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Crisi di governo: Articolo 21 giudicherà il nuovo governo dai fatti

 

In queste ore di consultazioni per uscire dalla crisi, come Articolo 21 non ci sentiamo di tifare per nessuno.
Siamo nati come associazione per denunciare il conflitto d’interesse di Berlusconi presidente del consiglio che controllava il 90 per cento delle televisioni e contro l’editto bulgaro che ha cacciato Biagi e Santoro dalla Rai; come siamo scesi in piazza contro i progetti per imbavagliare i cronisti sulle intercettazioni e, ancora, contro i tagli ripetuti ai contributi all’editoria che hanno determinato la chiusura di tante testate anche storiche. E non da oggi: ricordiamo la protesta davanti Montecitorio contro la linea sostenuta dall’allora sottosegretario Luca Lotti. Come di recente abbiamo sostenuto la mobilitazione che ha portato, per ora, a salvare Radio Radicale, e continuiamo a denunciare l’obiettivo di prosciugare definitivamente i fondi per l’editoria perseguito dal sottosegretario Crimi, che ha voluto avviare gli Stati generali dell’informazione con approccio autoritario e continuando a sventolare la minaccia di sciogliere l’Ordine dei giornalisti, misura che finirebbe per togliere qualsiasi ruolo pubblico ai giornalisti; ruolo che al contrario è riconosciuto dalla stragrande maggioranza dei costituzionalisti.

Abbiamo manifestato contro i ripetuti, e di diversi colori politici, accordi con la Libia per bloccare nei lager i migranti che cercavano di sfuggire a guerre, povertà, persecuzioni. Come oggi denunciamo la disumanità di entrambi i decreti sicurezza approvati dal governo gialloverde, e chiederemo che sia accertata la violazione dei principi costituzionali come di tutte le principali fonti del diritto internazionale.

Siamo sempre stati al fianco di croniste e cronisti perseguiti da autorità e organi inquirenti per le loro inchieste, obiettivi di querele e liti temerarie, minacciati e aggrediti da mafie e fascisti (curiosamente due “gruppi di pressione” che sono assenti da qualsiasi provvedimento mirato alla presunta “sicurezza”); e abbiamo preteso, non chiesto, che lo Stato si faccia carico della loro protezione e protestando ogniqualvolta il Viminale (di recente il ministro Salvini, ma non è il primo) ha ventilato la riduzione di questa protezione e delle scorte che la garantiscono, come arma di pressione contro chi si permetta di scrivere e parlare criticando l’operato del governo.

Per tutti questi motivi, non possiamo che chiedere una forte discontinuità: a cominciare dai decreti sicurezza con le norme liberticide sulle manifestazioni (e la pratica consolidata di bloccare ogni espressione di dissenso usando forze dell’ordine e persino i mezzi dei vigili del fuoco); siano riaperti i porti e riattivate le politiche di accoglienza, siano colpiti i messaggi di odio e perseguiti i propagatori di bufale e hatespeech; si ristabilisca la libertà d’insegnamento e la democrazia nelle scuole e università.

Purtroppo, dobbiamo registrare un inquietante silenzio, o perlomeno una deprimente ignoranza, a proposito della grande questione dell’informazione. Un segnale che non promette bene, e che ci impone di chiarire i punti su cui insisteremo nei prossimi mesi, se non ci sarà un reale cambio di passo: si rimetta mano a una riforma dell’editoria che garantisca la sopravvivenza ai media indipendenti, che riconosca dignità al lavoro giornalistico in tutte le sue forme e si approvi una volta per tutte una legge che fermi le liti temerarie e colpisca chi, politici, imprese, privati e pubbliche amministrazioni, le usano come bavaglio di fatto; si ridiscuta di Rai, sottraendola al controllo dell’esecutivo; infine si vari una vera legge per mettere fine al conflitto d’interesse, di chiunque lo eserciti.

Tutto questo non può restare sulla carta: il programma è importante, ma non prescinde da un cambio di persone che se ne faranno carico e una ripresa di confronto paritario con enti di categoria e associazioni che non hanno mai rinunciato al proprio ruolo di difensori della Costituzione. Su queste basi giudicheremo il prossimo governo, qualunque esso sia, e su queste basi saremo pronti, se necessario, a tornare in piazza.

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