Non sono molti a ricordarlo ma per Piero Calamandrei, uno dei padri della nostra Repubblica, la Costituzione è la casa di tutti. Sosteneva che non appartiene mai alla maggioranza politica del momento. Celebre una sua considerazione: quando l’Assemblea legifera in materia costituzionale “i banchi del governo dovranno rimanere vuoti”. Non spetta insomma all’esecutivo cambiare le regole che ci rendono una comunità.
Negli ultimi decenni in Italia si è fatto esattamente l’opposto. Accade ora anche per la cosiddetta Riforma della Giustizia. Il relativo disegno di legge è stato approvato dal Consiglio dei ministri il 29 maggio 2024 su proposta della Presidente Meloni e del Ministro Nordio. Poi è stato ratificato dal Parlamento a tamburo battente, di fatto senza dibattito, con piccole modifiche solo in prima lettura.
Risultano in questo comprovato “contesto storico” grottesche le superficiali interpretazioni di chi afferma che il Referendum che si terrà nei prossimi mesi sarà una scelta sulla separazione delle carriere dei magistrati. È invece un voto su un’iniziativa del governo in carica che vuole cambiare un punto vitale della Costituzione del 1948. Un appuntamento elettorale che segnerà l’evoluzione della politica italiana dal 2026 in avanti.
E qual è il merito vero? Si tratta della divisione dei poteri. Nello “Spirito delle Leggi” (1748) Montesquieu spiega benissimo perché potere esecutivo, legislativo e giudiziario devono essere autonomi e distinti. In epoca successiva tutte le democrazie hanno funzionato solo se c’era qualcuno a controllare l’operato dei governanti, a tutelare i cittadini da abusi e soprusi.
Nell’Italia dell’ultimo ventennio siamo andati nella direzione contraria. Basta vedere come sono state approvate le ultime leggi finanziarie. Si governa a botte di voti di fiducia, si discute pochissimo, il bicameralismo è stato totalmente esautorato. Ci sta bene tutto questo? Di fatto l’informazione non ne parla perché sedotta dall’ideologia della governabilità. Il paese sarebbe come un’azienda, “chi lo guida deve poter operare senza lacci e lacciuoli”, si dice. Poi qualcuno il giorno dopo scopre che parte degli italiani è attratta dalla prospettiva dell’uomo o della donna forti. C’è da stupirsi? Non era quanto si voleva?
Svuotato di fatto il legislativo, a svolgere una fondamentale funzione di controllo restano gli organi del potere giudiziario. Devono continuare a farlo? Oppure dobbiamo andare verso un “premierato” che decide tutto da solo, una moderna autocrazia, dove non si va in galera se si dissente verbalmente, ma di fatto si conta poco o nulla? Dove chi manifesta nelle piazze è a rischio repressione? La posta in gioco è questa.
Due parole ora su come si è arrivati al Referendum. Si voterà comunque perché, non essendoci stata la maggioranza dei due terzi alle Camere, hanno chiesto di andare alle urne i parlamentari. L’hanno fatto quelli di opposizione e la cosa ha una logica comprensibile ma anche quelli della maggioranza. Questo è un passaggio da cogliere: perché lo hanno deciso? Cercano una ratifica popolare al loro operato, un plebiscito per compiere ulteriori passi, è evidente.
Per questa ragione ha un grande rilievo civile la decisione di un gruppo di cittadini di raccogliere le firme per chiedere anch’essi la consultazione. Un modo per dire: siamo noi popolo italiano la vera parte in causa, per questo alziamo la voce, vogliamo intervenire, esercitare un diritto costituzionale. Una iniziativa che già nella prima settimana ha registrato un incredibile numero di adesioni, oltre 160mila. E’ una notizia? La domanda dovrebbe essere retorica ma i “media dominanti” (telegiornali, trasmissioni varie, giornali storici più influenti, col seguito dei loro opinionisti) non hanno fornito finora alcuna informazione su questa raccolta segnando ancora una volta la loro distanza da quanto accade “dal basso” nel paese. Sembra che condividano tutti la visione della signora Thatcher: “la società non esiste” e comunque non conta nulla. Era già accaduto con le mobilitazioni a sostegno della pace e contro il genocidio a Gaza e col Referendum sul lavoro dello scorso giugno. All’epoca non ne parlarono fino all’ultima settimana per evitare il “rischio” che crescesse la partecipazione. Va notato comunque che, malgrado il sistematico boicottaggio, il 30% degli italiani allora è andato alle urne, oltre 14 milioni di persone. Stavolta il trucchetto del silenzio per far fallire la consultazione non può funzionare perché non c’è il quorum da raggiungere. Tutto dipenderà da chi sarà capace di mobilitare\coinvolgere il proprio elettorato. Le domande di fondo che ispirano la scelta sono: chi è che ha la concreta possibilità di conquistare i “pieni poteri”, i magistrati o la “casta al governo” che vuole comandare senza bastoni fra le ruote? Chi è che si sta muovendo in base a un progetto politico autocratico sulle orme di Orban e soprattutto del “faro” Trump?
Resta l’ultima considerazione sull’informazione che non c’è. Dare tutte le notizie, far capire i contesti, inquadrare le vicende sono dei doveri incontrovertibili di chi sarebbe per professione chiamato a informare. Questo noi dobbiamo ricordarlo sempre. Si auto-condanna alla irrilevanza il giornalismo che lo dimentica o per avversione nei confronti del popolo o per sudditanza verso il potere (quello vero). Per questo ricordiamo anche qui che per “chiedere dal basso” il referendum si può firmare fino al 30 gennaio.
