Sei qui:  / Articoli / Interni / Mafie / Rostagno, quel giornalista dimenticato

Rostagno, quel giornalista dimenticato

 
Stava per svelare certi segreti che avrebbero dato fastidio alla massomafia trapanese infiltrata nelle istituzioni. A 32 anni dal suo omicidio si attende ancora la Cassazione
Il suo nome è compreso nel triste elenco dei giornalisti uccisi nel nostro Paese. Ammazzati mentre ci si vantava di poter vivere e lavorare in una Paese democratico e libero. Il risultato è di quelli opprimenti, 12 giornalisti uccisi, altri 17 ammazzati all’estero, alcuni mentre scrivevano corrispondenze che chiamavano in causa i soliti poteri occulti italiani, 24 sono oggi i giornalisti che vivono sotto scorta, 4 mila quelli che in Italia ancora oggi lavorano subendo minacce ci ha di recente ricordato il presidente della Fnsi Beppe Giulietti. Mauro Rostagno fu ucciso a Trapani il 26 settembre del 1988 mentre cercava di far aprire gli occhi ad una società civile che Cosa nostra era riuscita ad addomesticare. Si dice di lui, sociologo e giornalista. Arrivato a Trapani per occuparsi del recupero dei tossicodipendenti, dopo essere stato in India, ma era stato sopratutto una delle anime principali del ’68, direttore del giornale Lotta Continua. Era stato tante cose, ma mai per se stesso ma sempre per gli altri…”a favore degli ultimi”. Aveva 46 anni quando i killer mafiosi lo uccisero, ci sono voluti oltre 20 anni per vedere iniziare un processo per la sua morte violenta.
Oggi il processo non è definito, manca la pronuncia della Cassazione (27 novembre), dopo che in Appello dei due imputati ne è rimasto solo uno condannato all’ergastolo: il capo mafia di Trapani Vincenzo Virga. Fu assolto il conclamato killer, Vito Mazzara, è in carcere da anni, era il sicario di fiducia della mafia trapanese, uno che quando andava ad ammazzare spesso lo faceva assieme all’attuale latitante Matteo Messina Denaro. L’ordine di morte di Rostagno fu dato proprio dal padre di Matteo Messina Denaro, don Ciccio il “patriarca” del Belice, e lo diede passeggiando in mezzo ad un suo agrumeto nelle campagne di Castelvetrano. I mafiosi odiavano sentirlo in tv e sudavano freddo quando lo ascoltavano anche mentre erano seduti alla tavola con certi baroni e colletti bianche che si chiedevano perché i loro commensali non agivano e permettevano tutto ciò. I mafiosi erano ossessionati da Rostagno che in tv, dirigeva, senza tessera, l’emittente privata trapanese Rtc, parlava sempre di mafia e lo faceva con grande cognizione di causa, intervistando Borsellino, Sciascia e Cimino, portando in tv il giovanissimo Claudio Fava o intervistando uomini di profonda cultura e conoscenza, come l’avv. Salvatore Maria Cusenza. L’omicidio del sindaco di Castelvetrano Vito Lipari è stato il suo punto di partenza, ma già di mafia si era occupato negli anni ’70 quando a Palermo dirigeva Lotta Continua. Un giorno convocò i suoi compagni e chiese loro se sapevano chi fosse l’avvocato Vito Guarrasi. Si trovò davanti solo silenzio, Vito Guarrasi era l’eminenza grigia siciliana più potente, Rostagno già aveva capito prima che il nome di Guarrasi finisse scritto su giornali e atti parlamentari.
