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Cittadini Reattivi: quando l’inchiesta nasce dal basso. Un caso da raccontare. Intervista a Rosy Battaglia

 

L’inchiesta “La rivincita di Casale Monferrato” non avrebbe visto la luce se non ci fossero stati 180 cittadini che hanno deciso di partecipare al crowdfunding lanciato l’estate 2017 sulla piattaforma Produzioni dal Basso promosso da Banca Etica. Senza questi 180 cittadini, enti e associazioni non sarebbe stato possibile dare voce alla comunità resiliente di Casale Monferrato che non si arrende alla strage umana e ambientale causata da Eternit, la più grande fabbrica di cemento-amianto d’Europa.

Tutto nasce da Cittadini Reattivi, progetto di video, data e civic journalism ideato e realizzato dalla tenace giornalista indipendente Rosy Battaglia per documentare e intercettare i bisogni di informazioni delle comunità come quella di Casale Monferrato.

Dal 2013 Rosy Battaglia documenta con le sue inchieste le lotte di coloro che che si battono per la tutela dell’ambiente e della salute in Italia, contro ecomafie e corruzione. Ha grandi e concreti progetti per formare nuove generazioni di reporter al giornalismo di comunità. Noi abbiamo quindi deciso di intervistarla per capire meglio questa nuova frontiera del giornalismo investigativo e come si può produrre un’inchiesta attraverso una rete di cittadini consapevoli.

Perché hai deciso di raccontare Casale Monferrato? Come nasce il tuo legame con questa storia ?
Tutto parte nel 2013 proprio da “cittadini reattivi” che era il titolo di un’inchiesta sulle comunità che vivevano sui siti contaminati che ho potuto realizzare grazie ad un bando della Fondazione Ahref che avevo vinto per sviluppare un progetto investigativo ad alto interesse civico e sociale. Avevo già lavorato su questi temi per lettera 43. Avevo già lavorato su questi temi per lettera 43, ma mi rendevo conto che dovevo continuare a farlo in un modo diverso e più ampio. Incominciai quindi ad indagare e presentai l’inchiesta in anteprima al Festival Internazionale del Giornalismo di Perugia ad aprile 2013. L’8 aprile 2013, alla presentazione del Piano Nazionale Amianto per la prima volta andai a Casale, uno dei siti di interesse nazionale e scoprii la complessità del tema. Iniziarono così i miei quattro anni di lavoro su questa storia. La particolarità fu che oltre a produrre la prima inchiesta, misi tutto online, con una mappa, chiedendo ai cittadini di contribuire alla raccolta delle informazioni nel tempo. Questo mi ha permesso di tenere i fili delle vicende nei vari territori.

In tanti hanno raccontato la storia di Casale. Che cosa ha di diverso questa inchiesta?
Di Casale i media parlano ancora in negativo, io invece in questi anni di approfondimento ho visto anche altri aspetti che andavano raccontati, come la sua resilienza. Vicende che ho visto nascere ed evolvere anche a fronte del doppio legame che ho sviluppato in questi anni di lavoro: da una parte la giornalista investigativa che cerca di raccontare e dall’altra il mio coinvolgimento nella comunità. Questa è stata la chiave che mi ha permesso di raccontare Casale in modo completamente diverso da come ha fatto il resto della stampa. Avevo provato a proporre a delle redazioni la mia idea, ma la risposta che continuavo a ricevere era che non interessava questo mio punto di vista. Ho cercato di spiegare che io vedevo altro rispetto a quello che raccontava da sempre la cronaca. Il tempo e l’inchiesta che ho realizzato grazie al progetto di crowdfunding mi hanno dato ragione. Ho scoperto poi, grazie a Beppe Giulietti, che senza saperlo avevo seguito l’invito di Santo Della Volpe: quello di non abbandonare Casale Monferrato e la sua lotta contro l’amianto.

