Quando un abito di donna racconta la storia della commistione tra popoli migranti

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In mostra sino al 17 dicembre a Pescara i preziosi abiti nuziali della donna di Scanno, suggestivo borgo nel parco nazionale d’ Abruzzo Lazio e Molise. Un omaggio al prezioso costume ancora oggi indossato dalle “antiche regine” che ha iniziato il suo percorso verso il riconoscimento a patrimonio dell’ umanità.

Un abito, oltre a essere qualcosa che occorre, è anche qualcosa che racconta. E molto. Chissà cosa avrebbe narrato all’ orecchio di Henri Cartier Bresson o di Hilde Lots Bauer questa giubba di lana nera, al cui interno si legge sbiadito il mittente maschile, Ernesto Ciancarelli, e un indirizzo geograficamente molto lontano, Cleveland, Stati Uniti d’ America. La testimonianza di una madre d’ Abruzzo in quell’ emigrazione forzata e spesso dolorosa che tra le due guerre portò tanti italiani a cercare fortuna oltreoceano; una donna che ha voluto, per il tramite di un figlio, far tornare a casa il suo costume nuziale, tra i monti a cui appartiene. Perché l’ abito di Scanno va custodito e lasciato in eredità, in un dialogo incessante tra le generazioni di donne che si succedono. Eternato dai più grandi pittori e fotografi del mondo, non è solo un capo d’ abbigliamento tradizionale ma è da sempre un orgoglio da tramandare, riconosciuto come uno dei simboli più prestigiosi e rappresentativi della terra d’Abruzzo e della sua storia.
L’antico costume di Scanno, infatti, è espressione manifesta della mescolanza di popoli e culture che, grazie alla civiltà della pastorizia e della transumanza di quella società agropastorale, venivano a contatto tra loro e si contaminavano in un dialogo virtuale tra storie e saperi.
Tra i prodotti pastorali eccelleva la lana come fonte di ricchezza del paese, materia prima importante ma estremamente grezza e che solo dopo meticolosa attività artigianale di antichissima tradizione ed esclusiva pertinenza delle donne, attraverso complesse operazioni di filatura, torcitura, tessitura e tintura, poteva essere trasformata con arte e laboriosità e confezionata in un prodotto di assoluta eccellenza.
Il “costume” era ed è la magnifica opera dallo stile ricercato e di raffinata eleganza, impreziosito da bottoni fatti a mano, pizzi al tombolo, gioielli di filigrana e pietre di oreficeria locale e rappresenta in ogni suo dettaglio la solennità e il profondo rispetto che si doveva e si deve a chi lo indossa: il costume della donna,
incoronata da un copricapo che ricorda in forma e simboli la tiara regale delle antiche dee pagane nella narrazione storiografica del femminino sacro precristiano,  in effetti rappresentava il simbolo del potere e del prestigio femminile imperante in ambito familiare e contraddistingueva e rafforzava il ruolo fondamentale della donna scannese, sulle cui spalle pesava tutto l’ onere della famiglia e del sostentamento durante i lunghi e rigidi mesi invernali durante i quali gli uomini erano in transumanza. La donna rappresentava il fulcro del contesto sociale dell’epoca e l’ iconografia delle sue vesti, più sontuose nei giorni di festa ma indossate nella versione più sobria quotidianamente anche per le abituali mansioni – far legna nei boschi, prendere acqua alla fonte, filare al tombolo, raccogliere orapi di montagna – erano un modo di rivendicare ogni giorno la propria identità di indiscussa regina del proprio spazio e del proprio tempo. La conservazione della tradizione, intesa come prezioso bene culturale e cardine della vita associativa è stata e continua a essere la dote ereditaria e precipua di queste donne nobilitate proprio a “regine”  dalla scrittrice inglese Anne Mac Donnel autrice di In the Abruzzi, 1908 (tradotto da Chiara Magni per le edizioni digitali Cisva nel 2006).

Donne che ancora oggi indossano con vanto e austerità il costume, il loro vestito, a testimonianza di un immutabile e profondo sentimento di caparbia e radicata appartenenza: è soprattutto per questa ragione che l’abito muliebre di Scanno non è solo memoria storica, ricordo nostalgico di un passato ed eredità di una cultura familiare ma è anche e soprattutto quella preziosa miscellanea di valori e capitale sociale identitari dell’intero Paese, che meriterebbe di essere riconosciuto e annoverato dall’Unesco  come “Patrimonio Immateriale dell’Umanità”.

