Giornalismo sotto attacco in Italia

Da tangentopoli al referendum sulla magistratura, la resa dei conti

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Neppure Silvio si era spinto a tanto: smembrare un caposaldo dello Stato democratico, la Magistratura, che rappresenta uno dei due pilastri su cui poggia la democrazia, al fine di avere le mani libere. E non hanno avuto remore nell’affermarlo. Il sottosegretario Delmastro ha, infatti, detto: “o si porta il PM sotto l’esecutivo, oppure gli si toglie il potere di impulso sulle indagini”. Lo ha confermato il vicepremier Tajani ipotizzando l’indipendenza delle forze di polizia dal pubblico ministero a cui vorrebbe sottratto il coordinamento delle indagini.  Un progetto ardito, che scardina la Costituzione in ben sette articoli, al fine di ottenere la separazione delle carriere dei magistrati, senza riformare la giustizia e soprattutto i suoi tempi biblici. Ma anche un progetto cruciale e tanto agognato se si considera che l’approvazione della riforma Nordio è avvenuta senza alcuna discussione parlamentare, quindi senza la possibilità di emendarla e ricorrendo a trucchi ed artifici come l’esclusione dal voto dei cittadini fuorisede, che rappresenta un diritto negato a circa 5 milioni di italiani considerati non in linea con i desiderata del governo.

La riforma, la cui attuazione necessita di una consultazione referendaria, di fatto, interessa un numero davvero esiguo di togati, lo 0,5% circa, cioè al massimo una trentina all’anno che già, per effetto della riforma Cartabia, possono cambiare ruolo, da una funzione all’altra una sola volta nella propria carriera.

I miei figli hanno chiesto più volte spiegazioni sul referendum che si terrà il 22 e 23 marzo, la primogenita con maggiore insistenza, poiché dovrà andare ad esprimere il proprio voto e perciò ho dovuto semplificare molto, ad una ragazza di 18 anni, quale fosse la materia e quale la posta in gioco.

Ho cominciato con un po’ di storia del nostro Paese, spiegandole che l’Italia ha vissuto un fantastico dopoguerra durante il quale il popolo si é rimboccato le maniche e, col sudore, ha ricostruito una nazione sconfitta da una dittatura scellerata, che l’aveva spinta in una folle guerra costata la vita ad oltre 400.000 persone.

Le ho raccontato che l’economia italiana aveva subìto una profonda trasformazione negli anni ’50, passando da un’economia agricola a potenza industriale e che durante il cosiddetto boom economico il Paese ebbe un PIL tra i più alti d’Europa.

Successivamente, negli anni ‘70 il rapporto debito/PIL iniziò a crescere, raggiungendo quasi il 57% nel 1980 fino all’attuale 137,9 %. Un rapporto non più sostenibile, visto che, di contro, il tasso di crescita della nostra economia (+0,5%) é ben al di sotto del tasso d’interesse del debito pubblico (2,97%).

Col passare degli anni la classe politica italiana venne inquinata da faccendieri, talvolta pregiudicati, che approfittarono del loro ruolo ai fini di vantaggi o arricchimenti personali. Non sempre la richiesta di tangenti, infatti, serviva per finanziare la politica, come volevano far credere.

La corruttela raggiunse tutti i livelli della pubblica amministrazione per cui qualsiasi spesa dello Stato raggiunse cifre non più sostenibili.

Un esempio i costi dell’alta velocità: 12 milioni al chilometro in Spagna rispetto i 28-70 dell’Italia a seconda della tratta e dell’orografia del territorio.

E se la tangente era “istituzionalizzata” in tutti i Paesi, non era normale che in Italia, ad ogni passaggio burocratico e per ogni firma, fosse necessario sborsare qualcosa.

Nel 1992 nacque così Tangentopoli, che, al di là delle diverse valutazioni, ebbe l’innegabile merito di togliere il coperchio ad un sistema marcio, che stava portando l’Italia verso la bancarotta, finanziando opere faraoniche quanto inutili e spesso mai terminate.

