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Processo per l’omicidio Ćuruvija: la mano lunga dei servizi segreti

 

A quattro anni dall’avvio del processo per l’omicidio del giornalista Slavko Ćuruvija, si teme che il tribunale voglia assolvere gli impuntati, ex membri dei servizi segreti. Il settimanale NIN ricostruisce le pressioni e ostruzioni avvenute durante il processo

“Il caso di Slavko Ćuruvija è paradigmatico di molti crimini avvenuti in passato nel nostro paese”, ha dichiarato nel gennaio 2014, in occasione dell’apertura del processo per l’omicidio del giornalista Slavko Ćuruvija, l’allora e attuale coordinatore dei servizi di sicurezza serbi Aleksandar Vučić.

Da allora sono trascorsi quattro anni e mezzo, e nel frattempo Aleksandar Vučić da primo vicepremier è diventato presidente della Repubblica, mentre il processo penale per l’omicidio di Slavko Ćuruvija è diventato paradigmatico dell’atteggiamento dell’attuale leadership politica serba nei confronti dei crimini del passato. Lo illustra al meglio il coinvolgimento di Branko Crni, funzionario del Partito progressista serbo (SNS) di Vučić, nel caso Ćuruvija, un coinvolgimento mai condannato, nonostante in occasione dell’avvio del procedimento penale Vučić abbia assicurato: “Come abbiamo detto all’inizio del nostro mandato, nessuno sarà risparmiato”.

Chi è Branko Crni? All’epoca dell’omicidio di Ćuruvija, avvenuto l’11 aprile 1999, era vice capo della DB (servizi segreti serbi), responsabile di tutte le attività operative. L’allora capo dei servizi segreti Radomir Marković, attualmente sul banco degli imputati per l’omicidio Ćuruvija, non era che un mero esecutore del volere di Slobodan Milošević. Crni, che era tra gli indagati nella fase delle indagini preliminari per l’omicidio Ćuruvija, una volta avviato il processo penale ha testimoniato a favore di tutti gli imputati, compreso il suo padrino Milan Radonjić – che all’epoca dei fatti era capo dell’ufficio dei servizi segreti di Belgrado – accusato di aver organizzato l’omicidio di Ćuruvija.

Oltre al padrino di Branko Crni, gli altri imputati sono Ratko Romić, ex ispettore capo presso la Seconda Direzione dei servizi segreti, sospettato come coesecutore dell’omicidio; Miroslav Kurak, padrino di Romić, all’epoca dei fatti membro dell’unità di riserva dei servizi segreti ed istruttore di tiro, sospettato di essere l’esecutore materiale; e il sopracitato Radomir Marković, sospettato di essere il mandante.

Nel corso della sua testimonianza davanti al giudice, oltre a difendere gli imputati, Crni si è schierato contro alcuni testimoni della procura, ex membri dei servizi segreti, cercando di screditarli. Per tutta la durata delle indagini preliminari, avviate sul finire del 2000, Crni ha mantenuto contatti con i testimoni provenienti dalle fila dei servizi segreti che, dopo l’apertura del processo penale, hanno improvvisamente cominciato a soffrire di amnesia selettiva, e alcuni hanno persino modificato le testimonianze rese durante la fase delle indagini preliminari. Una conversazione tra Crni e alcuni indagati e testimoni è stata intercettata e registrata.

Nel febbraio 2006, nel locale “Varadero”, situato nel quartiere belgradese di Makiš, ha avuto luogo un incontro tra Branko Crni, Miroslav Kurak – attualmente latitante – e un testimone, Slaviša Arsić, che poco prima aveva reso la sua testimonianza riguardo all’omicidio di Ćuruvija ad un ispettore di polizia, Dragan Kecman. Nel corso dell’incontro, Kurak ha detto: “Kecman deve essere ucciso”.

Negli ultimi anni, Crni è stato spesso ospite nella sede della BIA [la nuova agenzia di intelligence serba, istituita nel 2002 dopo lo scioglimento della DB] in via Kraljice Ane a Belgrado, ovvero nel suo vecchio posto di lavoro. Da quando l’SNS è salito al potere, si è speculato sul fatto che Crni potrebbe essere nominato vice capo o consigliere del capo della BIA, ma a causa della cattiva reputazione di cui gode, non solo in Serbia, ciò non è mai avvenuto.