Il movente del delitto Rostagno è rimasto per oltre 20 anni a disposizione di chi indagava, bastava cercare tra le sue carte spuntate all’improvviso durante il processo di primo grado. E invece si è cercato altrove, sempre lontano dalla verità. I magistrati sono stati anche traditi da chi indagava. Per non parlare poi di noi giornalisti, sempre qualcuno pronto a dire che in fin dei conti Rostagno non faceva qualcosa di diverso dagli altri giornalisti. Insomma ucciso per altro, ed è venuto fuori di tutto, anche la storia di dollari che i carabinieri la sera del delitto trovarono, così dissero, nella sua borsa. Bugia, con tante altre bugie. La storia di Rostagno sembra essere una storia di morte come tante altre. Ma scriviamo così non per banalizzare ma semmai per evidenziare che si può scrivere Rostagno, leggendo pure altre nomi, Spampinato, Francese, De Mauro, Siani. La strategia è stata sempre uguale. Impedire di far raccontare la verità. Ieri, possiamo dire nel secolo scorso, la mafia lo faceva sparando oggi con le intimidazioni e le delegittimazioni. Rostagno era pronto a far partire in quell’autunno 1988 una trasmissione nella sua tv, “Avana”, aveva già realizzato la sigla, la si può trovare facilmente oggi sul web. Voleva puntare dritto contro i potenti mafiosi trapanesi, solo che allora questo non tutti lo dicevano e lo scrivevano. O almeno non avevano la sua capacità di espressione, l’abilità a mettere insieme i pezzi di un puzzle che ancora oggi resta incompleto, perché alla fine Cosa nostra vinse uccidendo Rostagno. Aveva raccolto per la sua prossima trasmissione parecchia documentazione: sentenze, carte sulle indagini riguardanti i traffici di droga, il riciclaggio di denaro nelle banche trapanesi, sulla massoneria, sui viaggi segreti di Licio Gelli a Trapani. Tra le carte anche i suoi appunti. Non c’è dubbio che sono i suoi, la compagna Chicca Roveri, la figlia, Maddalena, hanno riconosciuto la sua calligrafia. In uno di questi appunti si trovano scritti una serie di nomi, anche quelle di Totò Minore. Non è un personaggio qualsiasi a Trapani, è il riconosciuto capo mafia della città.
A Trapani  dichiaratamente  non c’era una sola persona che non riconosceva la sua caratura mafiosa: il boss a portata di mano. Mentre ufficialmente si diceva che la mafia a Trapani non esisteva. Quando ammazzano Rostagno gli investigatori si stanno occupando abbondantemente di Totò Minore. Lo cercano, lo considerano un latitante. Non c’era indagine antimafia che non finisse col concentrarsi sul latitante Totò Minore. Nell’appunto di Rostagno però quel nome è depennato, un tratto di penna è stato passato sopra. Solo nei primi anni ’90 magistrati e investigatori scopriranno, grazie ai collaboratori di giustizia, che Totò Minore era morto e da tempo, dal novembre del 1982. Era andato a Palermo, un invito a cena per lui e altri mafiosi, alla tavola di Totò Riina. Alla fine della cena Minore morì strangolato, e poi il suo corpo fu sciolto nell’acido. Rostagno in quel 1988 potrebbe averlo scoperto, era pronto a fare lo scoop in televisione. Non l’ha potuto fare, perché lo hanno ammazzato. Se avesse svelato il segreto, Cosa nostra trapanese rischiava di finire male e con Cosa nostra anche tutti coloro i quali da dentro le istituzioni con la nuova mafia subentrata a Minore facevano affari e inciuci. Svelare poi gli intrecci con la massoneria avrebbe significato togliere il coperchio della pentole dove mafia, politica, economia ed imprese potevano mischiarsi assieme.
Moventi, esecutori e colpevoli a portata di mano. Rostagno avrebbe provato che la mafia non era una invenzione, ma esisteva per davvero. Ma come spesso accade per i delitti di mafia, la prima cosa che succede dopo un delitto è quella di sentire porre una domanda, “ma davvero è stata la mafia?”