Puoi raccontarmi meglio come hai reso sostenibile la produzione?
Dobbiamo essere molto chiari: il crowdfunding, (che ha raccolto 8000 euro sui 15000 che avevamo come obiettivo) anche se è stato un successo, grazie alla community che ho coltivato in questi anni, non è stato sufficiente a coprire tutte le spese. Sono giornalista freelance da cinque anni e la somma di quanto mi sono state pagate le inchieste dai media tradizionali non supera quanto io ho raccolto con il crowdfunding l’anno scorso. Inoltre sulla parte produttiva abbiamo cercato di contenere i costi di produzione.

Sulla base della tua esperienza che suggerimenti hai per fare un buon progetto di crowdfunding?
E’ sicuramente importante scegliere bene il periodo e guardare l’opportunità. Il bando a cui noi abbiamo partecipato era promosso da Banca Etica per sostenere progetti di narrazione sulle sostenibilità ed è stato lanciato in estate e chiuso a metà settembre, ma probabilmente se fossimo andati avanti altri 15 giorni avremmo raggiunto il nostro obiettivo di raccolta. II progetto, inoltre, non deve essere solo sulla carta, ma deve corrispondere ad un bisogno di informazione di una comunità. Coinvolgere i cittadini è fondamentale. Le statistiche della nostra raccolta ci dicono che le persone che hanno risposto alla nostra richiesta di sostenerci lo hanno fatto perché hanno riconosciuto un valore nel nostro lavoro.

Come si riesce a tenere questo legame con la comunità nel fare un’inchiesta?
Non ci si può improvvisare giornalisti di inchiesta né tantomeno giornalisti di comunità. Per arrivare a certi risultati come successo con cittadini reattivi il lavoro è duro e impegnativo. E’, inoltre, pericoloso occuparsi di alcune questioni. Bisogna quindi formarsi e allo stesso tempo entrare in contatto con le comunità. Questo è un modo diverso di fare inchiesta. Quello che mi ha permesso di essere sostenuta in questa produzione è che cittadini reattivi è sempre rimasto a disposizione e ha continuato a raccontare e a denunciare. E’ un esempio di giornalismo di interesse pubblico al servizio dei cittadini.

Puoi spiegare meglio che cosa significhi essere giornalista di comunità?
E’ quel giornalista che media le informazioni che arrivano dai cittadini, le elabora, le verifica e poi le rende note. Come successo nel mio caso, i cittadini decidono di sostenere la tua idea giornalistica perché si ritrovano nel tuo lavoro. Il civic journalism fa riferimento a tutto questo. Nel giornalismo italiano questo meccanismo si è purtroppo perso.

Un giornalismo dalla parte dei cittadini, quindi?
Io in verità ragiono su dati, approfondimenti, investigazione, interviste e verifiche. Alle volte vengo accusata di essere troppo dalla parte dei cittadini e di non avere quel distacco che altri colleghi hanno. Ma io chiedo: “essere super partes cosa vuol dire? Forse non è essere dalla parte dei cittadini, piuttosto che essere dalla parte dell’economia e dei poteri politici?”.

Che prezzo ha questo tipo di giornalismo?
Ho perso contratti di lavoro con le mie inchieste e ricevuto pressioni. Nessuna querela, almeno fino ad ora, anche perché lavoro su dati pubblici o che io stessa con il mio lavoro ho fatto aprire, penso alla banca dati sull’amianto, sui siti contaminati o sui rifiuti. Fare il watchdog del potere costa lacrime e sangue.

L’esperienza con Produzioni dal basso come è stata?
Ci siamo trovati bene al punto che continueremo ad usarla in futuro.

Ora su cosa state lavorando?
Stiamo producendo un secondo documentario sulla vicenda di Brescia. E’ un lavoro molto più complesso di quello fatto su Casale. Brescia è una delle città più ricche e industrializzate di Italia ed Europa, ma anche una delle più contaminate. Sto cercando di non abbandonare luoghi come questa città e provincia che, numeri alla mano, ha una situazione peggiore della terra dei fuochi.

 

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