“Questo processo, così come l’intero periodo che va dal giorno dell’omicidio di Ćuruvija fino ad oggi, è accompagnato da numerose attività intraprese dalle persone legate ai servizi segreti – compresi sia alcuni ex membri dei servizi sia quelli attuali, nonché diversi giornalisti, politici, personaggi pubblici e tanti altri – e volte a far sì che questo brutale omicidio politico rimanga irrisolto”, ha detto a NIN Slobodan Ružić, legale dei figli di Slavko Ćuruvija.

L’atteggiamento della leadership al potere nei confronti dell’omicidio Ćuruvija è dimostrato, oltre che dal caso di Branko Crni, anche dall’andamento del processo penale, ancora ben lungi dall’essere concluso, caratterizzato da ostruzionismo e dalle minacce nei confronti dei testimoni, nonché da alcune controverse decisioni adottate dal collegio giudicante a favore degli imputati, ritenute illegittime dalla Corte d’appello.

Uno dei primi segni dell’intenzione di fare ostruzionsimo al processo è stato il ritorno in Serbia, nel dicembre 2015, di Dragan Filipović, noto come maggiore Fića, ex vicedirettore della Seconda direzione per l’attività informativa dei servizi segreti e consigliere del capo dell’unità per “le operazioni speciali”, un termine dietro al quale, stando alle parole dello stesso Filipović, si celavano gli omicidi. Filipović era noto per la sua amicizia con Mirjana Marković, fondatrice del famigerato partito JUL, indagata nella fase delle indagini preliminari come possibile mandante dell’omicidio di Ćuruvija. La loro amicizia è proseguita anche dopo la fuga dal paese – Mirjana Marković aveva trovato rifugio a Mosca e Filipović a Shanghai.

Quando Miroslav Kurak, accusato di essere l’esecutore materiale dell’omicidio, è stato localizzato in Africa, è stata registrata una sua conversazione telefonica con Filipović, dopo la quale quest’ultimo ha chiamato Mira Marković, e anche questa conversazione è stata registrata. Filipović era il diretto superiore di Ratko Romić, accusato di essere il coesecutore dell’omicidio di Ćuruvija.

Vuk Drašković, leader del Movimento serbo per il rinnovamento (SPO), anch’egli più volte finito nel mirino dei servizi segreti serbi, ha descritto così il ritorno del maggiore Fića in Serbia: “Filipović è tornato per assicurare, attraverso intimidazioni o in qualche altro modo, forse anche corrompendo testimoni e giudici, che l’accusa per l’omicidio di Ćuruvija cadesse e che la Corte d’appello confermasse la sentenza di assoluzione di Radonjić, Romić e Stevan Basta dall’accusa di aver partecipato al fallito attentato contro di me a Budva”.

Nell’ottobre 2016 Radonjić, Romić e Basta sono stati assolti, in un processo di secondo grado alquanto controverso, dall’accusa di coinvolgimento nel tentato omicidio di Drašković, avvenuto a Budva nel giugno 2000. L’aspetto più strano di questo processo sta nel fatto che la Corte d’appello non ha ammesso alcune prove acquisite in altri processi per delitti politici che si sono conclusi con sentenze definitive di condanna, in primis quelle addotte nel processo per il tentato omicidio di Drašković, in cui tre membri dell’Unità per le operazioni speciali (JSO) sono stati condannati come esecutori del delitto, Radomir Marković e Milorad Ulemek Legija come organizzatori, mentre Slobodan Milošević è stato indicato come mandante.

Il punto più importante di questo caso non è l’assoluzione di Radonjić e Romić, che sono ancora sotto processo per l’omicidio Ćuruvija, bensì quella di Basta, che era considerato un potenziale testimone di giustizia. Se Basta – ex coordinatore della sezione dei servizi segreti per la sorveglianza dell’operato dei mezzi di informazione – fosse stato condannato, la procura avrebbe potuto offrirgli qualcosa in cambio della sua testimonianza sull’omicidio di Ćuruvija.