. E così è accaduto anche per Rostagno, massacrato da vivo e da morto, secondo una occulta regia di depistaggi, accusata della sua morte finirono anche  la sua compagna, Chicca Roveri, e la ragazza, Monica Serra, che quella sera di settembre era con lui in auto mentre facevano ritorno a Lenzi, dove Rostagno si occupava della comunità di recupero per tossicodipendenti Saman. Lì i killer tesero il tranello mortale. Rostagno ebbe solo il tempo di proteggere Monica. Il depistaggio la mafia lo mise in atto già sulla scena del delitto: un fucile venne fatto esplodere, la copertura di legno venne trovata vicino all’auto dove dentro c’è Rostagno morto. Un paio di carabinieri verranno anche tanti anni dopo, in Corte di Assise a Trapani a ripetere, contraddicendo quanto frattanto era emerso,  che quel fucile esploso dimostrava che ad agire non erano dei killer professionisti. Gli stessi carabinieri che  durante le indagini avevano dimenticato tante cose, anche di fare quella perizia balistica, il confronto dei bossoli trovati per terra con i reperti di altri delitti, che è la prima cosa che si insegna a chiunque entri a far parte delle forze dell’ordine.
Perizia balistica che invece fu fatta oltre un decennio dopo il delitto dalla Squadra Mobile di Trapani allora diretta dall’attuale dirigente della sezione anticrimine nazionale, Giuseppe Linares. Quello di Mauro Rostagno fu un delitto di mafia. Commesso dalla mafia che in quegli anni cominciava a diventare impresa, capace di eleggere propri rappresentanti nei palazzi del potere pubblico, che teneva in tasca le chiavi di decine di casseforti. Mauro Rostagno fu ammazzato e la mafia a Trapani grazie a quella morte restò potente, riuscendo a non far svelare la fine del proprio capo e quindi a non far scoprire  i veri capi. Il delitto di Mauro Rostagno non è una pagina di storia del nostro Paese, e non è attualità perché ci sono ancora due processi in corso: quello in Cassazione e quello contro una decina di falsi testimoni – destinato tra poco alla prescrizione – e tra loro ci sarebbe stato chi poteva essere indagato per depistaggio solo se questo reato all’epoca del processo di primo grado fosse stato già presente nell’ordinamento penale. E’ attualità perché la mafia che uccise Rostagno è la stessa di quella che oggi è presente, che ha superato i confini provinciali, regionali e nazionali, ci sono uomini mafiosi che lavorano nella finanza internazionale, la mafia è diventata tante altre cose ma  mantiene il suo primo impegno ossia il controllo del territorio, condizionando la società civile.
Le più recenti indagini su Trapani dimostrano come Cosa nostra mantiene vitalità avendo gli uomini giusti al posto giusto, ci raccontano di politici che continuano a non rispettare la distanza di sicurezza dai mafiosi, ci indicano la massoneria come via da seguirsi per vedere risolti certi problemi, come anche il potere ottenere una pensione da invalido civile, ci dicono che mafia e corruzione sono faccia della stessa medaglia e che droga e usura sono gli affari quotidiani, quasi quelli più spicci, dei boss. Ma la realtà è quella che le generazioni che sono state protagoniste di quegli anni ’80, quelle che dicevano e si sentivano dire “la mafia non esiste”, oramai sono state sostituite da altre generazioni verso le quali è passato il messaggio che la mafia è stata sconfitta. E quindi sono indotti a non conoscere il passato. I giovani di oggi non conoscono le storie delle vittime delle mafie, provate a chiedere di Rostagno nelle scuole trapanesi se non anche in altre scuole d’Italia. I giovani sanno di Falcone e Borsellino ma è solo una conoscenza percepita per quello che compare sui social. L’anno è diverso, addirittura è diverso il secolo, ma a Trapani la mafia resiste, si è perfezionata, ma nelle fondamenta resta tale e quale a quella che era negli anni ’80,  una mafia che sa votare bene quando è ora di votare e che sa sparare bene quando è ora di sparare.

TI POTREBBE INTERESSARE ANCHE

Invia un commento

Il tuo indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati con (*).

*

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.