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Adesso è certo e definitivo: l’Emilia è terra di mafia

 

Per chi, nonostante gli arresti dell’operazione Aemilia, ancora non ci credeva, per chi minimizzava e riteneva che «qui tanto abbiamo gli anticorpi», la sentenza arrivata ieri alle 23 dalla Cassazione non lascia spazio a repliche. In Emilia si è insediata e ha operato, almeno a partire dagli anni Ottanta, una cosca di ‘ndrangheta autonoma di cui hanno fatto parte soggetti capaci di intrattenere rapporti con il mondo economico, politico e istituzionale. Il primo troncone dell’operazione Aemilia, quello degli imputati che hanno scelto il rito abbreviato, è arrivato a giudizio definitivo ieri. L’udienza è cominciata alla mattina e la sentenza è arrivata in tarda serata: la Cassazione ha confermato 40 condanne, tra cui quelle del boss Nicolino Grande Aracri, di Nicolino Sarcone e Alfonso Diletto, entrambi ai vertici della cosca in Emilia. Per due soggetti minori la pena è stata ridotta, mentre per quattro imputati è stato richiesto un nuovo processo di appello: in due casi solo per un reato minore (mentre è stata confermata la condanna per associazione mafiosa). Tra coloro che dovranno tornare in appello, c’è Giuseppe Pagliani, l’unico politico ancora imputato in questa vicenda. Assolto in primo grado e condannato a quattro anni in secondo per concorso esterno in associazione mafiosa, per il consigliere comunale di Forza Italia di Reggio Emilia la Cassazione ha annullato la condanna, rimandando la decisione sulla sua posizione alla Corte d’appello.

Il giudizio della Cassazione è arrivato mentre a Reggio Emilia il dibattimento per i 149 imputati di Aemilia che hanno scelto il rito ordinario è alle battute finali: a metà ottobre c’è stata la 195esima udienza, l’ultima, e ora i giudici si sono ritirati in camera di consiglio per decidere.

Emilia terra di mafia, quindi. Ma si è davvero preso coscienza di questa realtà con tutti le implicazioni che comporta? Si è davvero capito perché gli appartenenti alla cosca sono riusciti a insediarsi nel territorio emiliano e per decenni portare avanti indisturbati i loro affari? Con chi hanno lavorato, da chi hanno ricevuto appoggi e concessioni? Ma soprattutto, c’è la consapevolezza che questa sentenza in Cassazione non è un punto di arrivo, ma un punto di partenza? Perché l’operazione Aemilia non ha risolto il problema della presenza della ‘ndrangheta in Emilia. Ci sono molte persone vicine alla cosca che sono tuttora libere. A Brescello – primo comune sciolto per rischio di condizionamento mafioso in Emilia Romagna – abito il fratello del boss, Francesco Grande Aracri. Ma non c’è solo lui. Non è logicamente pensabile che una cosca così ben ramificata su un territorio tanto ricco possa arretrare facilmente, nonostante i numerosi arresti. E i segnali di continuità con il passato, per chi volesse coglierli, ci sono tutti: i numerosi incendi sospetti di auto, per esempio. Per cui è importante, anche dopo questa sentenza della Cassazione, tenere alta l’attenzione sul territorio: una battaglia è vinta, la guerra continua.

Per ultimo ho lasciato una considerazione personale. In questo processo io sono parte civile: sono stata minacciata dal poliziotto Domenico Mesiano, accusato di concorso esterno in associazione mafiosa, perché con il suo ruolo ha aiutato e fatto favori a diversi appartenenti alla cosca. La Cassazione  ha confermato la pena di 8 anni e 6 mesi, comminatagli fin dal primo grado. E proprio dopo la condanna in primo grado, Mesiano aveva dichiarato ai giornali di essere un servitore dello Stato. No. I servitori dello Stato sono altri. Sono quelli morti in servizio, quelli che ogni giorno rischiano la vita facendo il loro lavoro, spesso malpagato, sono quelli che fanno le indagini scomode sapendo che non faranno mai carriera e che stanno lottando contro i mulini a vento, ma continuano perché è giusto, perché loro sì, sono servitori dello Stato.  Li vorrei ringraziare tutti, come vorrei ringraziare le persone che mi sono state vicine in questi anni, tante, troppe per elencarle qui. Un grazie particolare al mio avvocato Roberto Sutich, un grande professionista e un amico. Ringrazio anche l’Ordine dei giornalisti dell’Emilia Romagna e l’Aser che si sono costituiti parte civile al mio fianco in questo processo.

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