Questi abiti ancora per qualche giorno si possono ammirare da vicino alla mostra Il futuro della Memoria presso la Maison des Arts della fondazione Pescarabruzzo per lasciarsi incantare dalla sapiente fattura a mano delle donne; le piegoline della giubba e dell’ incredibile gonna verde bosco, i bottoni di arte orafa, il tripudio di sete e ricami dei grembiuli le cui stoffe pregiate riportavano i pastori alle proprie mogli ogni mese di maggio, di rientro dalla pastorizia nomade nelle Puglie dove barattavano pelli e formaggi con i tessuti delle ricamatrici di Santa Maria di Leuca. Ed ecco che l’ abito della donna di Scanno è un tripudio di intercultura e osmosi e racconta cosa è stata nei secoli la transumanza.  Non solo un movimento stagionale del bestiame lungo le rotte migratorie nel Mediterraneo e nelle Alpi ma un’opera ardua, un lavoro tanto faticoso quanto nobile, in grado di modellare le relazioni tra persone, animali ed ecosistemi. Un insieme di rituali e pratiche sociali condivisi, dal nomadismo al contatto con la terra e l’ incedere delle stagioni; nei secoli la transumanza ha segnato la storia e l’aspetto delle genti e delle terre abruzzesi. Lo spostamento ripetuto delle greggi verso sud, per cercare d’inverno pascoli non ghiacciati e climi più miti, e a maggio di nuovo verso nord per tornare a casa, alla ricerca di erbe montane appena spuntate dopo lo scioglimento delle nevi, scandivano la vita agropastorale lungo i “tratturi” della regione. Si chiama il “Tratturo Magno”, il più grande tratturo per la transumanza delle greggi, lungo 243 chilometri che fino a cinquanta anni fa collegava l’Appennino alle Puglie, percorso dai pastori transumanti  a piedi. I suoi paesaggi straordinariamente vasti e selvaggi disegnati dalle linee impervie delle gole montane, sono luoghi resi magici da racconti e storie di contadini e pastori nomadi, di eremiti che hanno trovato nel silenzio dell’altitudine l’essenza della propria vita. Che lo si scopra da nord oltrepassando il confine marchigiano, da ovest attraversando la Marsica aquilana o da sud percorrendo le vecchie vie della transumanza, l’Abruzzo incanta e tira fuori la parte più autentica di ciascuno: oggi la transumanza è patrimonio immateriale dell’ umanità. E ora è la donna di Scanno, borgo del cuore d’ Abruzzo che si mette in cammino. Esce per la prima volta dalle porte del paese e percorre fiera ed eretta un sentiero lungo e in salita ma certa di arrivare in cima: è la strada per portare il suo abito muliebre – che ancora oggi in una decina di testimoni di quell’ epoca ancora indossano – a far parte del catalogo dei beni culturali del Paese. Il costume muliebre di Scanno in questa prospettiva può essere letto come un libro che testimonia un’identità e un pezzo di storia sociale: ogni ornamento del costume diventa significante di commistione tra i popoli perché ogni dettaglio lo colloca nell’alveo della propria cultura di riferimento e
sottolinea un’appartenenza condivisa, frutto di integrazione e inclusione delle influenze saracene del nostro Sud, basti guardare all’oreficeria che fa mostra di sé sul “comodino” del seno, alle varie forme di lavorazione
ornamentale di tessuti, come il tombolo e la complessa struttura del copricapo, il “cappellitto”, tanto simile a un
fez orientale.

Il costume di Scanno oggi è più che mai vivo e funge da collante sociale tra le anziane del luogo e le giovani generazioni: ristabilisce una genealogia storica e culturale, attraverso un tratto fondamentale della propria storia identitaria, valido per l’ intera comunità perché ad esso si Rico giungono antiche regole condivise, credenze comuni, diffusi sentimenti di fede e profondo rispetto verso l’uso continuativo e tramandato dell’ abito; elementi, questi ultimi, appartenenti a quel “capitale sociale” che ha sempre avuto, e potrà ancora avere, il ruolo di collante propulsivo e distintivo per la comunità scannese e per l’ intero Paese. Perché i patrimoni vanno custoditi ma soprattutto vanno condivisi: tanta bellezza, tanta storia, tanto incanto non vanno dispersi dal passare del tempo e dall’ oblio ma devono invece appartenere per sempre alla storia, quella passata ma anche quella futuribile, di tutti.

Foto: Enzo Gentile
Fonti: Edizioni Fondazione Pescarabruzzo-Gestioni Culturali srl


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