Ha ragione da vendere Avvenire quando parla di “oscuramento della pace”, come ha fatto Tommaso Greco sabato scorso chiamando in causa le responsabilità dell’informazione. Nessun diktat, nessun proclama governativo, nessun bavaglio imposto a forza. Piuttosto uno “spirito del tempo”, una diffusa evocazione di un presunto “realismo” che dovrebbe indurci a prendere atto di uno scenario in cui la guerra mondiale a pezzi denunciata da Papa Francesco si fa sempre più prossima e ineluttabile: ci si può differenziare solo sul quando, non sul se si verificherà. Giorno dopo giorno, la previsione si autoalimenta e consolida un clima nel quale diventa ovvio ritrovarsi a discutere di spese militari per centinaia di miliardi, di nuovi carrarmati, di “cupole dinamiche” che potranno difenderci da missili ipersonici e sciami di droni. Tutto in nome della pace, naturalmente, perché la pace – come ha detto la Presidente Meloni chiudendo Atreju – “non si costruisce con le canzoni di John Lennon ma con la deterrenza”. E così chi non è in linea col pensiero dominante viene ridotto a caricatura, figura teneramente romantica con la chitarra a tracolla e incapace di fare i conti con il duro presente. Un presente in cui è suadente “la cordiale competenza degli strateghi e degli esperti, che nei talk show disegnano gli scenari di guerra come il geometra la sua villetta”: con la guerra stiamo familiarizzando, nota Michele Serra.
Vale per l’informazione italiana in generale, vale anche per quella del servizio pubblico. Non sono davvero molti gli spazi Rai nei quali – senza bisogno di intonare Imagine – si approfondisca l’impatto che le spese militari in cantiere posso avere su altre voci della spesa pubblica, magari destinati agli interventi sociali; dove si analizzi il rischio che corre la sovranità nazionale quando si va a fare acquisti negli Stati Uniti; dove ci si chieda se le scelte che stiamo facendo rafforzino o no l’integrazione europea. Domande da buon giornalismo, domande da servizio pubblico: per porle non è necessario fasciarsi della bandiera arcobaleno. Sono questioni nodali, che peseranno parecchio sull’economia e sulla società italiane dei prossimi anni: meritano dunque attenzione e non sarcasmo. La capacità di evitare monologhi sulla questione cruciale pace-guerra è oggi uno dei terreni decisivi per giudicare “il ruolo del servizio pubblico affidato alla Rai, a garanzia del pluralismo”, che è stato richiamato così incisivamente dal Presidente Mattarella nel messaggio di fine d’anno.
Per questo sarebbe più che opportuno che arrivasse a compimento l’iniziativa che la Commissione Parlamentare di Vigilanza sulla Rai, su proposta della Presidente Floridia, aveva avviato ormai un anno e mezzo fa, rispondendo all’appello Diamo voce alla pace che era stato lanciato subito dopo l’invasione russa dell’Ucraina e poi alla campagna No Peace No Panel ideata dal giornalista Rai Max Brod. Iniziative che avevano trovato il consenso di Ordine dei Giornalisti, Fnsi, Usigrai, Cgil, Articolo 21, Comunità di Sant’Egidio, Fondazione PerugiAssisi, Rete italiana Pace e Disarmo, Rete No Bavaglio, GV Press e di varie altre sigle, oltre che di tanti altri giornalisti e giornaliste, Rai e non solo. La Commissione aveva messo a punto un atto di indirizzo che chiede “una rappresentazione paritaria ed equilibrata di tutte le opinioni ed i punti di vista in merito ai conflitti che stanno segnando drammaticamente il nostro tempo, evitando di alimentare polarizzazioni all’interno dei dibattiti e dei programmi” ed impegna il servizio pubblico “ad assicurare spazi adeguati ed un effettivo contraddittorio tra tutti i punti di vista, coinvolgendo non solo esperti o analisti geopolitici, ma anche associazioni pacifiste e diplomatici, in modo che i cittadini siano correttamente informati sui conflitti in corso e sulle diverse ipotesi di risoluzione degli stessi.” Non si chiede di trasmettere musica, ma parole: le parole di chi sugli scenari internazionali di guerra lavora con competenza e propone altre vie per superarli, per metterle a confronto con quelle più “realistiche”. Una pax condicio, si potrebbe chiamarla, sulla scia di quella par condicio che siamo abituati a conteggiare nel confronto tra le forze politiche.
La Commissione di Vigilanza, come è noto, è bloccata ormai da più di un anno sul nodo della Presidenza Rai. Ma ogni tanto maggioranza e opposizioni trovano l’accordo su qualche provvedimento urgente che non può rimanere nei cassetti di San Macuto. Si può sperare che anche una questione così cruciale veda le forze politiche recuperare un momento di unità nel chiedere alla Rai che pace e guerra vengano trattate nel modo più completo?
*Roberto Natale è consigliere di amministrazione Rai
(da Avvenire)
