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Hong Kong, i giorni della fine

 
Ciò che sta accadendo a Hong Kong ci riguarda: profondamente e da vicino. La distruzione di ogni minima parvenza di democrazia, la scomparsa di ogni speranza, le dimissioni di Joshua Wong dalla guida del movimento Demosistō, che peraltro si è sciolto dopo l’approvazione della legge sulla sicurezza nazionale nell’ex colonia britannica da parte del Parlamento cinese, tutto questo non può lasciarci indifferenti.
Di fronte a un popolo in rivolta, alla disperata ricerca di un futuro, schiacciato dall’arroganza di un regime dittatoriale, perché tale è il governo di Pechino, e dall’insipienza di un governatrice, Carrie Lam, che non perde occasione per dimostrare tutta la propria inadeguatezza, la comunità internazionale ha il dovere di intervenire. Anche perché, se l’Europa dovesse continuare a rimanere in silenzio, spettatrice inerte al cospetto della barbarie, non c’è dubbio che Trump lo considererebbe un ulteriore via libera, specie se si considera che a novembre si celebreranno le Presidenziali e che anche fra i più accaniti anti-trumpisti democratici l’opinione nei confronti dell’esecutivo cinese è, a dir poco, pessima.
Sono, dunque, i giorni della fine: per un sistema e per una certa idea del mondo. Siamo di fronte alla dissoluzione di antichi equilibri, allo sconvolgimento planetario delle gerarchie e dei rapporti di forza, alla devastazione di un modello di sviluppo che non regge più da tempo ma rischia di essere sostituito da una visione ancora più pericolosa e aberrante.
La solitudine di una ribellione ignorata, il silenzio di una battaglia incompresa, la ferocia di un regime opprimente e le conseguenze mondiali di questa polveriera piantata nel cuore dell’Asia sono elementi essenziali per definire il nostro futuro e comprenderne i contorni.
Un’Unione Europea autocentrata, pavida e incapace di far sentire la propria voce in difesa delle più elementari libertà, da quella d’espressione a quella di associazione politica, è sostanzialmente una comunità defunta, priva dell’autorevolezza necessaria per far valere le proprie posizioni in qualsivoglia contesto. Non capirlo, voltarsi dall’altra parte e pensare di poter beneficiare degli accordi, per giunta rigorosamente bilaterali, dunque, nel caso specifico, truffaldini data la differenza di dimensioni, con un paese tirannico nei modi e liberista nelle prospettive, significa chinare il capo di fronte ai due demoni che hanno squassato l’Occidente e reso assai più difficoltosa la gestione della pandemia. Sarebbe, insomma, la fine, proprio come temiamo che stia accadendo a Hong Kong nell’indifferenza di molti e nell’interessata acquiescenza di troppi.

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