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È morto Domenico Losurdo, storico delle idee e filosofo controcorrente

 

Ci ha lasciato Mimmo Losurdo, certamente uno dei più brillanti e rigorosi storici delle idee dell’ultimo mezzo secolo. Ordinario di storia della filosofia a Urbino, è autore di una ricchissima bibliografia incentrata sul pensiero di Hegel, Marx e Gramsci, e sulla critica del pensiero liberale da Locke ai nostri giorni. Attivista poderoso e appassionato protagonista di quella “lotta di classe nella teoria” cara ad Althusser, Losurdo ha pagato il suo engagement con l’emarginazione dai salotti televisivi e, da giovane, con l’ostracismo del mondo accademico. La fortuna volle che Gerardo Marotta, una delle più straordinarie e anticonformiste figure di mecenate del nostro tempo, si accorgesse del valore e dell’originalità dei suoi studi di filosofia politica. Così, grazie al sostegno del fondatore dell’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici, Losurdo poté non solo approfondire le sue ricerche e pubblicare i primi libri, ma anche dare un formidabile apporto alla realizzazione della Enciclopedia Multimediale delle Scienze Filosofiche partecipando alla realizzazione del piano dell’opera e concedendo quindici interviste-lezioni televisive di un’ora ciascuna su vari temi: L’idea di progresso, Il totalitarismo, Nietzsche, Carl Schmitt, Il liberalismo, Il fondamentalismo, La storia del suffragio, Marx e lo Stato, ecc. Da questo prezioso lascito traggo uno stralcio, molto attuale, di un’intervista su Bartolomeo di Las Casas che segnò l’inizio, trent’anni fa, della nostra lunga e affettuosa amicizia.

La figura di Bartolomeo de Las Casas che denuncia lo sterminio degli indios durante la conquista dell’America, sembra non avere più nessuna attualità.

È un errore. Io credo che l’attualità di Las Casas risulti confermata dagli avvenimenti tragici del nostro tempo. Las Casas è partito dalla denuncia del genocidio commesso dagli europei in America; questa denuncia è servita poi ai rivoluzionari francesi per elaborare il concetto universale di uomo, e noi siamo piuttosto gli spettatori in qualche modo di un altro genocidio spaventoso che si è consumato nel ventesimo secolo a danno degli ebrei. Ritengo che non si possa comprendere questo genocidio senza la dissoluzione progressiva del concetto universale di uomo i cui prodromi ritroviamo in Las Casas e la cui elaborazione complessiva troviamo poi nella rivoluzione francese. C’è una linea di continuità secondo me tra i critici controrivoluzionari della rivoluzione francese dei diritti dell’Uomo e la successiva involuzione reazionaria della cultura europea fino al nazismo. La critica del concetto universale di uomo, direi che è un elemento fondamentale dell’ideologia razzista e dell’ideologia nazista. Se agli inizi del mondo moderno, ci si è rifiutati di sussumere gli indios sotto la categoria di uomo – e di qui che è partita la denuncia di Las Casas – col nazismo ci si è rifiutati di sussumere gli ebrei e le altre razze, cosiddette “inferiori”, sotto la categoria universale di uomo. Solo così si può capire, lo sterminio e il genocidio che si sono riproposti in pieno XX secolo. La barbarie nazista è disgraziatamente la migliore riprova di quanto sia ancora attuale la lezione di Las Casas.

Vi è una sfiducia crescente nel ritenere la ragione in grado di risolvere i grandi problemi che affliggono l’umanità. Questo pensiero debole alimenta il fondamentalismo e invera l’aforisma di Nietzsche secondo cui “non esistono fatti ma solo interpretazioni”.

Proprio così. A proposito dei limiti della ragione mi vien fatto di pensare a Diderot che così descrive l’atteggiamento del metafisico: c’è un individuo che si è perso nella foresta; ha a disposizione soltanto un lumicino fioco con cui a stento riesce a orientarsi. Allora che cosa fa? Dice che non gli serve, lo spegne e rimane totalmente al buio. E Diderot commenta: “Ecco l’atteggiamento del metafisico”. Quest’atteggiamento oggi rischia di riprodursi sebbene i limiti della ragione non possano essere superati che con un supplemento di razionalità, con una razionalità più ricca e più criticamente articolata, D’altro canto, sul piano storico, noi vediamo che l’irrazionalismo, la denuncia o il rifiuto della ragione è stato accompagnato dalla reazione politica e da fenomeni tragici per la storia dell’umanità. Di questo sviluppo in qualche modo Hegel aveva dato una critica anticipata allorché aveva detto che rifiutare la ragione significa calpestare l’umanità con i piedi, perché rifiutare la ragione significa volersi sottrarre al controllo reciproco tra gli uomini. Contrapporre alla ragione il sentimento o il sapere immediato, come dice Hegel, significa richiamarsi a un principio che proprio perché privo di ogni controllo è capace di sussumere i contenuti anche peggiori, barbarici.

Ragione, progresso, umanità non possono andare disgiunti. La ragione è il riconoscimento delle ragioni degli uomini, ed è soltanto partendo dall’idea di uomo e dall’idea di umanità che noi possiamo concepire la storia intesa come progresso faticoso, complesso, contraddittorio quanto si voglia. La conquista del concetto universale di uomo è stata un punto alto, ma mai assimilato dalla cultura europea una volta per tutte.

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