Il disagio tra minori porta ad estreme conseguenze: i pareri degli esperti

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L’ascolto di “Prima Pagina”: la lettura dei quotidiani (da parte di un giornalista a turno ogni settimana su Radio Rai 3), e le successive telefonate dei radioascoltatori, che indirizzano l’argomento del giorno analizzato con interviste in diretta nel programma: “Tutta la città ne parla”, offre la possibilità di comprendere bene cosa pensa il popolo italiano su quanto accade ogni giorno; dalla cronaca politica ad urgenti tematiche quotidiane come il Covid-19, l’economia in crisi fino ad un’emergenza sociale come sta accadendo con l’incremento dei suicidi tra gli adolescenti. L’urgenza di capirne le cause è un dovere delle istituzioni, specie quelle deputate alla formazione dei minori, politiche sociali e culturali, fino ad un’analisi attenta sul disagio tra la popolazione per il prolungamento delle restrizioni atte ad impedire la diffusione del contagio del Sars-Cov-2.

Pietro del Soldà, oltre a condurre “Tutta la città ne parla” a Radio Rai 3, è anche filosofo, scrittore e autore di saggi come “Sulle ali degli amici. Una filosofia dell’incontro” (Marsilio editore) : «Siamo sempre più soli e chiusi in noi stessi, i contatti con gli altri sono frammentari e raramente esprimono quel che siamo davvero. La società alimenta ogni giorno l’ossessione per un Io ipertrofico e narcisista e per un Noi escludente e aggressivo. In questo scenario l’amicizia può agire come un’apertura, un dispiegamento d’ali in grado di elevarci al di sopra delle piccole esigenze quotidiane, delle paure che paralizzano, della pigrizia che ci toglie slancio, delle false identità che nascondono il nostro volto e le passioni profonde (…)».

Recentemente l’argomento scelto verteva sulla gravità del fenomeno suicidi tra minori sollevato da una madre di un giovane che ha scelto di togliersi la vita che ha scelto di raccontare la sua tragica esperienza. La telefonata è stata accolta dalla vicedirettrice del Fatto Quotidiano, Maddalena Oliva (la giornalista che per una settimana ha letto e commentato le notizie dei giornali e commentato gli interventi dei radioascoltatori. In diretta radiofonica sono intervenuti (chiamati dalla redazione), Maurizio Pompili, professore Ordinario di Psichiatria e Direttore della Scuola di Specializzazione in Psichiatria presso la Facoltà di Medicina e Psicologia, Sapienza Università di Roma, e Furio Ravera, laureato in Medicina e Chirurgia all’Università Statale di Milano, psichiatra e neuropsichiatra infantile presta servizio presso la Casa di cura Le Betulle di Milano e insegna alla la Scuola di Psicologia Clinica dell’Università di Milano Bicocca.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha dichiarato che la seconda causa di morte tra i minori è il suicidio. Alla domanda di Pietro del Soldà, che richiamava la cronaca degli ultimi giorni con il caso di Bari, dove un bambino di soli 9 anni è stato trovato impiccato nella sua casa, il professo Pompili ha risposto che è necessario «essere molto cauti e non giungere a conclusioni affrettate. Il suicidio minorile è un fenomeno dalle cause multifattoriali e non per forza associato al disagio sociale di per sé e necessariamente correlato. L’OMS e l’Istituto Superiore di Sanità fissano il periodo dell’adolescenza tra i 15 e i 20 anni e i casi come i bambini di Bari e Palermo (la bambina che ha perso la vita soffocandosi con una cintura per imitare un tragico gioco, e non per suicidio, ndr), richiedono l’intervento per accudire e curare le famiglie assistite. Conoscere il suicidio nella sua fattispecie, i suoi segnali d’allarme, i cambiamenti d’umore repentini. Far conoscere tutti questi elementi e condurre i bambini da professionisti quando si evidenziano dei segnali. I cambiamenti osservabili non vanno recriminati ma è necessario stare attenti quando ci sono delle modificazioni. Sul sospetto bisogna fare attenzione».

