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Turchia, Saviano rilancia la campagna #freeahmetaltan. Dal 12 novembre lo scrittore turco è di nuovo in carcere

 

Finalmente anche il mainstream, grazie a Roberto Saviano e Fabio Fazio, ha acceso i riflettori sulla Turchia e sull’accanimento nei confronti di Ahmet Altan. Nel corso della trasmissione “Che tempo che fa” lo scrittore italiano minacciato di morte dalla camorra ha ripreso la campagna per chiedere la liberazione di Altan con l’hastag #freeahmetaltan, lanciato dall’Advocacy Turkey Group, di cui dal primo momento fa parte Articolo 21, che da oltre tre anni segue i processi nei confronti di giornalisti e intellettuali incriminati di terrorismo. L’accusa per lo scrittore turco: avere inviato, durante un programma tv, “messaggi subliminali” per favorire il golpe tentato contro il presidente turco Recep Tayyip Erdogan nel luglio del 2016.
Saviano aveva già firmato tempo fa un appello per chiedere la liberazione di Altan a cui avevano aderito decine di  autori tra cui Julian Barnes, Ian McEwan, Herta Mueller, J.M. Coetzee, Orhan Pamuk, Michael Ondaatje e Elena Ferrante.

La gioia per la scarcerazione di Ahmet Altan lo scorso 4 novembre, dopo tre anni di carcere, era durata pochi giorni.  Esattamente otto.
Un vero e proprio terrorismo psicologico nei confronti di Altan che ha la sola colpa di essere un uomo e un intellettuale libero.

Il giorno del suo ritorno a casa avevamo tirato un sospiro di sollievo e speravamo di aver riposto per sempre nel cassetto dei brutti ricordi l’hastag #freeahmetaltan. Così non è stato. Dopo la scarcerazione di Nazli Ilicak e di Ahmet, per quest’ultimo è stato richiesto un nuovo arresto, puntualmente eseguito.

I veterani del giornalismo turco, 76 anni lei, 69 lui,  erano tornati liberi in attesa dell’Appello dopo che la Corte Costituzionale aveva annullato l’ergastolo aggravato a cui erano stati destinati dal verdetto in primo grado che aveva portato all’isolamento per entrambi, con una sola ora d’aria al giorno e restrizioni severe per le chiamate e le visite dei familiari.

La sentenza era stata emessa dal Tribunale penale di Istanbul al termine del processo che li vedeva accusati di aver tentato di “rovesciare l’ordine costituzionale attraverso l’uso della forza e della violenza”. Imputazioni contestate anche ad altri tre imputati, il giornalista Şükrü Tuğrul Özşemgül, Fevzi Yazıcı, esperto designer, e Yakup Şimşek, art director, tutti collaboratori del quotidiano Zaman.
Tutti loro nessun’altra ‘colpa’ avevano se non quella di aver fatto il proprio mestiere.
Ahmet e Mehmet Altan erano stati entrambi arrestati il 10 settembre 2016, mentre la Ilicak e gli altri tre erano finiti in carcere nella prima retata del regime subito dopo lo sventato golpe.
Ora Altan dovrà scontare 10 anni di carcere per accuse completamente inventate.
I continui attacchi alla libertà di stampa in Turchia evidenzia come lo stato di diritto nel Paese sia stato sgretolato.
In un rapporto realizzato da Amnesty International è evidente la prolungata e crescente repressione che pregiudica non solo il diritto alla libera espressione ma anche il fondamentale lavoro dei difensori dei diritti umani.
Amnesty denuncia da tempo l’azione repressiva di Erdogan che ha colpito buona parte di quella che una volta era una vibrante e indipendente società civile.
La repressione su scala nazionale ha determinato arresti e licenziamenti di massa, ha svuotato di significato il sistema giudiziario e ha costretto al silenzio i difensori dei diritti umani attraverso minacce, intimidazioni e detenzioni.

“Se l’arresto di giornalisti e attivisti può aver fatto notizia, l’impatto profondo della repressione sulla società turca nel suo complesso è difficile da quantificare ma non meno reale”, ha dichiarato Gauri van Gulik, direttrice per l’Europa di Amnesty International.

“Le autorità turche si sono organizzate per smantellare metodicamente la società civile, imprigionare i difensori dei diritti umani, chiudere le organizzazioni e creare un soffocante clima di paura”, ha aggiunto van Gulik.

Divieti assoluti di svolgere raduni pubblici hanno pregiudicato il diritto di riunione e di manifestazione. Sono state aperte indagini penali nei confronti di oltre 100.000 persone e almeno 50.000 sono i detenuti in attesa di processo. Più di 107.000 dipendenti pubblici sono stati licenziati in modo sommario.

Per colpire e azzittire il legittimo e pacifico dissenso, le autorità turche ricorrono alleleggi antiterrorismo e ad accuse inventate relative al tentato colpo di stato. Noti giornalisti, accademici, difensori dei diritti umani e altri esponenti della società civile sono sottoposti ad arresti arbitrari, inchieste, processi iniqui e, se condannati, vanno incontro a lunghe condanne.

Oggi più che mai bisogna illuminare quanto avviene in Turchia e grazie al supporto di Saviano la campagna per la liberazione di Altan e degli altri operatori dell’informazione ingiustamente imprigionati è più forte.

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