Quello di Josh Safdie è un film basato su quel principio tutto americano di conquista del successo personale, anche non legato all’arricchimento, che ha fatto di questo Paese il simbolo dell’individualismo più sfrenato. L’individuo per l’individuo, l’anarca che non può arrendersi neanche di fronte agli ostacoli che lo costringono a compiere azioni lontane dalla morale comune. Dunque, un personaggio negativo al centro di questo film? No per l’autore americano, che coinvolge, senza possibilità di tirarsene fuori, lo spettatore nell’adrenalinico viaggio alla conquista del successo del suo protagonista. Marty considera necessarie e lecite tutte quelle occasioni, anche le più indegne, che egli sfrutta per arrivare al suo obiettivo finale. La forma diventa contenuto, con il montaggio ed il ritmo del film tali da non far riflettere lo spettatore, catturato dentro quella logica della primazia che appartiene a tutti, alla natura umana. Infatti, il protagonista non assume mai la dimensione di un personaggio negativo, anzi come dentro un match di boxe picchia duro il mondo portando il tifoso-spettatore, che sarà ancora più “violento” del suo idolo, dalla sua parte. Per dirla con Bazin, il regista americano usa il montaggio in senso “criminale”, non lasciando spazio e tempo di analisi a chi guarda. Quella di Marty è una sfida da vincere non per sé stesso ma per lo spettatore, tirato dentro qualcosa cui non può sfuggire. Siamo agli antipodi della New Hollywood anni ‘70, che proponeva personaggi negativi, di cui sviscerava le ragioni comportamentali, ma che non per questo assolveva, nella consapevolezza che il singolo era il simbolo di una società malata. Safdie ribalta questo assunto, riversando nel suo personaggio i caratteri dell’uomo comune tout-court, non soltanto americano, universale, e per questo giustificando il suo Paese da ogni forma di “colpevolezza” strutturale. Insomma, Safdie esalta, attraverso le peculiarità dello “strumento” cinema, il lato individualista di ognuno di noi, facendone un modello valido per tutti. Indubbiamente, una novità assoluta nel panorama filmico statunitense, dove anche l’individualismo più sfrenato era sempre visto in funzione del trionfo della Nazione americana, vedi i film di Ford e Capra, che in apparenza così diversi, sotto questa bandiera ideologica ritrovavano una perfetta intesa. Come dire, per un Paese avviato all’inesorabile declino, e prossimo a cedere la sua primazia, ciò che rimane ancora intatto, valido per il mondo intero, è il principio “umano” della libertà assoluta, senza limiti né remore, che sarà il suo definitivo lascito “morale”. Una consolazione Yankee davvero non da poco…
