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#2GIUGNO – Una Festa della Repubblica molto diversa

 

Alla vigilia del più drammatico 2 giugno dal 1946, cioè da quando è nata la Repubblica Italiana, il governo ha creduto di fare una scelta di unità nazionale decidendo di far rimuovere l’intero paese il 3 giugno e non procedere – come pressochè tutto il mondo scientifico chiedeva – con flussi differenziati in base alla reale diffusione del virus nelle singole regioni. L’obbligo di scegliere fra i due interessi in gioco, quello alla salute e quello dell’economia, è rigorosamente della politica, dunque del governo.

La guida come sempre dovrebbe essere la nostra carta costituzionale. Ci spiega Gustavo Zagrebelsky che la Costituzione ci dice che la vita e la salute sono valori primari che valgono per tutti; che la vita d’ ogni essere umano ha la medesima dignità e non può essere pesata, cioè relativizzata chissà secondo quali parametri; che le spese destinate alla salute devono stare in cima alla lista e non in fondo come un residuo; che lo stato sociale non può sacrificarsi a nessun idolo produttivistico.

Sabino Cassese specifica inoltre che «Il fatto che per motivi sanitari possano esser disposti limiti alla libertà di circolazione mette in primo piano il diritto alla salute rispetto alla libertà di circolazione».

Si potrebbe procedere per pagine e pagine di citazioni dei migliori giuristi italiani, ma il concetto è chiaro: il governo poteva e può decidere senza conflitti istituzionali come regolare gli spostamenti dei cittadini di tutta Italia o di ogni singola regione o comune (del resto non si chiusero subito Codogno e la lodigiana?) per motivi di salute pubblica.

Ora che il governo ha scelto di riaprire tutto prescindendo dai diversissimi indici di epidemia presenti nelle diverse regioni abbia però la trasparenza di spiegare ai cittadii tutti, anche quelli di chi come in Basilicata sono fermi da tre mesi avendo avuto un centinaio di contagi, i reali motivi di questa decisione.

Ma In questa situazione, l’unica cosa da non fare, quale che sia la decisione che si prende, è di nasconderne il costo. Perché se lo si nasconde, o non lo si riconosce solennemente, quel che si pagherà è un sovracosto, il sovracosto di non dire tutta la verità. E lo pagheranno anche quegli italiani che, in stragrande maggioranza, vogliono solo “ripartire”.

Anzitutto i dati della Lombardia. Negare l’evidenza è difficile e per gli scienziati lo è anche di più. Alcuni sono usciti di scena. Altri si arrampicano sugli specchi, altri hanno imparato a dire “non lo so”, altri parlano della prevalenza del costo economico su quello sanitario. Non uno che non fosse un politico lombardo ha potuto rispondere con cifre e numeri a Cartabellotta, presidente del Gimbe, che ha dimostrato in modo matematico i dati falsati della Lombardia.

Finite le campagne martellanti sulle misure da mantenere, il tema della politica e dei media è come e dove trascorreremo le vacanze. Il follow up dei malati di Covid, la diffusione del contagio che prosegue nella stessa città di Milano, i malati oncologici trascurati e forse alcuni ormai giunti a fasi irreversibili, i soggetti fragili abbandonati ancora a loro stessi nelle case dove li stanno salvando i familiari e i soldi, se ne hanno: niente di tutto questo fa ormai notizia. Per questo – e come me tantissimi – non ho proprio niente da festeggiare e apprezzo che il capo dello stato il 2 giugno vada a Codogno e dedichi il concerto del Quirinale a quelle decine di migliaia di morti, soprattutto della Lombardia, che dal primo giorno ci sono stati definiti “anziani e con patologie pregresse”. Moltissimi erano di quella generazione che al 2 giugno, alla democrazia, alla fine della dittatura nazifascista, ci ha fatti arrivare e poi nascere e crescere a prezzo dei loro sacrifici in un paese libero.

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