Anche alcuni testimoni al processo per l’omicidio Ćuruvija hanno parlato di pressioni, minacce e ostruzionismo che hanno accompagnato questo caso, tra cui gli ex funzionari di polizia Dragan Kecman, Mile Novaković e Dragan Karleuša, e gli ex membri dei servizi segreti Zoran Stijović, Stevan Nikčević e Vladimir Nikolić. Dragan Kecman, che era a capo delle indagini sull’omicidio Ćuruvija dal 2004, ha detto in aula che, durante le indagini preliminari, alcuni testimoni appartenenti ai servizi segreti “temevano per la propria vita”, citando alcune situazioni concrete.

Nel giugno 2016, Kecman è stato rimosso, per motivi poco chiari, dall’incarico di capo della Direzione centrale della polizia criminale di Belgrado. Novaković e Karleuša, responsabili delle indagini nel 2001, hanno testimoniato che alcuni membri dei servizi segreti ostruivano le indagini, cercando persino di depistarle.

Stijović, che nel 2001 aveva messo in stato di fermo Radonjić, ha detto in tribunale che dopo il fermo era venuto a sapere di essere “nel mirino dei killer venuti dall’altra parte della Drina”. Nel 2001 Stijović aveva interrogato anche Radomir Marković, ricordando che “Marković aveva paura e temeva per la propria incolumità e per quella della propria famiglia”. Stijović, che aveva preso sul serio una delle priorità del governo di Zoran Đinđić, quella di fare chiarezza sugli omicidi politici, sul finire del 2001 è stato rimosso dal caso Ćuruvija, diventando bersaglio di intimidazioni che lo hanno costretto a lasciare il suo incarico ai servizi segreti. Nikčević, che era il vice di Radonjić, in tribunale ha contestato quanto affermato dalla difesa del suo ex capo, spiegando dettagliatamente come Ćuruvija fosse stato pedinato prima dell’omicidio.

Anche Vladimir Nikolić, all’epoca dei fatti ex capo della sezione analitica dell’ufficio belgradese dei servizi segreti, ha testimoniato contro Radonjić, definendo i suoi ordini riguardanti il pedinamento di Ćuruvija come “atipici e anormali“ e affermando che l’ordine di interrompere il pedinamento, arrivato poco prima dell’omicidio, era molto controverso. Milorad Ulemek Legija, testimone chiave al processo per l’omicidio di Ćuruvija, che già in precedenza aveva esplicitamente accusato Kurak e Romić di essere esecutori dell’omicidio, lo ha ribadito in aula, aggiungendo però di essere stato minacciato affinché rinunciasse alla sua testimonianza. Alla domanda rivoltagli da Romić se fosse stato lui a minacciarlo, Ulemek ha risposto: “Non direttamente; forse sì, forse no”. Quando poi Romić gli ha chiesto se fosse stato Kurak a minacciarlo, Ulemek ha risposto: “Non lo so, non si era presentato. E chi dava ordini a chi, lo vedremo”.

I fratelli Miloš e Aleksandar Simović – ex membri del clan di Zemun condannati per il coinvolgimento nell’attentato al premier Đinđić – che durante le indagini preliminari avevano confermato la testimonianza resa da Ulemek, non hanno voluto testimoniare in aula, dicendo di temere per l’incolumità delle loro famiglie. Miloš ha detto di non voler cambiare la testimonianza resa nella fase delle indagini preliminari, ma si è rifiutato di rispondere alle domande del giudice.

“Mio fratello ed io abbiamo ricevuto minacce, attraverso le nostre famiglie, volte a costringerci a rinunciare a questa testimonianza […] Ho visto alla televisione il premier Vučić che, durante una conferenza stampa, ha detto di voler fare chiarezza su tutti i crimini commessi in passato. Ho creduto che lo avrebbe fatto…”, ha affermato Miloš Simović. Suo fratello Aleksandar si è limitato a dire: “Non voglio che la mia famiglia abbia problemi a causa delle mie dichiarazioni”.

Alcuni testimoni, ex membri dei servizi segreti, tra cui anche quelli che si incontravano con Crni e Filipović, nel corso del processo hanno cambiato le loro testimonianze. Così ad esempio Aleksandar Radosavljević, che aveva partecipato al pedinamento di Ćuruvija, nel 2007 aveva testimoniato di aver visto una Golf bianca, usata dai membri dei servizi segreti, vicino al luogo dell’omicidio, mentre in aula, durante il processo, ha detto di non ricordare quel dettaglio. Alla richiesta di precisare quali operazioni di pedinamento svolte dai servizi segreti – oltre al caso Ćuruvija e quello dell’omicidio di quattro funzionari dell’SPO avvenuto il 3 ottobre 1999 sulla statale di Ibar – si siano concluse con un omicidio, Radosavljević ha risposto: “Non voglio mettere in pericolo me stesso”. A quel punto la giudice Snežana Jovanović ha ricordato a Radosavljević di avere il diritto di non rispondere se ritiene che la risposta lo potrebbe esporre a responsabilità penale o alla vergogna. E Radosavljević si è avvalso di questa facoltà.

