Quel grido nel silenzio

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Il Don Carlo di Verdi è molte cose. E’ anche la sfida al potere di un tiranno. Del resto il grande compositore di Roncole aveva nel suo stesso cognome l’ideale di libertà. Lo sapevano i patrioti risorgimentali che lo gridavano forte: viva Verdi, viva cioè Vittorio Emanuele Re d’Italia. L’aspirazione ad un paese libero dall’invasore e finalmente unito.

Quel grido al termine dell’esecuzione dell’inno nazionale nel teatro tanto amato da Verdi, ci ha riportato ad un tempo in cui l’arte e gli artisti erano soprattutto espressione di libertà. Lo saranno sempre, almeno i più grandi.

“Viva l’Italia antifascista” ha gridato un loggionista nel silenzio de La Scala che attendeva le prime note del Don Carlo diretto da Chailly. Un grido forte e netto seguito da applausi.

Un grido nel solco tracciato dalla Costituzione, un grido che accomuna tutti gli italiani che credono nei valori della democrazia, un grido che ha accompagnato tante donne e tanti uomini che hanno dato la vita per liberarci dal fascismo e dal nazismo e per consegnarci la libertà.

Quel loggionista adesso ha un nome. Lo hanno pubblicato i giornali. Strano destino per un intenditore di lirica – i loggionisti sono i critici più attenti e più innamorati dell’opera – che sceglie i settori popolari di un teatro e che sfugge al clamore della cronaca. E anche all’esibizione del lusso che accompagna una prima.

Ha un nome, perché qualche funzionario della Digos lo ha identificato. Identificato per aver gridato un “no” al fascismo. Davvero grave in un paese che respinge ogni fascismo, in qualunque forma si manifesti, vecchia o nuova che sia, e lo fa appellandosi alla sua Carta Costituzionale.

Chi ha ispirato, o chiesto esplicitamente, l’intervento della Digos, avrebbe dovuto unirsi all’applauso, soprattutto se era tra gli ospiti in quel “palco reale”. Perchè rappresentava l’intero paese.

Marco Vizzarelli, il loggionista innamorato di Verdi e della libertà, rappresenta molto meglio gli italiani di chi, come il Presidente del Senato La Russa, ostenta busti del duce e appartiene ad una forza politica che la Costituzione non l’ha scritta e che smania per scriverne un’altra in cui i delicati equilibri, pensati dai padri costituenti, potrebbero essere abbattuti. In cambio di un uomo o una donna sola al comando. Come piace a chi non rinnega il nefasto passato fascista. Anzi, se ne vanta.

Toscanini fu preso a schiaffi a Bologna, nel 1931, da un manipolo di fascisti. Si era rifiutato in teatro di eseguire “Giovinezza”, l’inno del regime.

Qualcuno ha tentato di prendere a schiaffi anche il loggionista de La Scala con un’azione di polizia.

Ci spiace per quei funzionari che hanno dovuto farlo. Forse loro per primi ci hanno riso sopra. Almeno me lo auguro, perché il compito della polizia non è identificare gli antifascisti.

In ogni caso i miei documenti sono a loro disposizione.


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