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Ministri virtuali e corruzione reale: l’Albania tra innovazione e irresponsabilità

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Il primo ministro albanese Edi Rama ha presentato al mondo una novità destinata a far discutere: una ministra dell’intelligenza artificiale, interamente creata in forma virtuale, incaricata — almeno nominalmente — di guidare la lotta contro la corruzione. Un atto che, a prima vista, può sembrare innovativo e all’avanguardia. Ma che, a uno sguardo più attento, solleva interrogativi gravi e legittimi sulla tenuta democratica, istituzionale e legale di un paese che da anni affronta sfide profonde in materia di trasparenza e buon governo.

Una ministra senza base legale

Qual è il fondamento costituzionale di una nomina simile? È legittimo giurare un incarico ministeriale per una “entità” che non è né persona fisica né giuridica? Chi controlla, supervisiona o risponde delle sue azioni? A queste domande, il governo albanese non ha ancora fornito risposte convincenti. E il silenzio, in questi casi, è tutt’altro che neutro.

I padri dell’innovazione mettono in guardia

Non è la prima volta che la tecnologia viene presentata come panacea per problemi strutturali. Ma già nel secolo scorso, Norbert Wiener, padre della cibernetica, ammoniva: “La nostra epoca è quella in cui l’informazione è diventata più importante del potere. Ma questo non ci autorizza a sostituire l’etica con l’efficienza.”

Allo stesso modo, Joseph Weizenbaum, uno dei pionieri dell’intelligenza artificiale, ricordava: “Il fatto che qualcosa possa essere fatto con un computer non significa che debba essere fatto.”

Implementare un’intelligenza artificiale all’interno di un governo, senza norme chiare, controllo umano, responsabilità e trasparenza, non è progresso, ma un rischio.

Una scelta che evita, più che affronta, il problema

L’Albania, secondo numerosi rapporti internazionali (Transparency International, Freedom House, ecc.), resta tra i paesi europei con i più alti livelli di percezione della corruzione. Invece di rafforzare le istituzioni esistenti, formare magistrati e ispettori indipendenti, garantire la libertà di stampa e l’accesso alle informazioni pubbliche, si sceglie di delegare un compito tanto delicato a un software.

Una mossa che appare più come una manovra comunicativa per l’estero, piuttosto che una risposta concreta per i cittadini. Una vetrina digitale per placare osservatori internazionali, senza affrontare il cuore del problema: l’impunità e l’assenza di volontà politica.

Chi programma il potere?

Un altro nodo cruciale è la mancanza totale di trasparenza su chi sviluppa e gestisce questa IA. Qual è il team tecnico? Quali sono gli algoritmi utilizzati? I dati su cui si basa sono accessibili, verificabili, neutrali? Qual è il costo di questa operazione per lo Stato e, di conseguenza, per i cittadini albanesi?

Dietro la retorica del progresso si cela una realtà molto meno brillante: una governance algoritmica opaca, che non risponde a nessuno, ma può potenzialmente influenzare decisioni politiche e pubbliche.

Una democrazia ha bisogno di responsabilità, non di avatar

In una democrazia, le cariche pubbliche devono essere occupate da individui responsabili davanti alla legge e al popolo. Una ministra virtuale, per quanto sofisticata, non può provare empatia, non può essere interrogata, non può assumersi responsabilità penale o politica. E soprattutto, non può votare, né essere votata.

La sua esistenza rappresenta un precedente pericoloso: l’idea che il potere possa essere delegato a una macchina, per evitare la fatica della responsabilità umana.

Innovare è necessario ma non ogni innovazione è buona per definizione. La tecnologia, in particolare l’intelligenza artificiale, è uno strumento potente, che può aiutare nella lotta contro il crimine e la corruzione — ma solo se usata all’interno di un quadro normativo chiaro, controllato, democratico.

Nel caso albanese, sembra invece che la ministra virtuale sia un diversivo, utile per deviare l’attenzione pubblica, piuttosto che un passo concreto verso la giustizia.

Se il futuro della politica è digitale, deve esserlo con coscienza, trasparenza e rispetto per i cittadini. Altrimenti, rischiamo di creare non una democrazia più efficiente, ma una tecnocrazia irresponsabile.

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