Nessun giornalista internazionale entrerà a Gaza. Pertanto continuerà ad accadere quanto accade dal 7 ottobre 2023: avremo notizie dai giornalisti palestinesi presenti nella Striscia, dai video diffusi sui social e da quegli operatori umanitari che ancora operano nel territorio (finché sarà loro ‘consentito’ restare).
Leggiamo su Repubblica, infatti, che pochi giorni fa “il Ministro della Difesa Israel Katz ha anticipato alla Knesset che il divieto d’ingresso ai reporter stranieri resta in vigore: “Troppo pericoloso” entrare nella Striscia — dove in due anni e mezzo sono stati uccisi 260 giornalisti locali — sostiene Katz”.
Ma non avevamo dubbi in tal senso. Forse una pallida speranza.
Nonostante sia evidente che le motivazioni legate a questa decisione non siano dovute alla preoccupazione per la salute dei reporter che in questi due anni sono stati dei target, come spesso abbiamo denunciato e come si legge anche nel rapporto di RSF.
Scrive il Manifesto il 10 dicembre 2025: “Il report apre il capitolo su Gaza proprio così: «l’esercito israeliano è il peggior nemico dei giornalisti». Ed elenca le vittime degli ultimi anni di guerra nella Striscia. Secondo Rsf, i giornalisti uccisi dall’esercito israeliano dal 7 ottobre 2023 sono 220, 65 dei quali erano obiettivi specifici in virtù del proprio lavoro, e non per i danni collaterali del conflitto. Altre ong riportano dati maggiori: 270 uccisi. Nei 12 mesi che prende in esame il rapporto, da dicembre 2024 al dicembre 2025, l’esercito di Netanyahu ha ucciso 29 giornalisti palestinesi. Sono target specifici: «Non sono state vittime collaterali. Sono stati uccisi, presi di mira per il loro lavoro», sottolinea Thibaut Bruttin, il direttore generale di Rsf, nell’apertura del rapporto”.
Dati questi, come leggiamo sul Globalist a cui se ne aggiungono altri, quelli dei familiari dei giornalisti: “Secondo il Sindacato dei giornalisti palestinesi, dall’inizio della guerra israeliana a Gaza, nell’ottobre 2023, almeno 706 familiari di giornalisti palestinesi sono stati uccisi”…
Ma torniamo alla mancata apertura delle frontiere di Gaza ai giornalisti internazionali.
Il Fatto Quotidiano, il 3 gennaio, ci parla delle decine di giornalisti internazionali, operatori umanitari, attivisti, ricercatori, politici e fotografi bloccati negli ultimi mesi da Israele al valico di Allenby, al confine con la Giordania, o in altri punti di frontiera, impedendo loro di entrare nei Territori Palestinesi Occupati. “Pericolo per la sicurezza nazionale”, questa la motivazione addotta da chi nella classifica sulla libertà di stampa stilata dalla World Bank e da RSF si trova al 112esimo posto, dopo Haiti (noi sempre al 49esimo).
Una posizione conquistata con le unghie e con i denti e anche grazie al prolungamento della cosiddetta “legge Al Jazeera”. La Knesset ha infatti approvato a fine dicembre un emendamento che consente alle autorità di prorogare fino alla fine del 2027 il divieto di trasmissione ai media stranieri accusati di minare la sicurezza dello Stato.
Originariamente, la legge era limitata allo stato di emergenza dichiarato all’inizio della guerra. In base alla legge, che consente tali misure anche in assenza di stato di emergenza, se il primo ministro stabilisce che un organo di stampa straniero rappresenta una minaccia per la sicurezza dello Stato, il ministro delle comunicazioni può ordinare l’interruzione delle sue trasmissioni, previa approvazione del governo o di un comitato ministeriale. Secondo il testo del disegno di legge, il ministro è inoltre autorizzato a chiudere gli uffici dell’emittente, sequestrare le apparecchiature di trasmissione e bloccarne il sito web.
Notizie tutte queste preoccupanti che ci portano ancora una volta a domandarci: cosa possiamo fare? Una domanda a cui è sempre più difficile dare una risposta, soprattutto alla luce di quanto sta accadendo in Venezuela, in totale violazione del diritto internazionale.
