“Quel massacro che sembrava la fine di tutto era soltanto l’inizio”. Una storia sulla scrittura e sul potere della parola.
E’ in libreria dall’ 11 novembre l’ultimo romanzo di Donato Carrisi, un maestro indiscusso del thriller italiano: “La bugia dell’orchidea” (pp.400 – €23,00), edito da Longanesi Editore.
Trattasi di un metaromanzo, in cui la storia si “autoriferisce”, riflette sul suo processo di creazione e sulla sua stessa struttura narrativa. Uno strumento che diventa particolarmente potente nelle mani di Carrisi, il quale lo utilizza come mezzo di inganno per il lettore: esiste la verità? Quale è il rapporto tra bugia e verità?
Il romanzo, il primo del genere, “politico”, di Carrisi è anche una profonda riflessione sui temi della verità, dell’inganno e della manipolazione narrativa.
Per la prima volta Carrisi ricorre ad un Alter ego: Victoria Anthon, che scopriamo essere la “vera” scrittrice del romanzo, dal titolo: “La Labia sericea”, almeno a prestar fede a ciò che scopriamo togliendo la sovraccoperta del libro.
Lo spunto narrativo del romanzo è un fatto di cronaca, di sangue, come ce ne sono tanti al giorno d’oggi.
“Le vicende narrate nel libro sono realmente accadute e coprono tre distinti periodi, distanziati di un decennio. L’estate del 2005, la fine dell’inverno del 2015 e poi il 2025, l’anno in cui ne sto scrivendo”, ci ricorda nel prologo Victoria Anthon.
Il racconto si apre con una scena inquietante: in un casale rosso e isolato, in campagna, vengono ritrovati i corpi di una donna e dei suoi tre bambini uccisi in maniera efferata. Il responsabile della strage è l’unico sopravvissuto, il marito e il padre dei bambini, il capofamiglia, reo confesso, che giace sulla soglia del casale con ancora i palmi delle mani callosi imbrattati di sangue, quello delle vittime che ha sgozzato.
L’evidenza è lampante. I fatti non possono essere andati diversamente da come si presentano ai carabinieri sopraggiunti. Tutto sembra concordare: ogni indizio punta in un’unica direzione, offrendo al lettore una verità lampante, il pluriomicida è lui, Lorenzo C., marito e padre devoto.
“Ma quel massacro che sembrava la fine di tutto è invece soltanto l’inizio della storia”, e la verità che viene presentata al lettore è, in realtà, solo l’inizio di un gioco molto più grande e contorto che si sviluppa come un vero e proprio romanzo-trappola che ne mette in discussione la percezione.
Lo stesso titolo è una metafora, quella dell’orchidea, e fa riferimento alla sua capacità di mimetizzarsi per sopravvivere, che è anche la chiave interpretativa del romanzo: fino a che punto la nostra vita, la nostra famiglia, ma anche la società stessa si reggono su finzioni studiate e necessarie?
Una narrazione che costringe il lettore a interrogarsi su ciò che è vero e ciò che è falso, rendendolo, al contempo, custode inconsapevole di un segreto.
Dunque, un thriller che “gioca” con la percezione del lettore, con le sue convinzioni immediate che sono destinate a continui ripensamenti.
Un romanzo in cui tutto può essere messo in discussione, può essere riscritto: i personaggi, ma anche la storia stessa. Insomma, un inganno narrativo in cui il lettore è costretto a riflettere su ciò che per lui è verità o finzione, e a dubitare delle sue convinzioni.
Un racconto in cui contenuto e forma si fondono. In cui il lettore è destinato ad essere parte attiva dell’indagine, ma anche succube della struttura del racconto e proverà sulla propria pelle la frustrazione del non sapere a cosa credere. Insomma, una trappola di specchi, tanto cara a Carrisi.
Ma il romanzo è anche una riflessione sulla natura della verità stessa e su quanto sia facile crearla, distorcerla o nasconderla.
D’altronde, “nel mondo dei social, dei podcast, dell’IA, ciò che interessa veramente non è la verità ma la novità. È la storia che viene dopo quella che prevale (i fatti di Garlasco docent!). È la menzogna quella che si tende a seguire, sebbene si aspiri alla verità”.
Dunque, quella raccontata è una storia falsa, scritta da una scrittrice falsa. Ma essa, in realtà, è il racconto di un’emozione, un’emozione che lascia una profonda sensazione di inquietudine nel lettore, ed è proprio questo l’intento dell’Autore (o dell’Autrice). Ma, in fin dei conti, cosa importa sapere chi l’ha scritto.
“I libri sono l’ultimo strumento di libertà che ci rimane” ha dichiarato Carrisi in una intervista.
Buona lettura!
