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#3OTTOBRE Lampedusa, 368 morti annegati. Dal 2013 ad oggi i soccorritori sono stati trasformati in criminali

 

Prima di ottobre a Lampedusa era agosto e l’isola era nel pieno della sua estate. Un bambino eritreo camminava con un foglio aperto davanti al viso. Lo seguiva una piccola folla ordinata che scandiva slogan. Era una folla vestita con le tute colorate di blu e rosso del centro di Contrada Imbriacola. Era una marcia spontanea arrivata senza preavviso a sorprendere la routine delle vacanze sull’isola. I pugni di quella piccola folla si sollevavano tutti insieme scandendo parole di cui si faceva fatica a capire il significato. Quegli slogan parlavano inglese e francese. Si levavano davanti alla fila di barche a noleggio per i turisti nel porto vecchio e superavano il molo Favaloro, seguite dagli sguardi curiosi e sorpresi dei lampedusani e dei turisti che affollavano la spiaggia della Guitgia. Era opinione diffusa che fosse una protesta per il cibo del centro di accoglienza. Qualcuno aveva sentito gridare “no fish” e ne aveva concluso che non volevano mangiare pesce. Ma era un grosso equivoco, la rappresentazione plastica di quel fenomeno che da una incomprensione genera pregiudizio e che si ripete continuamente quando si parla di immigrazione.

Il bambino teneva quel foglio proprio davanti al viso, era scritto a penna e si riusciva a leggere solo stando molto vicini. C’era scritto “no finger print”. Dietro al bambino la folla scandiva “no finger print”, “no fiche d’identité”. I pesci non c’entravano un bel niente. Era una marcia spontanea e aveva un senso politico molto preciso: chiedeva di superare la regola imposta dall’Europa con il regolamento di Dublino, secondo cui nel paese di approdo bisognava identificare e trattenere le persone, fino a conclusione dell’iter per la richiesta di asilo. Gli eritrei volevano raggiungere parenti ed amici nel nord Europa e non volevano restare intrappolati in Italia.

Nell’agosto del 2013 la marcia degli eritrei a Lampedusa chiedeva sostanzialmente le stesse cose che l’Italia ha affermato ripetutamente di volere dall’Europa: la revisione degli aspetti del regolamento di Dublino che riguardano il paese di primo approdo e la ricollocazione dei migranti nei paesi europei. Paradossalmente se l’Italia avesse prima capito e poi ascoltato la richiesta di quella marcia guidata da un bambino, avrebbe saputo di avere gli stessi obiettivi delle persone arrivate dal mare.

Ma questo è un paese nel quale il pregiudizio è la regola. Ascoltare le persone che arrivano dal mare è un esercizio che non è mai stato preso in considerazione. Siamo abituati a contare numeri, di vivi e di morti. Le migrazioni sono affrontate da tutti i governi che si sono succeduti fino ad oggi come una emergenza ineluttabile, anche se è un fatto ordinario e strutturale che si ripete nel tempo sempre uguale a se stesso che andrebbe organizzato e affrontato in modo strutturale. Invece facciamo sempre finta che sia qualcosa che accade all’improvviso, che ci coglie sempre impreparati. Da sempre gli arrivi vengono accolti con la strategia della paura che costruisce una invasione inesistente che diventa il tema politico centrale, che occupa le prime pagine dei giornali, che cancella storie e identità, compresa la nostra. Si raccontano invasioni anche di fronte a numeri risibili di poche migliaia di persone.

Prima di ottobre a Lampedusa era luglio. La visita di Papa Francesco e quelle parole che avevano iniziato a cambiare. La “globalizzazione dell’indifferenza” si interrompeva con l’arrivo del nuovo pontefice che per la prima visita aveva scelto proprio Lampedusa, nel cuore del Mediterraneo. I giornali cambiavano parole. Accanto al Papa non c’erano clandestini ma profughi, naufraghi, persone. Era un cambio di prospettiva sostanziale.

Prima di ottobre era settembre. Sulla spiaggia di Scicli c’era una di quelle barche che arrivano direttamente sulle nostre coste e che oggi sembrano una novità. Era arrivata in un giorno di mare calmo. A due passi dalla spiaggia si erano buttati in acqua per raggiungere rapidamente terra e dileguarsi prima dell’arrivo dei carabinieri. Ma il fondale era profondo anche se non sembrava e loro non sapevano nuotare. Sono annegati in tredici. La cronaca di quella tragedia è raccontata in un drammatico video girato da Massimiliano di fede, una delle persone arrivate a soccorrere. Un filmato che documenta la determinazione di decine di soccorritori, uomini e donne, giovani e anziani, nel fare di tutto per salvare quelle vite.