La magistratura impose un argine alla corruttela dilagante ponendo fine alla cosiddetta prima repubblica. Scomparvero i partiti politici più rappresentativi di quel tempo come la DC e il PSI. Il pool milanese di “mani pulite” fu osannato ed appoggiato dalla stragrande maggioranza degli italiani. Nel 1993 la magistratura richiese ed ottenne l’abolizione dell’autorizzazione a procedere nei confronti dei deputati e senatori sospettati di corruzione attraverso la legge costituzionale n.3 che modificò profondamente l’art. 68 della Costituzione. Da allora in poi i magistrati possono indagare e processare un parlamentare senza chiedere l’autorizzazione alle Camere, che resta però necessaria per gli atti che limitano la   libertà personale, come l’arresto, e per le perquisizioni e le intercettazioni.

Dopo la sberla giudiziaria subìta, alcuni superstiti, politici “di professione”, non persero tempo a riorganizzarsi e così si arrivò alla “ingegnerizzazione” delle mazzette: fatture per consulenze fittizie al posto delle valigie piene di soldi. Come dire che sulle tangenti pagavano anche le tasse!

Però, purtroppo, secondo il ministro della giustizia Carlo Nordio, ci sarebbero “mazzette e mazzette” ed ha definito una vergogna l’utilizzo di strumenti invasivi come il “trojan” per indagare su episodi di corruzione di entità minima, definiti appunto “modestissime mazzette”. Un concetto sorprendente che ricorda quello espresso dal vicepremier Tajani sul rispetto del diritto internazionale, valido “fino a un certo punto”.

Le finalità della riforma non sono tanto velate visto che lo stesso Nordio ha affermato che le modifiche costituzionali sarebbero servite oggi al centrodestra, ma domani anche al centrosinistra. Una norma conveniente, insomma, che garantirebbe una certa impunità alla classe politica. Di qualsiasi colore essa fosse.

Oggi, in piena campagna referendaria, è in atto, una lapalissiana resa dei conti tra politica e magistratura: infatti, il fine ultimo della prima è smantellare il potere giudiziario ed assoggettarlo a sé, per avere le mani libere, fino ad arrivare ad un gravissimo atto di censura nei confronti del video dello storico Alessandro Barbero in favore del NO.

Ne é esempio, anche, la recente riforma della Corte dei Conti che ha introdotto significative modifiche al sistema dei controlli della spesa pubblica ed alla responsabilità amministrativa dei funzionari dello Stato. L’attuale governo ha, di fatto, limitato la responsabilità per danno erariale al solo dolo, escluso la colpa lieve ed introdotto lo scudo erariale permanente per i funzionari che hanno sperperato danaro pubblico.

In pratica, la responsabilità per danno erariale è limitata al 30% del quantum accertato, con un tetto massimo di due annualità di retribuzione lorda del dipendente, mentre la colpa grave è circoscritta a violazioni manifeste delle norme.

Dal 22 gennaio 2026 la magistratura contabile avrà, così, meno strumenti di prima e chi svuoterà le casse dello Stato, cioè userà i nostri soldi, potrà farlo impunemente o, comunque, rischiando pochissimo. Come dire che il gioco vale la candela.

Ma l’azione del governo non finisce qui poiché, dopo aver eliminato l’abuso d’ufficio, un reato particolarmente odioso, specie per i giovani che credono nel merito, e che di fatto depenalizza i concorsi universitari truccati, era necessario rendere il resto della magistratura altrettanto innocua.  In che modo? Spaccandola nel cuore cioè colpendola nel CSM, il Consiglio Superiore della Magistratura, l’organo di autogoverno previsto dall’art. 104 della Costituzione, che garantisce la sua indipendenza ed autonomia dagli altri poteri dello Stato.

Secondo la nuova norma, oltre alla separazione delle carriere, il CSM viene diviso in due, uno per i giudici e l’altro per i PM; è introdotto un sorteggio per l’elezione dei componenti del CSM e viene creata una Alta Corte disciplinare. Quest’ultimo organo si occuperà dei procedimenti disciplinari nei confronti di pubblici ministeri e giudici, in questo caso non più separati, e sarà composto da quindici membri che percepiranno un lauto stipendio che potrà arrivare a 311.658 euro lordi l’anno a fronte di una o due sedute al mese.