In diretta il conduttore ha poi dato la parola a Maria Teresa Papamerenghi (la sua è stata una testimonianza dolorosa e commovente, ndr): madre di un giovane che si è la vita. «Sono ragazzi che hanno tutto ma in loro c’è qualcosa che non riescono a tirare fuori e mio figlio si poteva salvare se avesse avuto un contesto diverso attorno a lui. Mio figlio aveva 22 anni e la sua crisi adolescenziale e la conseguente depressione lo ha portato ad un gesto estremo. Il rapporto tra il terapeuta e il paziente (figlio) senza il coinvolgimento della famiglia non ci ha permesso di aiutarlo. Mi arrivavano dei messaggi da parte sua che dicevano che io ero “ansiosa” (denuncia in diretta radiofonica la madre che sopporta il suo dolore con grande dignità, ndr), ma è necessaria la collaborazione delle famiglie e molta umiltà nell’avvicinarsi con religioso rispetto per custodire il loro segreto (i figli, ndr) che è celato nell’io più profondo. Purtroppo il suicidio tra i giovani esiste ed è una realtà concreta. Bisogna trattare i ragazzi in modo più consono e io desideravo che qualcuno mi guidasse. Mi sento colpevole ma allo stesso tempo lo è anche la società perché com’è strutturata non funziona. Le famiglie non devono vergognarsi e vanno aiutate».

La parola poi è passata al dottor Furio Ravera per fornire una dettagliata analisi delle cause del suicidio minorile e adolescenziale, spesso trascurata per la sua gravità e frequenza. «Il tema del suicidio è difficile da trattare in psichiatria per via del segreto conservato dentro i ragazzi. La casistica descrive anche molti casi di mancato suicidio, defenestramento e impiccagione. Il gesto avveniva a causa di uno stato mentale dissociativo, crepuscolare e depressivo, popolato da incubi e fantasmi e per lo stress conseguente subito. Ora l’intervento suicidario è causato spesso dalla trasformazione della vita famigliare e la conseguente crisi economica. La mancanza di relazioni e libertà di movimento. C’è da dire anche il fenomeno imitativo del suicidio si è sempre verificato. Viene descritto bene nel “I dolori del giovane Werther” di Goethe e nel “Ultime lettere di Jacopo Ortis” il romanzo di Ugo Foscolo. Purtroppo quando accade un suicidio di un personaggio famoso e celebre viene spettacolarizzato. L’ascolto della morte è sempre difficile – ha spiegato il medico psichiatra – e sono necessarie persone capaci di entrare dentro quella paura di chi la possiede. Il confronto con persone adulte può rappresentare un modo differente con l’idea suicidaria, rispetto al dolore cronico di un giovane che perde tutte le speranze di fronte ad una vita terribile. La morte rappresenta una soluzione migliore rispetto alla vita. Vivono un senso di impotenza per l’alternarsi tra la ricerca del successo e la frustrazione causata dall’insuccesso. La vita dei ragazzi non è così brillante e viene percepita separata da quella di noi adulti».

La Fondazione BRF – Istituto per la Ricerca in Psichiatria e Neuroscienze, ha istituito, durante la prima fase della pandemia, un Osservatorio Suicidi Covid-19, raccogliendo i casi di suicidio segnalati dalla cronaca dei media. Il dato raccolto parla di 62 suicidi che sono correlati “direttamente o indirettamente” al virus nell’arco di tre mesi (lo studio ha monitorato il periodo che andava da metà del mese di marzo a metà del mese di giugno 2020).

https://www.fondazionebrf.org/osservatorio-suicidi/

 

L’intervista alla psicoterapeuta 

Federica Zanardo

Federica Zanardo è una psicologa e psicoterapeuta ad indirizzo cognitivo comportamentale, è dirigente sanitaria di uno studio privato in cui ci si occupa di disturbi dell’apprendimento, autismo, ADHD, disturbi d’ansia e depressione, disturbi post-traumatici da stress, difficoltà di coppia ed educative. Collabora con i servizi di Psichiatria e Neuropsichiatria infantile di Mirano, Venezia, Camposampiero, Noale, e con l’Università di Padova.

«I casi di suicidio tra minori e adolescenti sono aumentati da quando l’Italia è stata colpito dal Covid-19 su segnalazione dell’Osservatorio nazionale per l’infanzia e l’adolescenza (fa capo al Dipartimento per le politiche della famiglia della Presidenza del Consiglio dei Ministri) e tra le cause ipotetiche ci sono anche l’uso di tecnologie per l’effetto devastante sul ritmo sociale che viene a mancare per l’assenza di relazioni con gli altri. Si viene a creare una scarsissima capacità di tollerare la frustrazione, un confronto irreale con l’altro basato su istanti, superficialità, possesso. Questo accade anche per la concessione da parte dei genitori di fornire ai propri figli l’utilizzo di mezzi ipertecnologici dove il rapporto con l’altro di fatto non c’è, o meglio puoi interromperlo con un “click” o cambiando la tua identità o compagni di gioco che non conosci e mai conoscerai.

