Condanna per camorra di Nicola Consentino, non eravamo dei visionari

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La sentenza della corte d’Appello di Napoli del processo Eco 4 pronunciata ieri condanna Nicola Cosentino per concorso esterno in associazione mafiosa a 10 anni di carcere. L’ex sottosegretario all’Economia dell’ultimo governo presieduto da Silvio Berlusconi sognava, invece, l’assoluzione. Ci sperava. Tra l’altro altri due processi, scaturiti da due indagini, ‘Il principe e la scheda ballerina’ e ‘il monopolio nella vendita di carburanti’ che lo vedevano imputato e condannato in primo grado sono stati ribaltati da sentenze favorevoli dalla corte d’Appello. Le vicende legate all’Eco 4 sono più complesse e ramificate.

C’è un vissuto forte, un humus e l’intrecciarsi dell’ascesa del politico di Casal di Principe con la crescita e l’espandersi della cosca mafiosa dei Casalesi. Eco4 è il nome del consorzio che all’inizio del 2000 si occupava della raccolta differenziata in molti Comuni del Casertano. Un reticolo di società, ditte, imprese che erogavano servizi di raccolta, trasporto e selezione dei rifiuti per conto di molte pubbliche amministrazioni. Secondo i magistrati della Dda partenopea quel consorzio così architettato era controllato da imprenditori, mediatori, politici di diretta emanazione del potere dei Casalesi. Il vero deus ex machina che esercitava un potere monolitico era proprio l’ex coordinatore campano del Pdl. Famosa una intercettazione in cui  l’ex sottosegretario diceva al suo interlocutore : “L’Eco 4 son io”. Ricordo che prima delle inchieste, dei rinvii a giudizio, dei processi e delle condanne, insomma, quando Nicola Cosentino era un mammasantissimo della politica e contribuiva al consenso di Forza Italia con la doppia cifra, una sorta di corrente siciliana andreottiana in Campania, un gruppo di giornalisti sfigati e una piccola casa editrice (Cento Autori) che si occupava prevalentemente di pubblicare romanzi e poesie, diedero alle stampe il libro inchiesta ‘Il Casalese – Ascesa e tramonto di un leader politico di Terra di Lavoro”.

Non era uno scherzo ma un libro d’inchiesta vero su un intoccabile, un unto del signore che con arroganza e protervia ci accusò di aver condotto un ‘giornalismo delinquenziale’, scatenando con la Cosentino family e di agguerriti avvocati, una battaglia a colpi di querele, diffide, e richieste di risarcimenti danni e sequestri. In un atto giudiziario notificato alla casa editrice, dopo un mese dalla commercializzazione del libro, c’era la richiesta di un milione per “danni morali materiali e patrimoniali”, duecentomila euro “per riparazione pecuniaria”, l’avvio di una “procedura d’urgenza” di sequestro e persino di distruzione delle copie già distribuite in tutta Italia. È solo l’antipasto. Per alcuni di noi autori è ben presto scattata la contraerea di denunce penali e civili. Persino le presentazioni erano inibite da una diffida-avvertimento preventiva inviata dallo staff dei legali di Cosentino a librerie, festival, fondazioni di non consentire il dibattito sul libro. Pazzesco. Adrenalina pura. I nove giornalisti, questi i nomi dei ‘delinquenti’, oltre il sottoscritto: Massimiliano Amato, Corrado Castiglione, Giuseppe Crimaldi, Antonio Di Costanzo, Luisa Maradei, Peppe Papa, Ciro Pellegrino, Enzo Senatore e con la postfazione di Gianni Cerchia si erano macchiati, secondo la Cosentino Family e avvocati a seguito, di avere secondi fini, di scrivere su imbasciata di non meglio definite entità di certi non identificati poteri. Invece, avevamo fatto semplicemente il nostro mestiere : prendere i fatti, verificarli, collegarli e raccontarli.

Tutti qui. La durissima condanna a 10 anni di carcere che ha incassato Nicola Cosentino si aggiunge a quella definitiva a quattro anni di carcere inflittagli per la corruzione di un agente del carcere di Secondigliano per consentirgli di introdurre in carcere un Ipod e il Roccobabà, dolce tipico di Casal di Principe e quella relativa a 10 mesi per la diffamazione e la violenza privata nei confronti dell’ex compagno di partito e presidente della Regione Stefano Caldoro. Non c’è da gioire ma da riflettere su quegli anni di potere assoluto dove un esponente di peso e rappresentante delle istituzioni s’intratteneva con boss e dialogava di affari e utilità politiche con i colletti bianchi di una cosca di camorra sanguinaria. I Casalesi sono i camorristi imprenditori che hanno stuprato e trasformato la Campania felix nella Terra dei fuochi, sversando e nascondendo i rifiuti tossici delle industrie del Nord Italia. Il nostro libro d’inchiesta non è stato, però, la traversata nel deserto. Ricordo il sostegno dei tanti: Annamaria Torre con il premio Marcello Torre, il sindaco di Pagani ammazzato dalla camorra. La vicinanza dell’associazione articolo 21 con il premio Paolo Giuntella e la mobilitazione del Fnsi, Ossigeno per l’informazione con Alberto Spampinato e il sindacato dei giornalisti. Tutto finito? Non lo so. Sullo sfondo resta quell’avvertimento terribile di Nicola Cosentino pronunciato a denti stretti all’indomani della candidatura negata al Parlamento nel 2013: “Non pagherò per tutti. Silvio Berlusconi è avvisato”. Appunto, un avvertimento.


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