Giornalismo sotto attacco in Italia

“La vostra presenza è un pericolo per le vostre vite” – di Samar Yazbek

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Samar Yezbek, è un’ intellettuale siriana nata nel 1970, laureata in  letteratura araba, impegnata nel sostegno dei diritti umani e dei diritti delle donne, è scrittrice e sceneggiatrice. Per il suo impegno è stata costretta a fuggire dalla Siria e a rifugiarsi in Francia, dove risiede insieme alla figlia. Oltre a  libri di narrativa ha scritto Fuoco incrociato, Passaggi in Siria e Diciannove donne, in cui  rispettivamente  ha raccontato la rivoluzione siriana, ha raccolto testimonianze del conflitto di quel Paese e le  storie di donne, per lo più provenienti dalla classe media, che hanno dovuto lasciare la Siria per sfuggire alla persecuzione e alla morte. In La vostra presenza è un pericolo per le vostre vite. Voci da Gaza, Sellerio 2025, raccoglie le testimonianze di ventisette persone di età compresa tra i  tredici e i sessantacinque anni, sopravvissute alla tragedia di Gaza. Si tratta di ragazzi, uomini, donne in maggioranza, originari della Striscia di Gaza e, tranne due che ancora vi si trovano, gli altri hanno trovato rifugio nel complesso di al – Thumama, un quartiere di Doha in Qatar, in cui alloggiano oltre duemilacinquecento sopravvissuti al genocidio, che hanno subito gravi ferite e molti anche terribili amputazioni.  Hanno diversa estrazione sociale e per lo più sono persone istruite. La domanda di partenza sottesa a ogni racconto è che cosa ricordano del 7 ottobre, ma poi l’autrice ha lasciato la possibilità a ognuno di raccontare la propria storia liberamente. Le donne in genere fanno racconti più ampi e dettagliati, i bambini, riferisce la scrittrice, sono i più disponibili a testimoniare, ma facilmente restano impigliati nei loro silenzi. I racconti si sovrappongono in alcuni particolari, rivelando ancor più il valore di testimonianza. Gli intervistati si presentano come pacifici civili, estranei alla politica e a Hamas, su cui non si pronunciano, tuttavia tutti ribadiscono come gli attacchi che hanno subito da parte degli israeliani non avevano a che fare con la lotta ad Hamas, ma con la determinazione a compiere un genocidio.  Quando sono iniziati i bombardamenti israeliani la maggior parte ha deciso di rimanere nelle proprie case, spesso si sono riuniti anche con genitori, fratelli, sorelle e le loro famiglie, decisi a vivere o a morire tutti insieme, cosa che per molti non si è realizzata perché i bombardamenti hanno sterminato in un colpo solo famiglie di trenta, cinquanta persone e qualcuno è rimasto unico superstite.   Altri dicono che erano abituati alle guerre e pensavano che le ostilità si fermassero dopo breve tempo, ma tutti affermano di  aver assistito a qualcosa che non si era verificato mai: questa è stata un’altra cosa, affermano, è stato un genocidio deliberato contro anziani, donne, bambini e civili inermi. Descrivono armi terribili, non solo i missili e i “barili bomba”, ma le “cinture di fuoco”,  cascate incessanti  di missili che radono al suolo vaste aree. Ma ciò che più li atterriva erano le nuove armi come  gli aerei telecomandati, i droni, che tutti chiamano “calabroni”,  che li inseguivano fin dentro le case, uccidendoli se solo stavano davanti alla finestra. E gli “assassini automatici volanti”, i “ quadricotteri”, chiamati così perché hanno quattro eliche e che non solo sparano, ma sono in grado di fare riprese video, di impartire ordini e sono dotati di tecniche  di riconoscimento facciale. I quadricotteri non solo  li inseguivano nelle loro case, ma  accompagnavano le colonne di profughi sospesi a mezz’aria sopra le loro teste costringendoli a fuggire. Come dice la scrittrice: “La guerra non è più una guerra così come la conosciamo; è una pratica governata da software post-umani, dove i fini sono separati dai mezzi e dalla capacità fisica di combattere. Sono gli algoritmi a decidere chi deve vivere e chi deve morire, Non c’è spazio per il concetto umano di “nemico”. I palestinesi sono diventati semplicemente “ dati indesiderati”. A questo rischio di disumanizzazione a cui porta la guerra e la tecnologia ad essa applicata  Samar Yazbeck risponde  con l’ascolto e l’empatia per quelle persone mutilate nei corpi e negli affetti, credendo nella forza della parola e del racconto per ricomporre in parte la perdita e non perdere i propri sentimenti e la propria umanità.  I racconti sono tutti toccanti ne ricordiamo solo qualcuno  particolarmente significativo.

Khaledbu Samra, 30 anni Ospedale al Shifa, medico cardiologo racconta dettagliatamrnte l’assedio, l’irruzione dei soldati  e l’evacuazione dell’ospedale principale della Striscia; il suo racconta trova corrispondenza con quelli di altri testimoni che lì hanno soggiornato come pazienti.