Sono ragazzi sempre più fragili – spiega la dottoressa Zanardo – per le esperienze preadolescenziali vissute negativamente, spesso iperprotetti o lasciati davanti a uno schermo. Sono una generazione dove se non sei il più bravo vieni considerato una nullità e vengono messi da parte, dove primeggia la competizione, non la fatica, ma anche la bellezza, della condivisione edificante: fondamentale per la costruzione della propria identità. Così accade, ad esempio, con il gioco del calcio: se sei bravo entri in una squadra, altrimenti a questo sport non giocherai mai.

I ragazzi si rifugiano nei social, utilizzano la playstation per esempio, ma è una loro consuetudine poter interrompere il gioco se non vincono e ricominciare fino a che non sono soddisfatti, con davvero poco reale impegno, talvolta addirittura pagando per avere la “card” migliore o “sbloccare il livello”. Cercano solo la vittoria, non sopportando la frustrazione.

I genitori e gli educatori devono controllare quanto tempo dedicano ai social i giovani e non permettere l’uso indiscriminato del telefono senza nessun filtro. Controllare cosa loro guardano sui siti. Quello che sta accadendo è una sconnessione tra realtà e fantasia. Si viene a creare una dissociazione pericolosissima! Tocca anche il problema della sessualità e delle identità sessuali. Penso anche ai cartoni animati giapponesi “Anime”, delle saghe che trattano tematiche come la depressione, l’ansia, e egli adolescenti si identificano eccessivamente nei personaggi e le loro emozioni. Così come la loro identità sessuale dove evitano di definirsi più maschile o più femminile, preferendo il neutro, ma nella realtà non esiste questa condizione.

Va segnalato il fenomeno sempre più grave della scarsità di forme di socializzazione e la disaffezione conseguente a causa della mancanza di luoghi di aggregazione sociale. Penso alle parrocchie che un tempo si dedicavano molto di più ai giovani, ora non abbiamo neppure più attività sportive veramente educative. Il missionario prima di far pregare gli altri, sfama il bambino, sfama il bisogno di educazione sociale. In passato gli insegnanti si dedicavano a creare molte attività, molte occasioni di aggregazione, ora molti di loro, oberati dalla burocrazia o in ansia per raggiungere il programma, o addirittura messi al muro dal genitore che pretende di verificare la media matematica dei voti, pensano solo a questo: al voto. La totale spersonificazione dei ragazzi proprio in un momento di crescita dove la loro identità se la stanno costruendo. La pandemia è responsabile di aver amplificato queste situazioni negative dove il disagio minorile è aumentato in modo esponenziale. Penso – prosegue la psicoterapeuta – ai disturbi d’ansia, al disturbo ossessivo compulsivo, all’ insonnia. Il virus colpisce senza poterlo vedere e in modo esacerbante.

È necessario curare la salute psichica degli adolescenti. Io mi sono preoccupata in questo periodo di emergenza sanitaria e sociale di sollecitare i parroci e le associazioni sportive di non far saltare le attività dello scoutismo, del catechismo, degli allenamenti, dell’ ACR, ad esempio, per dare modo agli adolescenti di ritrovarsi insieme comunque, in sicurezza, credenti o non credenti, a questo punto davvero poco importa: la guerra di positivo ha anche questo. Ce lo insegnano i grandi veri eroi del passato, salviamoli tutti, al di là del loro credo, sono ragazzi, sono uomini. C’è un allarme sociale che non va trascurato e di conseguenza le forme di socializzazione sono sempre più scarse.

A Noale (provincia di Venezia, ndr) l’estate scorsa, per esempio, sono state incentivate delle attività all’aria aperta dove l’educatore/animatore svolge un ruolo fondamentale e le famiglie a turno si sono offerte di collaborare con grande intelligenza. A turno sono stati creati dei piccoli gruppi di bambini e adolescenti, con attività all’esterno, seguendo tutte le precauzioni sanitarie previste.