Al pedinamento di Ćuruvija avevano partecipato 27 membri dell’ufficio dei servizi segreti di Belgrado, e tutti sono stati chiamati a testimoniare al processo. Alcuni di loro hanno improvvisamente iniziato a soffrire di un’amnesia selettiva, che consisteva nell’incapacità di ricordare solo i fatti legati a questo omicidio. Le loro risposte iniziavano con “Non mi ricordo” o “Non so”.

Tuttavia, alcune testimonianze che questi membri dei servizi segreti avevano reso nel 2001 davanti ad una commissione interna contengono informazioni molto importanti. Ed è per questo che stupisce la decisione del collegio giudicante del Tribunale speciale di Belgrado, composto dai giudici Snežana Jovanović, Dragan Milošević e Vladimir Mesarović, di escludere queste testimonianze dal fascicolo.

“Prima sono state escluse le testimonianze che i membri dei servizi segreti avevano reso davanti ad una commissione interna composta da tre membri, giustificando tale decisione con il fatto che si trattava di informazioni ottenute dai cittadini, che non possono essere usate come prove nel processo. Tuttavia, ciò non è vero, perché queste testimonianze sono state rese nell’ambito di una procedura ufficiale avviata allo scopo di fare chiarezza sul comportamento di alcuni pubblici ufficiali. Eliminando queste testimonianze, la corte è rimasta priva di alcune informazioni molto importanti – sia quelle sulla Golf bianca sia quelle riguardanti un membro dei servizi segreti che era rimasto l’ultimo davanti al palazzo in cui abitava Ćuruvija, nonostante avesse ricevuto l’ordine di spostarsi – nonché di spiegazioni dettagliate sull’operazione di pedinamento definita dai testimoni come inusuale e fuori dal protocollo”, spiega l’avvocato Ružić.

Lo stesso collegio giudicante già in precedenza aveva emesso alcune sentenze controverse. Nel luglio 2014 aveva pronunciato una sentenza di assoluzione nei confronti di Stanko Subotić Cane e dei membri del suo gruppo, accusati di contrabbando di sigarette. Poi nel maggio 2015 aveva assolto Luka Bojović, ex leader del clan di Zemun, indicato come responsabile di tre omicidi. Queste sentenze hanno suscitato forti reazioni e perplessità, e la Corte suprema di cassazione ha successivamente stabilito che Subotić era stato assolto violando le leggi.

Il 6 luglio 2017 questo collegio giudicante ha revocato la misura della custodia cautelare in carcere, disposta il 13 gennaio 2014 nei confronti di Milan Radonjić e Ratko Romić, sostituendola con la misura della detenzione domiciliare. Radomir Marković sta già scontando una pena di 40 anni di reclusione per altri omicidi politici, mentre Kurak è attualmente latitante.

“La scarcerazione anticipata [di Radonjić e Romić] può significare una sola cosa, e cioè un’imminente sentenza di assoluzione”, dice l’avvocato Ružić.

L’ultima e la più controversa decisione del collegio giudicante nel processo per l’omicidio Ćuruvija risale al 12 giugno scorso, quando dal fascicolo processuale è stata esclusa, per la seconda volta, una prova chiave. Si tratta di dati raccolti dalle centraline telefoniche della compagnia Mobtel poco prima dell’omicidio di Ćuruvija e salvati su nove dischi che erano stati consegnati alla polizia. Da questi dati emerge chiaramente che gli imputati erano presenti sul luogo dell’omicidio. Il collegio giudicante aveva già escluso questa prova il 24 aprile 2018, sostenendo che la polizia aveva sequestrato i dischi in questione dalla compagnia Mobtel senza un avviso scritto. Tuttavia, l’11 maggio scorso la Corte d’appello ha annullato questa decisione e ordinato una nuova valutazione dell’ammissibilità di queste prove, precisando che la decisione del collegio giudicante del Tribunale speciale contraddice le informazioni fornite dalla polizia.