Era il 30 settembre, il 3 ottobre è arrivato subito dopo.

368 morti annegati. I corpi sono stati recuperati nel corso di giorni lunghissimi scanditi dal pianto dei familiari delle vittime, dall’arrivo di emissari del governo eritreo che pretendevano di identificare morti e superstiti, dal “mai più” scandito dalle autorità europee e da quei funerali paradossali e senza corpi in cui il ministro dell’interno sedeva accanto ai rappresentanti del governo eritreo, il regime da cui i naufraghi cercavano di scappare.

368 morti, ma in realtà sono 366. Nelle carte della procura di Agrigento quel naufragio conta 366 annegati. Il numero 367 è un bambino che la madre ha partorito proprio mentre il barcone affondava. Il numero 368 è un corpo arrivato sull’isola diversi giorni dopo. Ricordo l’esitazione di Giusi Nicolini, il sindaco di Lampedusa. La vedevo scendere sulla spiaggia dell’isola dei conigli assieme ad un piccolo gruppo di persone. Il corpo era proprio sotto di me, mosso dolcemente dalle onde tra le rocce. Il mare era calmo. Mi ero arrampicato su una altura per filmare i soccorsi. Giusi si è fermata. Ha camminato lentamente da sola per qualche minuto come per respirare e prendere fiato dopo giorni in cui l’odore della morte aveva impregnato l’aria. Poi si è avvicinata.

Il corpo numero 368 non è mai stato considerato ufficialmente uno di quelli del naufragio del 3 ottobre. L’ho aggiunto io nel racconto che ne ho fatto per la Rai e nei documenti del comitato 3 ottobre che ho contribuito a fondare in quegli stessi giorni. Era un modo per non lasciare indietro nessuno. Un esercizio di Memoria che volevamo preservare e coltivare. Finché il Parlamento, il 16 marzo del 2016, tre anni dopo, ha approvato la legge sulla giornata della memoria delle vittime delle migrazioni. Noi la volevamo anche giornata dell’accoglienza. Tutto partiva da una richiesta formale che Giusi Nicolini aveva rivolto al Capo dello Stato per fare del 3 ottobre il giorno del ricordo. Avevo preso i due articoli della legge che istituisce la giornata della memoria della Shoah e li avevo riadattati alle vittime dei naufragi. C’era anche la celebrazione dei soccorritori, della Guardia Costiera che all’epoca faceva del soccorso in mare un motivo di grande orgoglio. Abbiamo discusso tra noi del comitato 3 ottobre quel testo, l’abbiamo aggiustato e l’abbiamo proposto al Parlamento. Tre anni dopo è diventata legge, senza accenno all’accoglienza e senza la celebrazione dei soccorritori.

Due mesi dopo il naufragio l’Italia dava il via alla più grande operazione di ricerca e soccorso in mare. A dicembre buona parte dei superstiti di quel naufragio era ancora sull’isola ad aspettare di essere ascoltati come testimoni nell’inchiesta sul naufragio. Uno di loro ha fatto un filmato che li riprendeva in fila nudi nel cortile del centro di accoglienza di Contrada Imbriacola, venivano innaffiati con disinfettante contro la scabbia. Un video che ha fatto il giro del mondo ma che nonostante lo scalpore dello scandalo, di fatto, non ha portato alcuna conseguenza.

La barca è ancora là sotto, a 46 metri di profondità e c’è un processo ancora aperto sui mancati soccorsi di quella notte con quelle due barche che avrebbero potuto salvare i passeggeri di quel barcone sul quale poi è scoppiato un incendio che lo ha fatto capovolgere. Una barca blu, identificata con un peschereccio di Mazara del Vallo il cui equipaggio è sotto processo e un’altra barca descritta dai sopravvissuti come una motovedetta, ma di cui nel processo non c’è alcuna traccia.

Dal 2013 ad oggi i soccorritori che noi volevamo celebrare sono stati trasformati in criminali. Con un processo regressivo fatto di sospetti e notizie false. Identico a quello che ha riportato la parola clandestino in prima pagina e la paura dell’invasione tra l’opinione pubblica.

Quest’anno però succede qualcosa di nuovo: la giornata della memoria coincide con il processo per sequestro di persona nel quale è imputato il ministro dell’interno che più di ogni altro ha promosso la criminalizzazione del soccorso e la paura dell’invasione. Forse è solo un caso, forse invece è una opportunità. Magari aiuta a capire che è necessario fermarsi ad ascoltare, capire che le persone non sono numeri e che quello che hanno da dire potrebbe aiutare anche noi.

Chissà dov’è oggi quel bambino che guidava quella marcia. E chissà se ha ancora qualcosa da dirci.

Valerio Cataldi Presidente Carta di Roma

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