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“Il mio impegno contro le mafie viene da lontano”. Ecco perché minacciano Giuseppe Bascietto

 
Cosa c’è dietro le ultime minacce al giornalista Giuseppe Bascietto? Quali interessi ha “intaccato” con il suo libro e perché la mafia è stata così spudorata da scrivere sul profilo pubblico del giornalista? Lo spiega lo stesso Bascietto in una nota che ricostruisce in modo certosino qual è l’impero della mafia in quel pezzo dell’Italia profonda e come mai, ancora una volta, è la cronaca rigorosa a far paura.
“Il mio impegno contro le mafie parte da lontano. Da quando avevo 12 anni e frequentavo la seconda media. E non ho più smesso. Creando anche problemi seri alla mia famiglia. Le minacce di oggi, però, rispetto alle tante ricevute in passato sono differenti perché per la prima volta, dopo le prime minacce dei fratelli Carbonaro, i capi dell’omonimo clan Carbonaro-Dominante, che ha spadroneggiato su Vittoria dal 1987 al 1992, anno del loro arresto, si sono fatti avanti direttamente coloro che hanno un ruolo apicale all’interno dell’organizzazione criminale. E’ evidente il salto di qualità rispetto al passato. Con le minacce sul mio profilo pubblico questi signori hanno voluto inviare un messaggio chiaro non solo a me ma all’intera
comunità. Hanno voluto far sapere che sono loro a comandare e nessun altro. Loro sono gli eredi diretti del clan Carbonaro-Dominante. Ne hanno preso le redini dopo anni di gavetta, umiliazioni e arresti. Elio Greco comincia la sua carriera rapinando banche mentre i Consalvo e i Ventura si danno da fare spacciando droga per conto dei fratelli Carbonaro. Ma gli uomini di fiducia dei Carbonaro erano i Consalvo. Non a caso gestivano l’intero spaccio di droga della città di Vittoria. Sotto di loro i Ventura che non sono mai riusciti ad andare oltre il rango di spacciatori. Inizia così l’ascesa economica e criminale dei Greco, dei Ventura e dei Consalvo. Con i soldi delle rapine e dello spaccio della droga. Nel corso degli anni queste famiglie hanno subito arresti, condanne definitive e sequestri di beni e di aziende per oltre 110 milioni di euro. Una somma enorme di denaro che ci fa capire come dietro ci sia una organizzazione criminale strutturata e potente. Insomma queste famiglie dopo gli arresti dei loro capi si sono dati agli affari. In silenzio e senza sparare hanno investito e fatto fruttare il tesoro che i fratelli Carbonaro e Carmelo Dominante avevano lasciato nella cassa comune. Si parla, ma su questo cifre ufficiali non ce ne sono, esiste solo una frase che mi ha riferito  Claudio Carbonaro mentre mi raccontava la sua storia e quella dei suoi fratelli, di circa 20 miliardi di lire degli anni Novanta. Forse qualcosa in più. Con l’arresto dei Carbonaro e di Carmelo Dominante e il ritrovamento di quel tesoretto i superstiti si spartiscono i soldi della cassa comune facendoli fruttare. Da allora solo un morto ogni tanto e la strage del 2 gennaio 1999 eseguita da esponenti del clan Madonia-Rinzivillo come risposta alla strage di Gela del 1990. Per il resto solo affari all’ombra dei Monti Iblei con la compiacenza di professionisti senza scrupoli, ossia di quell’area grigia dove si mischiano e si fondono interessi e connivenze e dove proliferano professionisti senza un’etica e un’anima. E’ qui che
bisognerebbe concentrare analisi e indagini per capire chi ha coperto le tracce di quel fiume di denaro e ha permesso a queste famiglie di far fruttare i soldi sporchi di sangue del traffico e spaccio di droga, delle estorsioni, dell’usura. Tra i vari messaggi ricevuti da Giacomo Consalvo e Alberto Greco, ne spicca uno in particolare. Il messaggio del figlio di Roberto Salerno, esponente di spicco del clan Madonia-Rinzivillo, che afferma apertamente: ‘La situazione è alquanto schifosa. Da parte mia, sembra che voi prendete spunto per salire di livello sputtanando e infangando la gente di cose che al 90 per cento sono inventate, fatevi una vita! Giuseppe Bascietto’. Naturalmente non è una minaccia reale, ma quello che preoccupa all’interno del messaggio è quel ‘voi’ chiaramente riferito a me e a Paolo Borrometi. In altre parole loro ritengono che il lavoro svolto da me, con la pubblicazione del mio libro ‘Stidda, l’altra mafia raccontata dal capo clan Claudio Carbonaro’, e da Paolo Borrometi sia pericoloso per la tranquillità dei loro affari”.

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