Gli insegnanti hanno capito che siamo di fronte ad una “guerra” e si sono impegnati nel creare lavori di gruppo on line. Mancando i momenti di socializzazione a scuola affrontano tematiche diverse non strettamente legate al programma ma legate alla crescita dei ragazzi e a ciò che stanno vivendo. Purtroppo noi adulti siamo stati rapiti da questi mezzi elettronici per facilitare la vita delle persone, ma il telefono portatile non è proprietà dei minorenni quanto, invece, dei genitori. La credenza erronea è quella di pensare che così velocizzi il lavoro e di conseguenza si viene a creare dipendenza. I bambini però a due anni apparentemente lo sanno usare, il genitore ne va quasi fiero, ma il tipo di intelligenza che viene richiesto per giocare con un telefonino, attivare un video, “sfogliare “ le foto è davvero banale, non c’è nulla di cui andar fieri, è una baby sitter virtuale di grande utilità, ma di scarsissima qualità.

Fare il genitore con serietà è noioso, talvolta frustrante, estenuante e serve molta fermezza e pazienza. A volte il genitore deve fare i conti con una decisione apparentemente banale ma fondamentale: lo soddisfo con un gioco, scelta che prevede l’immediatezza della soddisfazione del piacere, o lo stimolo a raggiungere con impegno delle soddisfazioni, scelta che prevede il raggiungimento della crescita umana, sociale, intellettiva nel lungo termine? Anche qui il tema della capacità di tolleranza alla frustrazione la fa da padrone. È necessario imparare anche a prendersi il tempo con i propri figli se si vuole essere dei buoni padri e buone madri, soprattutto in questo periodo, creare loro occasioni di stare con gli altri coetanei in sicurezza ma nella realtà».

 

Lo scempio mediatico

Sulla bacheca facebook di Stefano Casi (giornalista professionista e critico, attualmente professore a contratto al Dams di Bologna) è stato condiviso un lungo commento scritto da Arianna Ciccone fondatrice dell’International Journalism Festival e del blog collettivo Valigia Blu dedicato allo “scempio mediatico” alimentato dalle notizie di cronaca riferite al decesso di una bambina di Palermo mentre utilizzava il suo telefono collegata ad un social.

«Lo scempio mediatico sulla morte di una bambina. O del parlare a vanvera… Sul caso della bambina di 10 anni morta a Palermo, stiamo assistendo all’ennesimo scempio mediatico. (…)

Il collegamento fra l’uso di questo social e la sua morte è una speculazione, basata sul nulla, se non su qualche dichiarazione che ho letto dei familiari, disperati e sconcertati davanti a una simile perdita, che non riuscendo a darsi spiegazioni, hanno parlato dei social e del legame che questa bambina aveva con l’uso dei social. (…)

Su Tik Tok non ci sono video o hashtag che rimandano a questa fantomatica sfida. L’articolo molto vago parla di centinaia di casi ma dice che sono cumulativi a partire dal 1994. Di questa pericolosissima sfida che spopolerebbe sui social non abbiamo fonti, prove, evidenze. Però ecco i giornali e le tv ne parlano in modo sensazionalistico e allarmistico, come di una tendenza del momento fra i giovani, dando prova che del mondo dei giovani e dei giovanissimi non sanno niente e non capiscono niente. (…)

Noto che ogni volta che si affronta un caso di autolesionismo fra i giovani scatta il panico morale intorno alle tecnologie: una scorciatoia per darsi spiegazioni facili e quasi indolori, per allontanare da noi stessi e dalle nostre comunità eventuali responsabilità, così da non dover affrontare questioni più impegnative e faticose, che ci chiamano in causa e come persone, come famiglie e come società. Più facile occuparsi e preoccuparsi delle tecnologie e dei social che guardare dentro noi stessi, le dinamiche familiari, i disagi, i vuoti, le infelicità… Lasciando i problemi che portano poi a simili situazioni totalmente intatti. Una bambina così esposta al pubblico (aveva diversi account social) poteva avere delle sofferenze che non sono state viste o sono state ignorate… (…)

Dal punto di vista della copertura mediatica stiamo assistendo ancora una volta a tutto quello che non bisognerebbe fare: pubblicazione delle foto della bambina, il suo nome e cognome, i dettagli su come è stata trovata, il quartiere dove vive la famiglia… Tutto questo lede la dignità, la privacy della bambina che andrebbe tutelata anche se non è più con noi, così come andrebbero protetti i genitori, e le identità delle sue sorelline che ora invece sono identificabili. E non solo: è proprio la tipologia di copertura che non si dovrebbe fare per evitare eventuali casi di emulazione. Tutto questo è davvero sconcertante e deprimente».

 

foto di copertina tratta dal sito www.https://www.fondazionebrf.org/osservatorio-suicidi/

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