“Restiamo umani”. Oggi è più che mai attuale l’appello di Vittorio Arrigoni ucciso a Gaza 13 anni fa…

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Mi arrivò all’alba tramite sms la notizia dell’uccisione di Vittorio Arrigoni, ritrovato in una casa abbandonata a Gaza City poco dopo il rapimento per mano di un gruppo salafita. Negli anni novanta Vittorio aveva partecipato alle attività del movimento di solidarietà per l’ex-Jugoslavia, come me e altre migliaia di persone. Era volontario dell’International Solidarity Movement, arrivato a Gaza nell’agosto del 2009 con le navi del Free Gaza Movement assieme ad altre 40 persone provenienti da 17 Paesi diversi.

La dura notizia della morte di Vittorio ha sconvolto anche lo staff di IBO Italia, l’Ong italiana grazie alla quale, poco più che ventenne, Vittorio aveva partecipato a campi di volontariato in Croazia e Romania, come dichiarato dall’organizzazione: “Con IBO, Vittorio aveva mosso i primi passi nel mondo del volontariato e della solidarietà internazionale, che lo hanno portato poi a diventare un attivista per la causa palestinese, iniziando da metà degli anni ’90 dai campi di volontariato alla Casona Cassana per poi partire durante gli anni successivi per Croazia, Ucraina, Austria, Belgio, Polonia, Romania e Guatemala”. L’Ong racconta che negli anni successivi, nonostante fosse impegnato con altre organizzazioni, Arrigoni aveva continuato a sostenere per alcuni anni il progetto di sostegno a distanza in India, come socio di IBO.

Un impegno dunque, quello di Vittorio, nato prima “in casa”. Tra le mura de “La Casona” una casa colonica del ferrarese, che rinasce grazie all’opera di ristrutturazione con campi di lavoro estivi e che nel giro di poco tempo diventa sede di molte associazioni di volontariato e punto di ritrovo per diverse iniziative di tipo sociale. Un impegno proseguito partecipando a campi di lavoro sulle ceneri del conflitto in Croazia e Bosnia Erzegovina, che dal 1992 in poi ha visto migliaia di volontari impegnati in attività di solidarietà.

‘Restiamo umani – Vik da Gaza’ era la firma di Vittorio, 34 anni, sul suo blog dove riportava con minuziosità il diario della sua presenza in Palestina. Perché aveva capito quanto fosse importante raccontare, da dentro il conflitto ma con occhio quanto più possibile lucido e distaccato da esso.

Un bisogno che avevano sentito negli anni novanta molti dei volontari con i quali ho percorso un pezzo di strada dell’impegno in ex-Jugoslavia. Per la necessità di riflettere e capire, trasformare l’idea del conflitto in conoscenza delle concause e delle conseguenze. Per cercare poi di soppesare e migliorare l’intervento di solidarietà.

Alcuni avevano capito essere urgente raccontare, per mantenere viva l’attenzione dell’opinione pubblica. Per tentare di rompere l’idea pregiudiziale sul conflitto avvenuto e andare oltre al bianco-nero della dicotomia vittima-carnefice. Una necessità anche molto privata: per lottare contro il senso di impotenza che a volte si provava nel nostro impegno, oltre che per superare il senso di smarrimento di fronte a storie, fatti, eventi, più grandi di noi. E trovare un contenitore collettivo al pensiero e all’azione.

Il 2011 è il ventennale dell’inizio del conflitto in ex-Jugoslavia. Il 2011 vede l’inizio della crisi mediterranea e dell’intervento armato nell’area. In questo iato esistono vent’anni di esperienze maturate dal movimento della pace, della solidarietà e dell’attivismo nonviolento. Un’esperienza di cui si deve riparlare, non solo  alla morte di Vittorio. Anche per rispondere alle parole di Agostino Zanotti (ndr: sopravvissuto all’eccidio dei tre volontari, Fabio, Guido e Sergio, uccisi in in Bosnia nel 1993 mentre erano impegnati in una azione di solidarietà con la popolazione civile) scritte in un articolo nei giorni dell’attacco all’imbarcazione turca Mavi Marmara:

L’ultima parola che Fabio disse prima che a parlare fossero i colpi secchi e mortali dei Kalashnikov fu: <<Perché?” Perché uccidere, perché la guerra, perché l’ingiustizia, perché non c’è rispetto per le vittime?>>.”

Ciao, Vittorio.


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