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Giuliano Montaldo, “perché se libero un uomo muore” 

 
È molto difficile, almeno per me, dire chi sia Giuliano Montaldo. Non solo perché ho avuto l’onore di conoscerlo, essendo uno dei garanti della nostra associazione, ma perché la stima che nutro nei suoi confronti è talmente alta che ogni parola potrebbe risultare retorica o comunque eccessiva. Eppure, volendo fornire una definizione di questo splendido novantenne, si può dire che sia stato uno dei massimi interpreti del cinema italiano e che, per nostra fortuna, lo sia ancora, considerando che una delle sue ultime fatiche risale a qualche anno fa e denota una capacità superiore non solo di narrare ma anche di vivere la sublime arte del cinema.
Del resto, il partigiano Montaldo sarà sempre il regista di “Sacco e Vanzetti”, con due attori, Gian Maria Volontè e Renato Cucciolla, che non si sono limitati a interpretare i due anarchici italiani condannati alla sedia elettrica nell’agosto del ’27 e riabilitati da Michael Dukakis, allora governatore del Massachussets, solo mezzo secolo dopo: sono stati Sacco e Vanzetti, lo sono diventati in ogni fibra, al punto che quando uno pensa a loro rivede quei volti e quell’interpretazione. E che dire della colonna sonora, di quell'”Here’s to you” cantata da Joan Baez e divenuta un inno globale contro la pena di morte, tanto che qualche anno fa andammo a suonarla e a intonarla sotto l’ambasciata egiziana per reclamare verità e giustizia per Giulio Regeni?
Montaldo non ha mai smesso, e mai smetterà, di essere cittadino e partigiano, come si evince anche dal suo amore per i giovani e dalla sua indomita passione civile, per nulla scalfita dal declino della nostra società e sempre in grado di pungere: sul grande schermo e nella vita quotidiana.
Se dovessi usare un aggettivo per descrivere il suo cinema, anche negli aspetti più leggeri e divertenti, direi che si tratta di un cinema resistenziale, colto come quello di tutti i grandi registi del Ventesimo secolo e dei migliori fra i contemporanei, potente, sempre efficace, mai scontato o banale, mai stucchevole né incline a qualsivoglia forma di volgarità.
Non a caso, in “Tutto quello che vuoi”, essendo anche un ottimo attore, veste i panni di Giorgio Gherarduci, un poeta ormai anziano e prossimo alla fine che viene a contatto con una banda di ragazzacci, piuttosto ignoranti e interessati unicamente al denaro e alla bella vita. Attraverso la sua storia, il suo carisma e la sua narrazione di un’esistenza straordinaria, riuscirà a far breccia nei loro cuori, a cambiarli e a renderli migliori, in un confronto intergenerazionale che anticipa tematiche attualissime come l’alleanza nonni-nipoti che, da Sanders in giù, è uno dei capisaldi della fase politica contemporanea. E non è certo casuale che, a un certo punto del film, ci sia un omaggio a Pertini, il presidente partigiano che, al pari di Montaldo, aveva la capacità di farsi amare da tutti e, in particolare, dai più giovani.
Lo incontrai per la prima volta nel 2017, era febbraio, gli scrissi una mail e mi rispose con estrema gentilezza. Poi lo rividi in maggio: era in prima fila nella battaglia per Giulio Regeni.
Un combattente, uno che non si è mai tirato indietro, uno che ci è sempre voluto essere e continua a vivere in trincea.
“Perché se libero un uomo muore”. Buon compleanno, Maestro!

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