“L’oblio è un brutto virus”: in ricordo di Alessandro Leogrande

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Questa mattina l’aria sembra più densa, affilata di nostalgia e pigmentata di voci perimetrali che sterrano strade interne nella memoria. Oggi compio 24 anni. E come ogni 20 maggio penso a chi è nato nel mio stesso giorno, a distanza di esattamente 20 anni, a pochi chilometri da casa mia, con il mio stesso sogno di essere giornalista. Penso ad Alessandro e allo strano scherzo che il destino ci ha fatto ad essere così legati dagli astri. Nella mente si ricompone la sua immagine: gli occhiali neri rettangolari che inforcava e tirava su con le dita ogni volta che scivolavano sul naso, la matita con cui scarabocchiava sui fogli dei propri interventi durante le conferenze a cui era invitato per ingannare la tensione. Quella voglia di incontro, di confronto che andava oltre il proprio disamore per le luci della ribalta. “Ma avere fatto in luogo di non avere fatto/questa non è vanità. Avere, con discrezione, bussato/Perché un Blunt aprisse/Aver raccolto dal vento una tradizione viva/o da un bell’occhio antico la fiamma inviolata/Questa non è vanità. Qui l’errore è in ciò che non si è fatto, nella diffidenza che fece esitare”.

Questi versi, tratti dai Canti Pisani di Pound, tratteggiano il coraggio di Alessandro nel bussare alle dimore dell’inferno, quel fiuto di individuare la soglia di esse nel visibile, nel palpabile, per portare alla luce gli spasimi di sole. Leogrande non ha solo affrontato nei suoi libri e nelle sue inchieste le tematiche dell’immigrazione, della corruzione, dei disastri ambientali e dei diritti civili negati. Dire tutto ciò sarebbe alquanto riduttivo. Alessandro ha restituito dignità umana alla freddezza della cronaca quotidiana, ha fatto il contropelo alla storia, raccontandone i vinti, ha visto i segnali di fumo, ancor prima di vedere il fuoco. Fu tra i primi ad evidenziare l’assenza nel nostro ordinamento del reato di tortura che è stato introdotto solo nel 2017. Ad Alessandro semplicemente interessavano le anguille sguscianti che c’erano in mare aperto, oltre le coste pugliesi, là dove altri erano schermati da una “visione da molo”, riprendendo i termini da lui utilizzati nel suo libro “la Frontiera”.

Ci sono penne, d’altronde, a cui non fa paura deragliare dalle righe del foglio, a cui l’inchiostro non si esaurisce perché riescono a suggerire le parole ancora a venire. E la penna di Alessandro un metodo ce l’ha suggerito: abbracciare la complessità, non ridurla a stereotipi, studiare i punti di frattura e i fianchi scoperti della Storia, scomporre le frasi fatte per ricercare la verità sotto l’epidermide dei fatti. Semplicemente ci ha invitati ad andare oltre la linea d’ombra, come il titolo del libro di Conrad che amava, ad indagare quel confine e a spingerci oltre quel limite, quella frontiera che i suoi occhi avevano cercato ma mai avevano visto. Perché Alessandro aveva uno sguardo libero. “Non solo andare nei posti, ma tornarci. Non solo incontrare le persone, ma rincontrarle”. E lui andava incontro, tornava sui luoghi delle tragedie quando tutti le avevano abbandonate, narrava in prima persona, “si faceva viaggiatore”.

Sosteneva il dolore dei suoi intervistati con mani grondanti di umanità, chiedendosi fino a che punto un cronista potesse scavare nella vita altrui e come potersi fare testimone della loro ferita. “Per raccogliere le storie è necessario un tempo di ascolto e poi di racconto molto lungo. Ci sono giornalisti che dopo una tragedia mettono il microfono davanti alle vittime per avere delle dichiarazioni… Ma cosa vorranno mai ricavare se non frasi fatte dopo quel dolore? Le persone bisogna incontrarle, dar loro il tempo necessario per condividere la perdita. Questo per me vuol dire raccogliere le storie”. Alessandro, oggi è 20 maggio e se, come scrivesti tu, “l’oblio è un brutto virus”, anche quest’anno le candeline le spengo anche per te. Tanto i desideri sono gli stessi…


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