Durante il conflitto  le donne non si sono impegnate solo per assistere la propria famiglia, ma alcune si sono prodigate insieme agli uomini per dare soccorso ai feriti, come Hoda Sufyan Said al Bagdadi, 33 anni con diploma magistrale e  studentessa di ingegneria edile o Ezra’ Mohanna, 33 anni. Quest’ultima viveva col marito e tre figli a al Zahra, una tranquilla città del cento della Striscia, dalla quale deve tuttavia fuggire. E’ infermiera, ma non ha mai esercitato. Racconta che, nonostante le difficoltà, durante la guerra si era instaurato fra la gente un clima di solidarietà e lei e la sua famiglia si dedicavano ad aiutare gli altri. Fuggivano dai bombardamenti, ma Ezra’ e i suoi fratelli tornavano  poi con grande rischio per estrarre i corpi di chi era rimasto fra le macerie, cosa molto pericolosa perché  gli israeliani colpivano sistematicamente chi prestava soccorso. “La paura mi accompagnava – dice – ma sono andata avanti. La forza d’animo viene ad alcune persone e non ad altre, e questo non ha niente a che fare con il coraggio o la codardia; è una cosa che non si può spiegare. Non era facile”. Dichiara inoltre di essere grata alla forza divina  di averle dato la capacità di affrontare tante difficoltà. Generalmente gli intervistati mostrano forte resilienza nonostante le gravi perdite, ma la sofferenza segna profondamente i più giovani, come Abdallah Yusef Aakila di 13 anni, di al – Shati a nord di Gaza, il quale dichiara “A Gaza non ci sono bambini, cresciamo prima del tempo. Ho visto tutto il dolore e ora so esattamente cos’è l’inferno”.

Nur Ashur, 20 anni, di Jabalia, studentessa di giurisprudenza, prossima alle nozze, il 7 ottobre stava preparando la nuova casa con il fidanzato, medico ad Al – Shifa. Fin dall’inizio della guerra comincia a stare vicino alla  finestra per scattare foto e fare filmati. Vive tutta l’odissea degli spostamenti da una casa all’altra per sfuggire ai bombardamenti, ma la sua famiglia è fortunata perché riesce più volte a scappare prima che la casa in cui si trovano venga bombardata. E’ traumatizzata dalle molte morti intorno a sé,  vuole testimoniare delle persone morte e ne elenca i nomi.  È’ stata presto colta da un senso di colpa per essere sfuggita più volte alla morte e per questo ha deciso di cominciare a scrivere le storie delle persone intorno a lei. Quando si è trovata ad essere sfollata al Sud, dove la situazione è leggermente migliore, ha pubblicato su Twittwer una sua storia e ha avuto molte interazioni. Continua a scrivere degli aspetti più trascurati della vita quotidiana e in particolare dei disagi dei bambini e delle ragazze, perché il mondo non dimentichi.

Samar Yazbek riporta che in genere se viene chiesto alle donne della vita privata e se hanno subito  violenze tendono  a chiudersi, probabilmente per la censura sociale  e lo stigma che colpisce le donne quando parlano dei loro corpi e della loro intimità. Hanno però raccontato di molestie e violenze subite da altre, ma l’autrice ha scelto di non includere i racconti che non avesse sentito direttamente dalle interessate.  Tra le varie testimonianze una sola è anonima, quella di una donna di 34 anni che si  segnala con l’iniziale S. e racconta una storia molto triste. Del 7 ottobre S. ricorda solo un punto di luce, quello di un piccolo spiraglio tra le macerie che le ha permesso di resistere per venti ore, dopo di che le macerie sono crollate ed è stata salvata. L’altro ricordo che l’assilla è quello della madre che, sopravvissuta al bombardamento,  chiamava i nomi  dei figli maschi, mentre camminava tra le macerie per ritrovarli, ma S. non ha mai sentito chiamare il suo nome e quello delle sue sorelle. Il marito, le tre figlie e tutti i fratelli con le loro famiglie sono morti nel bombardamento. Si era sposata a  diciassette anni; il suo è il caso di una donna sottomessa a una famiglia tradizionale, che solo dopo anni di perorazioni le aveva concesso di finire gli studi., ma non di lavorare: si era laureata in Lettere e voleva fare la giornalista. Quando è rimasta sotto il bombardamento era incinta al quarto mese, l’avevano costretta a questa gravidanza per dare un maschio al marito dopo tre femmine. Il feto è morto subito. Per ora vuole dimenticare tutto, non chiederà mai alla madre se davvero non l’abbia mai chiamata dopo il bombardamento, ma dice  che un giorno, quando lei sarà morta, scriverà tutta la storia.

L’autrice si chiede come si possa rendere giustizia a tutte queste persone la cui vita è segnata dalla perdita e dalla mancanza, nei fatti e a parole. Ha raccolto queste testimonianze per far rivivere i loro ricordi e il loro dolore nella speranza che non si ripeta e cercando di fare della storia di ogni singolo, la loro storia, ma anche la storia di tutti noi.


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