Vahid Mobasseri, Mariam Afshari, Ebrahim Azizi, Hadis Pakbaten.
Panahi giunge con questa opera alla classicità, intesa come sommatoria di tutto il suo cinema, cui aggiunge uno sguardo sempre nuovo e attuale. La capacità del regista iraniano di mettere in scena dramma e commedia, proprio come uno Shakespeare del XXI secolo, nasce dall’esigenza di raccontare in pieno il significato stesso dell’esistenza umana, capace di convivere con una scontata, e persino farsesca, quotidianità, che si muove all’interno di eventi gravi ed esiziali, che comprendono anche la banalità del male. Panahi parte da un semplice incidente d’auto per arrivare a toccare temi quali la vendetta, il perdono, il rapporto con la memoria, la necessità di non farsi fagocitare dal presente, la morale del rispetto per sè stessi e per la vita, vista dentro un contesto che non appartiene solo al singolo, ma al rapporto di questi con gli altri suoi simili. La vicenda di Vahid, meccanico torturato dal regime perchè oppositore (evidente alter ego del cineasta iraniano), si intreccia con quella di Eghbal, un padre di famiglia che una notte gli chiederà aiuto dopo essere rimasto in panne con la sua auto, con moglie incinta e figlioletta al seguito, e che, in seguito, si rivelerà essere il suo ex aguzzino.
A condividere il sentimento di vendetta di Vahid saranno i suoi ex compagni di prigionia Shiva, Amid e Golrokh. Panahi punta la sua prodigiosa cinepresa sui volti di tutti i suoi protagonisti con primi piani a tuttotondo, topos della sua estetica, che diventano strumenti di indagine emotiva incessante e necessaria, capaci di inseguire una verità sempre più difficile da cogliere ma mano che il racconto si dipana nella sua “semplice” complessità. Il desiderio di giustizia-vendetta si scontra con l’umanità di chi ha combattuto per la libertà, ma anche con la volontà di non vuole dimenticare chi in questa lotta ha perso la vita. Gli ambienti ristretti, come in tutti i precedenti film del regista iraniano, sono una metafora di quella gabbia mentale a cui la realtà ci costringe, e dalla quale non è facile fuggire finchè non si è elaborata una verità ultima, che è tutta interiore ad ognuno di noi. L’essere immerso in un mondo talvolta così fragile ed ordinario, per non dire ridicolo, rispetto alla tragicità degli eventi narrati, aiuta lo spettatore ad entare nell’ottica smarrita di questi uomini alla ricerca di qualcosa di assoluto che li sollevi dalla loro spaventosa esperienza di sopravvissuti alle violenze del proprio Stato. Ne deriva la messinscena di una confusione mentale che diventa la protagonista assoluta, fino al suo disvelarsi come premessa di una ragione stringente. Panahi si sprofonda dentro questa apparente discrasia, uscendone soltanto dall’alto del suo privilegio autoriale, fatto di un vissuto personale che non può fare altro che invitarci, con grande sofferenza, ad un perdono non generico o vagamente umanitario ma ragionato, figlio della consapevolezza di chi sa che comportarsi come gli aguzzini significherebbe dargli ragione, annullare la propria umanità e procedere verso il disastro assoluto. Per questo, il finale va “vissuto” fino in fondo, perchè alcuni passi avanti o indietro (ascoltateli bene!) non possono fare la differenza rispetto a ciò che abbiamo ritenuto giusto fare di noi stessi…