“Anche se dovesse essere smarrito l’avviso di sequestro probatorio, o se non fosse stato nemmeno notificato, il sequestro di queste prove non potrebbe essere ritenuto illegittimo, come erroneamente stabilito dal tribunale di primo grado”, si legge nell’ordinanza della Corte d’appello.

Tuttavia, ciò non ha impedito al collegio giudicante del Tribunale speciale di disporre un altro provvedimento di esclusione di queste prove, verso il quale la procura ha presentato il ricorso e ora si attende la decisione della Corte d’appello.

“A dispetto di una chiara presa di posizione della Corte d’appello sulla legittimità del sequestro di questi dischi da Mobtel, il tribunale di primo grado ha disposto un altro provvedimento di esclusione, rendendo nota la sua decisione in un’udienza appositamente fissata, e questa è la prima volta, per quanto ne so io, che succede una cosa del genere. Non possiamo ignorare il fatto che il collegio giudicante non vuole accettare la decisione della Corte d’appello che ha stabilito chiaramente che il sequestro dei dischi in questione era stato legittimo. Qual è la motivazione alla base di questo comportamento? La convinzione di avere ragione, il dispetto o che altro?”, si chiede l’avvocato Ružić.

Questa controversa decisione del collegio giudicante ha suscitato forti reazioni anche da parte della Commissione d’indagine sugli omicidi dei giornalisti.

“Il collegio giudicante sostiene che queste prove non siano state reperite in modo legittimo, nonostante la polizia disponga dei documenti relativi ai primi 30 dischi sequestrati da Mobtel, e nonostante il fatto che, alla chiamata di un dipendente di Mobtel – che aveva avvisato la polizia del ritrovamento di altri 10 dischi con i dati relativi all’arco di tempo entro cui era avvenuto l’omicidio – l’ufficiale di polizia abbia risposto inoltrando una richiesta formale di recupero di quei dischi, un documento che contiene la conferma da parte del dipendente di Mobtel dell’avvenuta consegna dei dischi”, ha detto a NIN Veran Matić, presidente della Commissione.

Stando alle sue parole, il collegio giudicante già in precedenza aveva emesso alcuni provvedimenti illogici.

“Penso che il collegio giudicante abbia già deciso di assolvere gli imputati”, conclude Matić.

I controversi dischi erano stati consegnati all’ispettore Kecman, che è stato a lungo interrogato dal giudice Milošević, uno dei membri del collegio giudicante che raramente interroga i testimoni, mentre questa volta si è persino lasciato andare ad un duello verbale con Kecman. Durante le udienze Milošević spesso dà l’impressione di essere distratto, prendendo ogni tanto il cellulare in mano. Il giudice Milošević è membro dell’Assemblea della squadra di calcio della Crvena Zvezda, nonché legale del club, mentre in passato è stato presidente del Consiglio di sorveglianza. È interessante notare i membri dei servizi segreti hanno sempre occupato posizioni dirigenziali sia nella Crvena Zvezda sia nel Partizan.

In occasione dell’avvio del processo per l’omicidio Ćuruvija, il presidente della Serbia – che è anche leader del Partito progressista serbo e coordinatore dei servizi di sicurezza serbi – ha dichiarato che la risoluzione di questo caso è una precondizione affinché la Serbia divenga un paese normale.

“Chi vuole introdurre ordine in un paese, non di rado è costretto a confrontarsi con i problemi del passato. Dobbiamo risolvere questi problemi se vogliamo vivere in una Serbia normale e decente”, ha detto Vučić.

Da allora sono trascorsi quattro anni e mezzo. Da quando Vučić è salito al potere sono invece trascorsi più di sei anni. E stiamo ancora aspettando di vedere qualche risultato.

La piovra criminale invece non si ferma. Oltre all’importanza della figura del padrino e all’omertà, i pezzi deviati dei servizi segreti e la mafia hanno in comune un’altra caratteristica molto più pericolosa: la capacità di influire sulle istituzioni statali.

Fonte: https://www.balcanicaucaso.org/aree/Serbia/Processo-per-l-omicidio-Curuvija-la-mano-lunga-dei-servizi-segreti-188908

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