del pubblico ministero? Occorre inoltre considerare alcune specificità tutte italiane.

A quali si riferisce?

C’è la pretesa, da parte di molti politici nostrani, di potersi sottrarre alla giustizia comune in forza del consenso ricevuto, dal momento in cui le responsabilità politiche e morali sono divenute ferri vecchi da relegare in soffitta. Quindi la sistematica aggressione nei confronti di magistrati (di recente conio “pm come il cancro”, secondo slogan della destra) che si ostinano a voler applicare la legge in maniera uguale per tutti, compresi i ricchi e i potenti. Infine va considerato che l’indipendenza della magistratura non è un privilegio della casta dei magistrati, ma dei cittadini: l’unica loro speranza di poter davvero aspirare a una legge uguale per tutti. Un desiderio che la separazione delle carriere affosserebbe. Con essa si tende a un modello di magistrato le cui caratteristiche sono quelle del “conformista-burocrate”. Un modello finalizzato (specie quando si tratta di imputati “eccellenti” che vanno cercando impunità) alla sterilizzazione, se non proprio all’impedimento, del libero esercizio della giurisdizione. Una questione cruciale per l’equilibrio del sistema istituzionale. Presentare la separazione come una riforma della giustizia è una vera e propria truffa. Si tratta infatti di una riforma della magistratura, anzi contro la magistratura.

Ma quanto serve questa riforma agli elettori? Può incidere sui problemi reali della giustizia italiana a cominciare dalla lentezza cronica dei processi e dall’incertezza dei diritti e delle pene?

La riforma non potrà in alcun modo migliorare l’efficienza e l’efficacia della giustizia.  Non ne migliorerà la qualità. Non consentirà in alcun modo di intervenire sui tempi del processo penale e di quello civile. Non darà alcuna garanzia di giustizia in più ai cittadini “normali” (imputati e vittime), mentre tutti hanno diritto ad avere una sentenza giusta in tempi ragionevoli. E questa riforma non fa niente di niente perché ciò si possa realizzare.

I suoi sostenitori la presentano come necessaria per garantire maggiore imparzialità del giudice e un bilanciamento più equo tra accusa e difesa.

In effetti è più probabile che le cose si aggravino anche su questo versante. La separazione delle carriere avrebbe come conseguenza inevitabile che i pm diventerebbero un corpo autonomo, dotato di un proprio Consiglio superiore e perciò di un’autonomia ancora più marcata rispetto all’attuale situazione. Un gruppo ristretto e impermeabile, altamente specializzato, investito di un potere enorme: decidere chi indagare, quando farlo e con quali priorità, nel nome dell’obbligatorietà dell’azione penale. Una corporazione chiusa in sé stessa, sganciata dall’ambito della cultura della giurisdizione, di veri e propri “avvocati della polizia” (con in più il potere di dirigere la stessa polizia giudiziaria): portati inevitabilmente a ignorare sempre più i diritti di garanzia e a trasformarsi in un vero e proprio potere dello Stato.

Un potere così vasto, esercitato senza contrappesi efficaci, non può essere privo di controllo.

È qui che si profila lo sbocco quasi inevitabile: il pubblico ministero verrebbe progressivamente sottoposto all’esecutivo, quindi alla politica, secondo un antico progetto di marca spiccatamente reazionaria e autoritaria che ha avuto in Licio Gelli un sostenitore convinto. Se passasse la riforma Meloni-Nordio, l’assoggettamento del pm al potere esecutivo non sarebbe una scelta ideologica, ma avverrebbe piuttosto per una logica istituzionale. Un organo così potente, se isolato dal resto della magistratura, non può restare fuori controllo: prima o poi deve finire per essere ricondotto a una sorveglianza politica diretta. È uno scenario che molte democrazie conoscono bene e che la Costituzione italiana ha volutamente cercato di evitare mantenendo il pm all’interno del circuito della giurisdizione.

Come funziona all’estero?

Nei paesi in cui le carriere sono separate, il pubblico ministero è sempre – in forme più o meno marcate – sottoposto al potere esecutivo. Non esistono modelli di pm separato, totalmente indipendente e al tempo stesso privo di controlli e responsabilità verso un altro potere superiore. Un potere senza controllo non è compatibile con uno Stato di diritto e, prima o poi, qualcuno deve esercitare quel controllo. In assenza di un’autonoma legittimazione democratica, quel qualcuno non può che essere il governo.

Il pm soggetto al controllo dell’esecutivo?

Una conferma ce l’ha fornita lo stesso ministro Nordio, che candidamente ha affermato: “Mi stupisco che una persona intelligente come Elly Schlein non capisca che questa riforma gioverebbe anche a loro, nel momento in cui riuscissero ad andare al governo”.  E poiché qualcuno è arrivato a minacciare una denuncia penale per falso contro coloro che osano sostenere che il pericolo di sottoposizione è consequenziale alla separazione delle carriere, ne discende che il primo da denunciare sarebbe proprio il guardasigilli. Vale davvero la pena mettere in discussione l’indipendenza della magistratura – uno dei pilastri della nostra democrazia – in nome di una riforma che non promette alcun miglioramento concreto per gli italiani?

CREDITI FOTO: Gian Carlo Caselli alla presentazione della riforma per i reati agroalimentari a Expo, Milano, 27 luglio 2015. ANSA/DANIELE MASCOLO

Fonte: https://www.micromega.net/caselli-no-alla-truffa-del-governo-e-una-riforma-contro-la-magistratura

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