C’è un contraddittorio rapporto di odio-amore fra Stati Uniti ed Europa. Gli americani hanno un senso di superiorità (siamo più forti e più ricchi) e insieme uno di inferiorità (“loro” vivono meglio di noi, spendono meno per le armi, mangiano meglio, lavorano meno, hanno una migliore assistenza sanitaria, scuole e ospedali meno cari e la vita media è molto più lunga a Roma e a Parigi che a New York o Miami).
Trump impersona perfettamente questa dicotomia. Odia quella che ha definito “l’Europa degli scrocconi”, ma al tempo stesso vuole ricevere più di ogni altra cosa il premio europeo per eccellenza: il Nobel. Come Napoleone afferrò da solo la corona esclamando “Dio me l’ha data, guai a chi me la tocca”, il presidente americano minaccia il presidente norvegese: “Non mi avete dato il Nobel, perché dovrei occuparmi della pace?” (dimenticando che la giuria del Nobel è indipendente dal governo norvegese).
Così Davos, il vertice economico che da anni si svolge in Svizzera, è stato per anni snobbato da Trump come concentrato dei “poteri marci”, il passato polveroso e decadente di fronte alla “nuova frontiera” made in USA. E però il desiderio, il bisogno di essere “incoronato”, induce Trump a scendere in forza, con i suoi ministri, nella cittadina svizzera.
Trump ha annunciato in pompa magna la creazione del “Board of Peace”, il comitato internazionale per la difficile gestione della fragile tregua raggiunta in Palestina. Nella mente di Trump dovrebbe essere una specie di Congresso di Vienna: la restaurazione dell’ordine mondiale uscendo da quello che i trumpiani definiscono “ordine post-liberale”. Un ordine, beninteso, al cui vertice c’è lui (presidente a vita anche dopo l’uscita dalla Casa Bianca), un po’ di presidenti suoi amici: Putin, Milei, Erdogan, Netanyahu, Meloni, Bin Salman. Parenti e “famigli” (Kushner e Witkoff), una spruzzata di vecchia Europa (Starmer ma anche Blair) e Macron, odiato francese ma invidiato per il suo Arc de Triomphe, che Trump imiterà inaugurandolo in versione maxi il 4 luglio a Washington per la celebrazione dei 250 anni della Repubblica americana.
L’unico a rifiutare l’invito, agendo come ritorsione, ha minacciato dazi USA al 200 per cento sui vini francesi. In realtà l’obiettivo di Trump è creare un organismo internazionale che affronti non solo la crisi mediorientale ma tutte le crisi internazionali, spodestando così l’odiatissima ONU, da lui sempre detestata proprio perché emblema di quell’ordine liberale che lui vuole archiviare.
Gli impicci non sono pochi: Netanyahu è imbufalito per la prospettiva di vedere forze armate turche sul suolo palestinese e paesi come l’Egitto hanno ben poca voglia di mandare truppe ad affrontare Hamas, i guerriglieri contigui a quella Fratellanza musulmana che può sempre riaffacciarsi dall’interno dei paesi dell’area. Quisquilie per Trump, che d’altronde non è molto interessato a quel che accade ai suoi annunci per più di qualche ora.
Sull’aereo di ritorno da Davos, mentre giornalisti e diplomatici cominceranno a cercare di dare un senso al suo ultimo progetto magniloquente, vedrete che ne inventerà un’altra: un nuovo attacco all’Iran, o alla Colombia o a Panama. L’importante è apparire in TV e dare un’immagine dell’eterno vincente.
In realtà i sondaggi in patria per lui vanno male e non c’è successo in politica internazionale che riuscirà mai a convincere l’elettorato di metà novembre che, preoccupato per l’economia che non crolla ma non decolla, secondo tutti i sondaggi riconsegnerà il Congresso americano ai democratici, azzoppando la Casa Bianca.
Poco male. Trump pensa già di consolarsi con l’incasso della tariffa di ingresso permanente nel “Council for Peace”: un miliardo di dollari, da pagare in anticipo, magari su un conto offshore in Qatar, dove stanno già confluendo i milioni della prima vendita del petrolio venezuelano.
