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Giornalisti Co.Co.Co. Sfruttamento legalizzato che questo Governo si ostina a non voler abrogare

 

“L’attacco alla libertà di stampa e ai giornalisti è come un ‘tic’ del potere”. Un riflesso incondizionato. Che salta fuori, manco a dirlo, a fronte di critiche o voci dissonanti (vivaddio) rispetto alla compagnia cantante che, più o meno segretamente, tutti governi sognano. Come giustamente ha fatto notare Paolo Mieli, l’attacco agli organismi collettivi e di rappresentanza chiamati a mediare, a mettere criticamente in contatto la base con i vertici della società, non sono una novità (e quale corpo sociale è più “intermedio” dell’informazione?).

Nella crociata contro la stampa e le minoranze, questo Governo, in fin dei conti, non si sta inventando nulla. Ma da qualche tempo, soprattutto sui social, si assiste a una “esclation di Governo” nei modi (li vedremo tra un attimo) e nei contenuti (“sciacalli”, “puttane”) degli attacchi, che iniziano seriamente a preoccupare coloro che più hanno da perdere in questo strumentale gioco al massacro innescato dai 5 stelle.

Sto parlando dei “giornalisti precari”.

A noi giornalisti sfruttati e sottopagati il vicepremier Di Maio si rivolge nelle ultime settimane. Noi, quelli che tengono in piedi, nelle periferie, una dorsale dell’informazione degna di questo nome per milioni di cittadini. Noi, che oggi siamo inquadrati come COCOCO: forma di sfruttamento legalizzata che questo Governo si ostina a non voler abrogare. Noi, che da freelance dobbiamo contrattare con committenti forti (gli editori) compensi che, infatti, sono sempre da fame. Ecco. Il refrain di chi pratica il motto “dividi et impera” risuona ogni volta che un esponente 5 stelle interviene sul tema “informazione precaria”. Il refrain di chi vorrebbe una “guerra tra poveri” tutta interna alla categoria giornalistica per governare sulle macerie della professione.

Da cronista precario, e soprattutto da rappresentante sindacale dei colleghi con cui condivido storia professionale e passioni ideali nell’ingrato mestiere del racconto del reale, vi dico: non provateci.

Non permetteremo al Governo, ne a qualche sottosegretario di lanciare la palla in tribuna. La partita è già “apparecchiata”, dovete solo avere il coraggio di giocarla. Legge 233/2012, ossia Equo Compenso per la professione giornalistica è lì, in attesa che il Governo riconvochi la Commissione per definire i minimi di pagamento per garantire l’indipendenza die giornalisti non dipendenti. Gli emendamenti che puntavano alla lotta al lavoro irregolare con l’abolizione dei COCOCO li avete bocciati. Le tabelle di “liquidazione giudiziale dei compensi” per laprofesisone giornalistica potreste definirle con un banale decreto del ministero vigilante dell’Ordine, quello del Guardasigilli, Alfonso Bonafede. Ma tutto questo non sembrate intenzionati a farlo. Se la vostra intenzione, come pare, è quella di creare e fomentare divisioni nella comunità giornalistica sulla base di un’inelegante propaganda politica di basso rango, allora sappiate che i giornalisti precari scenderanno in piazza. Come è stato fatto recentemente in Emilia: i giornalisti non-dipendenti e i giornalisti assunti in piazza per mettere di fronte Governo ed Editori alle tante responsabilità che condividono sulla pelle dei giornalisti sfruttati.

Occorre dire che dal punto di vista economico e sociale, siamo di fronte a un comparto, quello editoriale, che in dieci anni ha perso la metà del suo valore economico (2008-2017 (dati Inpgi, Istat e AgCom). Un settore che ha lasciato per strada migliaia di donne e uomini, giornalisti e poligrafici. Che ha vissuto riorganizzazioni aziendali “lacrime e sangue” che non hanno risparmiato (quasi) nessuna redazione. L’articolo 21 della Costituzione, la libertà di stampa, di opinione e di espressione delle minoranze la comunità giornalistica le tutelerà in modo unitario. Siamo una comunità che deve rialzarsi dalla polvere in cui è finita anche con le spinte bullesche di cinque multinazionali (Facebook, Google, Apple, Amazon, Microsoft) che esentasse hanno scippato più del 30% dei ricavi in cinque anni. Così mentre un terzo delle ricerche sui motori di ricerca sono finalizzate a trovare una “notizia”, prodotta da una redazione e magari da un giornalista pagato 5 euro a pezzo, voi vi ostinate a tirare per la giacchetta i giornalisti precari. Basta.

Dal primo Direttore del quotidiano nazionale, all’ultimo precario di provincia pagato al pezzo, senza rimborsi spese, e che con questi mezzi dovrebbe fare da cane da guardia, per conto dei cittadini, ai poteri locali e non solo, arriverà una risposta chiara e unitaria. Nessuno si salva da solo.

Per questo invitiamo il sottosegretario Manlio di Stefano, che ha già dimostrato di adorare i modi di governo e di ricerca del consenso di Vladimir Putin, a non mostrare pigli da “bullo” sul tema. Parla di “porte che si aprono e porte che si chiudono” riferendosi al tendenzioso confronto offerto a Ordine dei giornalisti e Fnsi da Di Maio. Come ha ricordato il segretario Fnsi, Raffaele Lo Russo, “è una questione di rispetto e di dignità delle persone e degli organismi collettivi. Non si può essere insultati e poi correre da chi ti ha insultato facendo finta di niente”. Il sottosegretario 5 stelle, su Twitter, scrive: “Noi (il Governo, ndc) possiamo vivere bene anche senza (i giornalisti, ndc) ma abbiamo a cuore i giornalisti che lavorano sul serio (sic!) e vorremmo aiutarli”. È vergognoso che il Movimento 5 Stelle cerchi di strumentalizzare i giornalisti precari per fare bassa propaganda politica.

Di Stefano e le sue “porte aperte o chiuse” prova a intimidire gli enti della categoria. E’ assurdo che il Movimento 5 Stelle parli di tutela dei giornalisti più deboli, considerato che è stato proprio il governo a bocciare gli emendamenti sul contrasto al lavoro
irregolare e che annuncia un giorno ì e l’altro pure l’azzeramento del fondo
per l’editoria che metterà per strada un  migliaio di giornalisti e farà crescere l’esercito dei precari e dei disoccupati.

Non abbiamo bisogno di “bulli” sui social, ma di azioni concrete per arginare l’emergenza dello sfruttamento dei giornalisti precari in Italia. La palla è già, e non da oggi, nel campo del Governo. Che ci venga data una seria dimostrazione di interesse. Si abbandoni  il tema dei giornalisti sfruttati come “clava” della propaganda. Si faccia qualcosa per loro.

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