Dal 5 febbraio in sala il ritorno dietro la macchina da presa di Antonio Albanese con Lavoreremo da grandi, distribuito da PiperFilm. Non solo un ritorno alla regia, ma un tuffo in quel mix inconfondibile di satira pungente e malinconia pura che ha reso l’attore e regista lombardo un unicum nel panorama del nostro cinema contemporaneo.
Ambientata nella cornice sospesa e quasi onirica del Lago d’Orta, la storia si consuma nell’arco di una sola notte. I protagonisti si muovono come pesci fuor d’acqua in un acquario immobile, richiamando lo spirito più nobile del cinema di Carlo Mazzacurati: uno sguardo educato, silenzioso e profondamente umano verso i cosiddetti ‘perdenti di provincia’.
Il film si presenta come la radiografia di una generazione sconfitta. Qui gli adulti sono incastrati in un’adolescenza perenne, incapaci di assumersi responsabilità e rassegnati a fallimenti esistenziali vissuti senza reazioni muscolari, quasi cullati dalla placidità del lago dove tutto scorre senza mai fare onde. È proprio in questa stasi che Albanese compie la sua operazione più ‘rivoluzionaria’: costringe lo spettatore a guardare gli ultimi, quelli che esistono ma a cui nessuno fa caso, senza la fretta del cinema d’azione.
Al centro del racconto, una commedia corale che mescola sapientemente farsa e tragedia, troviamo i quattro cavalieri di sventura che, semplicemente, ‘non ce l’hanno fatta’: Umberto (Antonio Albanese): un musicista fallito, la cui vita è ossessionata dalla composizione di un improbabile testo dodecafonico, simbolo di un’intellettualità che non trova posto nel reale; Beppe (Giuseppe Battiston): un idraulico schiacciato dall’ombra di una madre ingombrante, incarnazione del peso delle radici che impediscono il volo; Gigi (Nicola Rignanese): il ritratto dello sfacelo più struggente. Diseredato, vaga costantemente alticcio con una parrucca bionda e un trucco vistoso — eredità grottesca di una zia che ha lasciato tutto alla Chiesa. Il suo travestimento non è militanza, ma una protesta muta e viscerale; Toni (Niccolò Ferrero): il figlio di Umberto, appena uscito dal carcere e già precocemente rassegnato a far parte di questo circolo di dignità ferite.
Il film gioca con la comicità del corpo e la battuta “vecchia maniera”, evitando la presunzione di dare lezioni antropologiche. Albanese preferisce l’ironia verso un mondo del lavoro che maschera la crisi dietro inutili anglicismi edulcoranti, denunciando l’ipocrisia di una società che esige performance costanti da chi non ha nemmeno le scarpe per correre.
Un film da vedere per l’incredibile umanità dei personaggi e per la capacità di raccontare una dignità che, seppur ammaccata, non si spezza mai. C’è un’eleganza rara nel modo in cui Albanese mette in scena il fallimento, trattandolo con la cura che si deve a un oggetto prezioso e fragile.
Di contro, non si può negare che la narrazione indugi talvolta nel ‘lezioso’ rallentando il ritmo e rendendo il film a tratti faticoso e ai limiti della staticità. È un film che richiede pazienza, la stessa che serve per guardare la nebbia che si alza dal lago.
Il finale, forse fin troppo solare rispetto alla cupa rassegnazione che lo precede, appare come una scelta consapevole del regista: regalare allo spettatore un raggio di speranza, un alibi per continuare a sognare di ‘diventare grandi’, un giorno. Magari domani.