L’introduzione del sorteggio, oltre che bizzarra in quanto basata sulla fortuna, contrasta la legittimazione democratica ed è palesemente dolosa, in quanto porterà ad un CSM privo di autorevolezza, rappresentatività e competenza: qualunque magistrato potrà essere estratto a sorte, dal giovane fresco di nomina all’anziano poco motivato. Alla quota laica del CSM, quella cioè politica, viene invece riservato un trattamento preferenziale: sorteggio sì, ma tra 50 membri selezionati dai partiti politici. Un sorteggio pilotato, farlocco insomma. Loro mettono volponi al servizio della politica, che si dovranno scontrare nelle decisioni, con magistrati spesso senza alcuna esperienza specifica.

Quella dell’estrazione a sorte è una vera follia per un organo di rilievo costituzionale, tant’è che non è contemplata in alcuna parte del mondo. Sarebbe impensabile, infatti, un tale sistema, per formare un semplice consiglio comunale, figuriamoci per un organo che gestisce i trasferimenti, le assegnazioni e le promozioni dei magistrati nonché, finora, anche  i procedimenti disciplinari a loro carico.

Questa pseudo-riforma della magistratura non affronterà, invece, al contrario di quanto ha affermato la Presidente del Consiglio, il problema reale: i tempi e l’efficienza della giustizia. Ed è lo stesso ministro Nordio a confermarlo. Infatti, non sono previste nuove assunzioni né aumenteranno le risorse per i tribunali.

La tesi governativa è che, separando le carriere, si eviterà che i magistrati requirenti e quelli giudicanti possano “accordarsi” tra loro nonostante che, nella pratica quotidiana, i dati dicano il contrario.  Secondo quelli più recenti, circa il 64% dei procedimenti che escono dalle Procure dopo la fine delle indagini preliminari non va in giudizio, ma viene archiviato. In generale, il 46% dei processi si conclude con una condanna, mentre il 54% con un’assoluzione. Dove sarebbe, quindi, con questi numeri, l’accordo? Un esempio famoso che smentisce palesemente questo ipotetico accordo tra PM e giudici è l’assoluzione di Matteo Salvini per il caso Open Arms, per il quale il PM aveva richiesto 6 anni di reclusione.

In realtà la riforma della magistratura che voteremo al referendum del 22 e 23 marzo avrà gravi conseguenze in tema di giustizia che culmineranno con l’impunità dei colletti bianchi e l’assoggettamento della magistratura alla politica. Un progetto ideato da Licio Gelli, venerabile maestro della loggia P2 nel suo “Piano di rinascita democratica”. Quello stesso Gelli condannato per bancarotta fraudolenta, depistaggio delle indagini sulla strage di Bologna, calunnia e diffamazione.

In conclusione, questa riforma non ridurrà i tempi dei processi, non darà certezza della pena, non aumenterà il personale nei tribunali e non ridurrà gli errori giudiziari. Al contrario, è palesemente inutile, poiché giudici e PM hanno già, di fatto, funzioni separate, grazie alla recente riforma Cartabbia. Inoltre, rappresenta un ingiustificato aumento dei costi in un momento particolare del Paese in cui sono necessarie nuove risorse in campo sanitario e previdenziale. Una riforma, insomma, che ha come principale obiettivo quello di indebolire la magistratura, anche denigrandola attraverso esempi fuorvianti come il caso Garlasco, la famiglia del bosco e il caso Tortora, per assoggettarla al potere politico: quel che avveniva durante il fascismo. L’ultimo e gravissimo affondo denigratorio è stato, ancora una volta quello del Ministro Carlo Nordio che ha paragonato il CSM ad un “verminaio” con “potere paramafioso”, un pericoloso attacco antidemocratico alla magistratura ed alle istituzioni, tanto più grave perché proveniente dal Ministro della Giustizia, per giunta ex magistrato. Tanto per capire quanto si può toccare il fondo in nome dei privilegi e del potere della politica.

 

*Deputato della XVl Legislatura. Già Presidente della Commissione Parlamentare sugli errori sanitari e sulle cause dei disavanzi regionali.


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