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Egitto, i nuovi giacimenti Eni e i profitti italiani all’ombra del regime di Al Sisi

 

Giovedì, 30 agosto. ore 15,10. L’Agi è la prima agenzia di stampa a mandare in rete una notizia che negli ambienti del mercato delle fonti di energia circolava già da giorni: l’Eni ha scoperto nel deserto occidentale egiziano un giacimento di gas dopo aver perforato un pozzo nell’ambito del prospetto esplorativo Faramid S-1X, situato nella concessione di East Obayed, tra i più importanti distretti in Egitto.
Un secondo lancio approfondisce la notizia riportando una nota della società con la quale annuncia che “la prima produzione è stata un successo con un’erogazione di 700.000 metri cubi di gas al giorno, confermando l’importante potenziale produttivo della concessione di East Obayed”.
Il comunicato dell’Eni precisa anche che si è “prontamente avviato uno studio per lo sviluppo commerciale di queste importanti riserve di idrocarburi” che, “in aggiunta al potenziale a gas della Concessione di Meleiha, potranno dare un
nuovo contributo alla produzione di gas per il paese”.
Stesso giorno, ore 18:04, l’Ansa batte un’importante notizia finanziario – economica: l’agenzia di rating Standard & Poor’s ha rivisto al rialzo il rating a lungo termine di Eni, portandolo ad ‘A-‘ con outlook Stabile. Lo annuncia il gruppo petrolifero, aggiungendo che confermava a ‘A-2’ il giudizio a breve termine. La decisione dell’agenzia, si legge nella nota, si basa sul miglioramento degli indicatori finanziari correnti e previsionali, ottenuti dall’Eni grazie alla riduzione dell’indebitamento e alla generazione di cassa.
Non passano 4 minuti che l‘Ansa con un secondo take riporta la dichiarazione dell’amministratore delegato dell’Eni Claudio Descalzi che commentando la notizia afferma di essere particolarmente soddisfatto di questo riconoscimento “che premia quanto fatto in termini di potenziamento del portafoglio della società, di ristrutturazione mid-downstream e di rafforzamento della situazione patrimoniale”.
Insomma stabilità e profitti in ascesa per l’azienda italiana che, come appare evidente da quanto descritto finora, deve gran parte di questi risultati all’Egitto dove è presente dal 1954 con investimenti per quasi 14 miliardi di dollari.
Dagli ultimi rendiconti pubblici sappiano
che Eni estrae gas dal giacimento di Nooros, nel delta del Nilo, petrolio nel deserto occidentale e ulteriori idrocarburi da un giacimento offshore in acque egiziane nel Mediterraneo. Solo da quest’ultima concessione le riserve stimate sono di 850 miliardi di metri cubi di gas.
A fronte di questo quadro è facile capire perché l’Italia sul caso di Giulio Regeni non abbia mai assunto, tranne che richiamare l’ambasciatore Massari a causa della totale mancanza di collaborazione dalle autorità egiziane, una posizione davvero ferma e intransigente.
Non abbiamo mai brillato per coerenza quando ci siamo trovati, come Paese, ad affrontare questioni che vedevano contrapposti interessi economici e diritti umani, ma sull’uccisione del giovane ricercatore di Fiumicello è stato superato l’inimmaginabile.
Dal rientro pretestuoso del nuovo rappresentante diplomatico al Cairo, Giampaolo Cantini, al rapporto con Al Sisi mai messo in discussione nonostante il brutale sistema di ‘controllo’ dell’Agenzia per la sicurezza nazionale che a lui fa capo; dal business italiano in crescita in Egitto, che oltre all’Eni coinvolge altre 130 aziende, al rafforzamento delle relazioni con il governo egiziano, confermate dalle visite di entrambi i vice premier, Salvini e Di Mail, è cristallino che il nostro governo non abbia alcune intenzione di pretendere che siano accertate i responsabili dell’omocidio Regeni, esecutori e mandanti.
Ed e per questo che, oltre a raccontare tali dinamiche, Articolo 21 continuerà a sostenere la campagna #veritapergiulioregeni, portata avanti dalla famiglia, da Amnesty e dal collettivo Giulio Siamo Noi, fino a quando alla verità storica sull’uccisione di Giulio non sarà affiancata quella giudiziaria.
Verità giudiziaria che il nostro Paese dovrebbe pretendere non elemosinare.

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