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Festa e catastrofe: Crans-Montana come paradigma delle fragilità sociali della tarda modernità

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La tragedia avvenuta nel night club Le Constellation di Crans-Montana, consumatasi nel volgere di pochi secondi durante una notte di festa, si impone all’attenzione pubblica non solo come evento luttuoso di eccezionale gravità, ma come epifenomeno di dinamiche sociali profonde, inscritte nel tessuto stesso della modernità avanzata. Ridurre l’accaduto a una concatenazione di errori tecnici o a una fatalità imprevedibile significherebbe eludere il compito critico che le scienze sociali assegnano al pensiero: interrogare il nesso tra struttura sociale, cultura del rischio e forme contemporanee della socialità.

Il locale notturno rappresenta, nella società contemporanea, uno spazio liminale: sospeso tra regola e trasgressione, tra ordine normativo e licenza rituale. In esso si concentrano pratiche simboliche che hanno la funzione di rinsaldare appartenenze generazionali e identità collettive. Come osservava Émile Durkheim, i momenti di effervescenza collettiva svolgono una funzione coesiva, permettendo alla società di “celebrarsi” e riconoscersi come tale (Les formes élémentaires de la vie religieuse, 1912) e lo spazio dello svago si fa vero e proprio dispositivo sociale.

Nel caso di Crans-Montana, tale effervescenza si è però trasformata in anomia, ovvero in una frattura tra norme formalmente esistenti e pratiche effettive. Il gesto celebrativo — l’uso di scintille e fuochi freddi — assume una valenza simbolica potente, ma si inscrive in un contesto strutturalmente inadatto a sostenerlo. Qui si manifesta quello che Pierre Bourdieu definirebbe uno scarto tra habitus e campo: le disposizioni degli attori sociali (alla spettacolarizzazione, all’intensificazione dell’esperienza) non trovano un campo regolato capace di contenerle senza produrre esiti distruttivi (Le sens pratique, 1980).

Ulrich Beck ha descritto la modernità avanzata come una società del rischio, in cui i pericoli non derivano più da eventi naturali, bensì da decisioni umane, tecnologiche e organizzative (Risikogesellschaft, 1986). La tragedia di Crans-Montana si colloca pienamente in questo paradigma: non è il fuoco in sé a costituire l’evento eccezionale, ma il contesto sociale che lo rende letale: la modernità, il gusto del rischio e un’irresponsabilità che si è fatta sistemica.

Il rischio, in questo senso, non è democraticamente distribuito. Giovani, lavoratori stagionali, turisti: soggetti che occupano posizioni differenti nella struttura sociale si ritrovano esposti a un medesimo pericolo senza aver contribuito in modo simmetrico alla sua produzione. Beck parla di “irresponsabilità organizzata”: una situazione in cui la responsabilità si dissolve lungo catene decisionali frammentate, rendendo difficile individuare un soggetto chiaramente imputabile.

 

Nel giro di poche ore, la tragedia ha oltrepassato i confini locali per inscriversi nello spazio globale dell’informazione. Questo processo di mediatizzazione trasforma il dolore in evento pubblico, sottoposto a narrazioni, immagini, rituali digitali di cordoglio. Jürgen Habermas ha mostrato come la sfera pubblica moderna sia un luogo di costruzione discorsiva del senso (Strukturwandel der Öffentlichkeit, 1962): in essa, anche il lutto diventa oggetto di interpretazione, contestazione e richiesta di accountability. Tuttavia, come avverte Zygmunt Bauman, la modernità liquida tende a consumare rapidamente anche le tragedie, sostituendo la profondità dell’elaborazione con la velocità dell’emozione (Liquid Modernity, 2000). Il rischio è che il cordoglio collettivo si esaurisca senza produrre trasformazioni strutturali, lasciando intatte le condizioni che hanno reso possibile la catastrofe.

Non mancano implicazioni giuridiche e responsabilità istituzionali: sul piano giuridico, eventi come quello di Crans-Montana sollevano interrogativi cruciali sul rapporto tra norma formale e applicazione sostanziale. Max Weber ricordava che la razionalità legale moderna si fonda su regole impersonali e prevedibili (Wirtschaft und Gesellschaft, 1922). Tuttavia, quando tali regole non vengono interiorizzate come ethos condiviso, esse rischiano di rimanere mere prescrizioni astratte.

La questione centrale non riguarda solo l’eventuale colpa individuale, ma la responsabilità istituzionale: controlli, concessioni, vigilanza, cultura della prevenzione. In assenza di una visione sistemica della sicurezza, il diritto interviene ex post, quando la funzione preventiva ha già fallito.

Che ruolo svolgono quindi trauma, memoria e ricostruzione sociale? Dal punto di vista psicosociale, la tragedia produce un trauma che eccede la somma dei traumi individuali. Jeffrey C. Alexander parla di cultural trauma quando una collettività percepisce un evento come una ferita alla propria identità condivisa: le comunità colpite — famiglie, coetanei, lavoratori del settore — sono chiamate a un lungo processo di rielaborazione simbolica. La memoria dell’evento diventa allora un terreno di conflitto: ricordare per prevenire o dimenticare per continuare. La sociologia critica insiste sulla necessità di una memoria attiva, capace di tradursi in apprendimento collettivo e riforma delle pratiche.

Sarebbe importante se la sicurezza in ogni ambito fosse allora, finalmente, percepita come valore sociale.  La tragedia di Crans-Montana interroga il cuore della nostra convivenza sociale e rivela come la ricerca di intensità emotiva, tipica delle culture giovanili e del consumo esperienziale, si scontri con strutture organizzative inadeguate e con una sottovalutazione sistemica del rischio.

Riconoscere la sicurezza non come limite alla libertà, ma come condizione della sua possibilità, rappresenta una sfida culturale prima ancora che tecnica e solo attraverso una rinnovata alleanza tra responsabilità individuale, regolazione istituzionale e coscienza collettiva sarà possibile evitare che la festa — uno dei momenti più alti della vita sociale — continui a trasformarsi, ciclicamente e tragicamente, in lutto.


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