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Turchia, scarcerati Ahmet Sik e Murat Sabuncu, resta in carcere l’editore di Cumhuriyet: continuare lotta per libertà di tutti

 

Al termine di un’udienza molto lunga, con il susseguirsi di testimonianze contraddittorie è inconcludenti, il direttore di Cumhuriyet Murat Sabuncu e il noto giornalista investigativo Ahmet Şık, sono stati scarcerati con divieto di espatrio.
Dopo oltre un anno e mezzo di detenzione preventiva il loro rilascio, seppure con colpevole ritardo, rappresenta un barlume di speranza anche per gli altri colleghi ancora imprigionati nel paese che è diventato il più grande carcere per giornalisti al mondo.
Purtroppo mentre Ahmet e Murat si ricongiungevano ai loro cari, Akın Atalay, presidente del Consiglio direttivo della testata, veniva ricondotto nella cella in cui è trattenuto da oltre sedici mesi e resterà rinchiuso fino al 16 marzo, quando riprenderà il processo ‘simbolo’ al giornalismo a schiena dritta in Turchia.
Sul banco degli imputati 20 (due giudicati in un procedimento stralciato, tra cui l’ex direttore Can Dundar) tra redattori, collaboratori e amministratori dello storico quotidiano di opposizione, ritenuti fiancheggiatori, se non addirittura parte attiva, della presunta rete golpista ispirata dall’imam Fethullah Gulen.
La tesi accusatoria si basa principalmente sulla linea editoriale del giornale.
Non a caso l’unico membro della testata ancora in carcere è il massimo rappresentante della società editrice.
Non un singolo elemento di colpevolezza che dimostri il coinvolgimento in qualsivoglia azione criminale o terroristica degli accusati è stato finora presentato in aula..
Gli avvocati di Şık e degli altri imputati hanno dimostrato in modo inconfutabile l’assurdità delle imputazioni mosse nei confronti dei loro assistiti.
Ahmet Şık, Murat Sabuncu, Akin Atalay e gli altri dipendenti di Cumhuriyet rappresentano la storia di una testata che dal 1924 è sopravvissuto a cinque colpi di stato e ha continuato a dare notizie scomode anche sotto i regimi militari. In passato, molti dei suoi giornalisti sono stati imprigionati, torturati o assassinati per motivi politici.
Mai prima d’ora si era però assistito a una così intensa volontà di eliminare completamente il giornale.

Il rischio di condanne pesanti, nonostante la scarcerazione di Ahmet e Murat, non è scongiurato.
Fin dall’inizio si è trattato di un procedimento falsato da prove inconsistenti, basato solo su editoriali e articoli, con misure cautelari spropositate.
A fronte delle ripetute violazioni dei suoi diritti e della prolungata detenzione preventiva Şık, come altri giornalisti turchi, si è appellato alla Corte europea dei diritti dell’uomo.
Il suo è tra i casi che hanno ottenuto lo status di priorità nell’aprile 2017.
In vista della ripresa del processo a Istanbul, e nell’attesa del verdetto finale, il ruolo della Cedu potrebbe risultare fondamentale.
Ma il ricorso a Strasburgo è ancora sospeso.
“Riabbracciare mia moglie e mia figlia è stata una grande gioia ma non posso ritenermi felice – sono state le prime parole di Şık – sapendo che il mio amico Akin Atalay è ancora in carcere”. Insieme a Yonka, animatrice della campagna di cui è parte attiva anche Articolo 21,  Ahmet ha voluto esprimere la sua gratitudine per la solidarietà e il sostegno che abbiano dimostrato loro nei momenti più difficili “sollevando il nostro spirito e le speranze per un futuro migliore” ha aggiunto augurandosi che “la forza della nostra ‘unica’ campagna costituisca un esempio per tutti gli altri giornalisti, attivisti, sostenitori della democrazia privati della libertà e che hanno bisogno di sostegno”.

“Speriamo di poter rimanere tutti uniti fino a quando non prevarrà la giustizia  e vedremo tutti gli innocenti, incluso il nostro caro amico, Akin Atalay, finalmente liberi” ha concluso la coppia finalmente di nuovo insieme.
Anche Sabuncu, il vignettista Musa Kart e l’editorialista Kadri Gursel, questi ultimi due scarcerati qualche mese fa, hanno manifestato grande amarezza per la mancata scarcerazione  del loro editore.
Insieme a Atalay, come conferma l’elenco pubblicato dalla Piattaforma per il giornalismo indipendente turco P24, altri 155 operatori dell’informazione turchi sono incarcerati nel Paese in attesa di giudizio.
Decine le testate chiuse nell’ultimo anno e mezzo, in una repressione che non ha colpito solo i media direttamente collegati a Gulen, ma più in generale tutte le voci critiche verso l’operato del presidente Recep Tayyip Erdogan e il suo governo.
I redattori di Cumhuriyet, come gli altri giornalisti turchi arrestati dal luglio del 2016, sono accusati di propaganda terroristica e di supporto alla rete gulenista nonché di essere fiancheggiatori del Pkk curdo e del THKP-C, classificate come organizzazioni terroristiche.
Accuse inverosimili quanto gravi, da regime inquisitore che vuole silenziare le voci del dissenso.
Ma come dimostra il coraggio di Ahmet, che ai colleghi all’uscita dalla prigione di Silivri ha assicurato che “verrà il giorno in cui questo sultanato mafioso avrà fine”, la stampa libera in Turchia non si piegherà mai al volere di Erdogan.
Anche a costo di passare il resto della vita in carcere come rischiano i fratelli Ahmet e Mehmet Altan e la veterana della stampa turca Nazlı Ilicack, condannati il mese scorso all’ergastolo.
Articolo 21, insieme alla rete di organizzazioni per la tutela dei giornalisti e della libertà di informazione che segue dall’inizio il processo, il 16 marzo sarà loro accanto supportando fino in fondo quanti non abbiano mai ceduto alle pressioni del regime.

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