Le parole con le quali il Comitato per le procedure speciali che fa capo all’Alto Commissariato ONU per i rifugiati ha respinto la richiesta di dimissioni contro Francesca Albanese, sostenuta anche dal Governo italiano, è una pietra miliare nella lotta che ovunque nel Mondo viene portata avanti contro il dispotismo del potere ovvero contro la legittimazione dell’abuso di potere come regolatore sociale.
Il cuore della decisione del Comitato suona così: smettetela di prendervela con chi denuncia gli abusi del potere, concentratevi sugli abusi di potere e fate qualcosa per fermarli.
In questo concetto sta una idea fondamentale che regge tutto ciò che noi cittadini eredi della Costituzione repubblicana del 1948 consideriamo Stato di diritto e cioè che la Legge serve a tutelare i più deboli dalle pretese dei più forti e non a difendere l’impunità dei potenti dalla sacrosanta aspettativa di giustizia dei più deboli.
Questa idea a sua volta si basa sul principio rivoluzionario più odiato dalle destre nazionaliste ovunque nel Mondo ovvero l’uguale dignità di ogni essere umano, che conduce alla uguaglianza davanti alla Legge.
Nessuna idea è stata ed è più rivoluzionaria di questa. Nessuna è più offesa, contraddetta, distorta.
C’è l’attacco a questa idea nelle parole sprezzanti della Presidente Meloni contro i giudici che applicano la Legge e disattendono i desiderita del Governo, nelle parole contro i medici che firmano certificati che considerano l’essere umano malato meritevole di cura a prescindere, piuttosto che di deportazione, nelle parole del Ministro Nordio contro il Consiglio Superiore della Magistratura, definito organismo dominato da logiche para-mafiose. C’è questo attacco nella violenza dell’ICE a Minneapolis, nei morti senza nome che rotolano sulle spiagge italiane portati dalle correnti, nella repressione del dissenso, nella militarizzazione delle periferie delle nostre città, nelle minacce di morte contro attivisti e politici. C’è l’attacco a questa idea nella vera e propria persecuzione contro i giornalisti in Italia, secondo Reporters Sans Frontiéres nell’ultimo anno minacce ed intimidazioni sono aumentate del 78% (!) e sono 250 quelli sottoposti a tutela da parte delle Forze del’Ordine: querele intimidatorie, precarizzazione sistematica, concentrazione delle testate, conflitti tra interesse pubblico ed interessi privati, colonizzazione sistematica del Servizio Pubblico radiotelevisivo, paralisi delle Commissione di vigilanza RAI, abrogazione di fatto del Media Freedom Act dell’Unione Europea da parte del Governo italiano che lo sta ignorando da un anno a questa parte, sono tutti effetti di questo attacco, perché “là dove la stampa è libera il cittadino è sovrano” (cit.) e viceversa, naturalmente.
C’è infine l’attacco a questa idea nella sistematica mortificazione che troppo spesso subiscono in Italia i Testimoni di Giustizia, cioè quei cittadini per bene che decidono di denunciare il male che subiscono o che vedono accadere, in tutte le loro declinazioni. Da quella del “whistleblowing”, colui che “soffia nel fischietto” informando di illeciti commessi nella pubblica amministrazione, considerato evidentemente talmente imbarazzante per la cultura nazionale che in oltre dieci anni di dibattito non si è trovato un modo per chiamarli in italiano e si usa ancora per “pudore” il termine inglese, così da evitarci la vergogna di chiamarli come ci verrebbe: “sbirri”, “infami”, “spioni”, “buscetta”. Fino alla versione più “hard” dei Testimoni di Giustizia ovvero quei testimoni di accusa che in ragione delle denunce fatte e sostenute in dibattimento sono esposti ad un rischio tale per la propria incolumità, pericolo che si trascina dietro quello dei proprio cari, da essere sottoposti allo speciale programma di sicurezza, il più alto standard di protezione consentito dalla legge. Mortificati nella loro quotidianità e quasi indotti dallo Stato a maledire il giorno in cui hanno denunciato affidandosi alle Istituzioni, anziché girarsi dall’altra parte o accettare il compromesso preteso dai mafiosi.
Il gesto del Presidente Mattarella di presiedere ieri il CSM è stato potente, tanto quanto la decisione del Comitato dell’ONU sulla Albanese: a tutto c’è un limite, per tutti, anche per i più tracotanti e potenti, c’è un limite e questo limite è sinonimo di libertà.
La libertà per ciascuno e non per qualcuno, che è l’unica libertà che merita di diventare promessa politica, atto di resistenza civile.
