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La comunicazione è un diritto

 

«Nel pomeriggio vai alla sessione sui diritti?» mi chiede un’amica a fine mattina mentre usciamo dalla sala, grande e affollata, dove si tiene il convegno nazionale della Diaconia Valdese su “S-CONFINATE LIBERTA”. «No, vado alla sessione sulla comunicazione» rispondo io, aggiungendo poi, dopo un attimo di silenzio, «la comunicazione è un diritto».  Siamo a Milano, è il 24 gennaio e dopo una mattinata interessantissima il pomeriggio non sarà da meno. Mentre andiamo verso la pausa gastronomica, con un primo, il risotto alla milanese, che gioca in casa e accoglie gli ospiti al Centro Fondazione Cariplo, illuminato da una inaspettata giornata di sole, mi chiedo perché ho fatto, o mi sono sentita in dovere di fare, quella precisazione. Da un avvocata ci si aspetta che vada alla sessione sui diritti, e dunque perché non rimanere in un ambito, che si preannuncia anch’esso molto interessante su “Confini, Organizzazioni, Diritti”? Perché anche l’altro incontro, su “Hate news, fake news“ e “Attacchi … alla pluralità della informazione …”, nella sessione su   “Comunicazione buona o buona comunicazione?”  riguarda le regole e dunque è diritto. Diritto che tratta delle fondamenta del legame sociale e della cittadinanza, che si occupa del valore della parola e che ha come fine la comunicazione responsabile, leale e sobria, non manipolatoria né menzognera: solo così , come amiamo ricordare noi di FronteVerso  Network (www.fronteverso.it) «la parola è un’opera pubblica», base per riflessioni e decisioni, partecipate e democratiche volte al convincimento e non alla persuasione.

In una sala gremita, con molte persone in piedi, l’incontro è condotto fluidamente da Gian Mario Gillio, direttore dell’agenzia stampa Nev e giornalista di Riforma. Apre l’incontro la relazione del Moderatore della Tavola Valdese, Eugenio Bernardini, che sottolinea, tra l’altro, che «è sulla comunicazione che si gioca la partita della manipolazione» e che per «mantenere vivo il gioco democratico occorre che l’informazione si basi su dati di fatto». Richiamando poi il Manifesto di Assisi, sottolinea «l’importanza dell’uso corretto delle parole per una buona comunicazione  e non per … una comunicazione buona».

Segue Alhallak Abdullah, giornalista e scrittore siriano, autore del libro “Un vulcano chiamato Siria”, che non senza commozione, sua e nostra, ricorda il suo lavoro, e la sua vita sotto la censura, ricordando anche l’autocensura, per quella che – non errando – potremmo anche definire legittima difesa. Molto interessante è anche l’intervento di Daniela De Robert, della Autorità garante nazionale dei diritti dei detenuti e delle persone prive di libertà. Particolarmente interessante è il punto sulle  “biciclette”:  le notizie che – nel gergo carcerario –  partono, con una pedalata, da un elemento di verità a cui poi, con altre pedalate, si aggiungono, successive distorsioni che la fanno concludere, a proposito della propagazione delle fake news via web che «radio carcere è arrivata prima e meglio dei social». Segue l’analisi molto accurata di Paola Barretta, dell’Osservatorio di Pavia e per l’Associazione Carta di Roma, accompagnata da molte slides, con cui documenta, tra l’altro, gli effetti della veemenza del linguaggio della politica sulla informazione e sulla percezione, a fronte di dati che non legittimano né l’una né l’altra.

Conclude il Presidente dell’Ordine dei Giornalisti della Lombardia, Alessandro Galimberti, che sottolinea l’urgenza di uscire dallo «schiamazzo indegno dei social», dove si casca nel gioco della polarizzazione e delle partigianerie – aggressività e contro aggressività – allontanandosi dalla ricerca della verità dei fatti mentre invece oggi l’obiettivo e l’impegno è quello di «riconnettere la società».

da Riforma.it 

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