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Giornalista iraniano sbaglia una parola e rischia la pena di morte

 
Ha scritto “decesso” invece di “martirio” in un articolo e questo, secondo quanto riferisce l’ong Iran Human Rights, al giornalista iraniano Pouyan Khoshhal potrebbe costare la vita. L’articolo riguardava l’Imam Hussein, nipote del profeta Maometto e figura sacerrima per gli sciiti. Khoshhal l’aveva scritto il 21 ottobre per il quotidiano Ebtekar e riguardava i rischi per la salute dei milioni di iraniani che effettuano il pellegrinaggio annuale a Karbala, in Iraq, dove è sepolto l’Imam.
Ecco la frase incriminata:  “Ogni anno, i pellegrini si dirigono verso la città di Karbala in occasione del quarantesimo giorno dell’anniversario del decesso dell’Imam Hussein”. Il giorno dopo il direttore di Ebtekar, Reza Dehaki, ha pubblicato questo testo:
“In un nostro articolo, invece della parola ‘martirio’, per errore ne è stata usata un’altra. Ci scusiamo con l’Imam Zaman, con l’Imam Hossein e con tutti gli sciiti”.
Anziché difendere il suo giornalista, Dehaki lo ha licenziato in tronco dandolo in pasto alla collera dei social. Non si contano i tweet ingiuriosi e le minacce di morte nei confronti del povero Khoshhal.
Poi si è mossa la magistratura. Il 24 ottobre è stato emesso un mandato d’arresto, eseguito il giorno dopo, mentre  Khoshhal era nella sala imbarchi dell’aeroporto internazionale della capitale Teheran, pronto a rifugiarsi all’estero. L’accusa nei suoi confronti è di aver violato l’articolo 262 del codice penale islamico, che recita:
“Chiunque ingiuri o danneggi la reputazione del Grande Profeta (la pace sia con Lui) o di uno dei Grandi Profeti sarà condannato alla pena di morte”.
Pochi giornalisti hanno preso le difese di Khoshhal. Tra questi, voglio segnalare il tweet di Mahsa Jazini, giornalista del quotidiano Sharg:
“Quello che ha scritto Pouyan Khoshhal potrebbe essere davvero un errore. Il direttore e l’editore di Ebtekar hanno mostrato tutto il loro disonore licenziando Khoshhal e l’ondata di tweet contro di lui è assolutamente una disgrazia”.

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