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Baby gang. Paolo Siani: “problema ignorato negli ultimi anni”

 

In principio erano i “muschilli”. Così li chiamava, anticipando come sempre i tempi, Giancarlo Siani nel suo ultimo articolo, pubblicato il 22 settembre  del 1985 su “Il Mattino”, poche ore prima di essere ucciso dalla camorra. Allora, come oggi, quei bambini erano inconsapevoli “mini-corrieri” della droga. Utilizzati dal “Sistema” camorra, per spacciare, perché incensurabili. Quella stessa irresponsabilità poi si gonfia di rabbia, e, parallelamente al minore usato per lo spaccio, nascono bande di ragazzini, che brutalizzano il prossimo senza senso. Così per gioco, emulazione, sfogo veloce. Un modo sbagliato per dire: noi esistiamo!
Poi la cronaca di questi giorni. Con 17 rapine e 11 feriti in soli due mesi, quello che a Napoli e provincia è un comportamento sociale, che dura da decenni, diventa un fenomeno da prima pagina: le “Baby gang”. Una denominazione così forte, che fa tanto Far West. O completa scenari alla Gomorra (stigmatizzata come la fiction, che non racconta, ma provoca la realtà!). Quando si sa bene che i preadolescenti, imitano il trend del momento. Arturo, il 17enne accoltellato da un gruppo di minorenni in pieno giorno a via Foria, e  Gaetano, 15 anni, in ospedale con la milza spappolata, per uno sguardo di troppo all’esterno della metropolitana di Chiaiano, sono il sintomo di una malattia che dura da troppo tempo. Ora c’è chi quella realtà la conosce, studiandola da anni. Paolo Siani (fratello di Giancarlo) è un simbolo dell’anticamorra in Italia, e non solo “a chiacchiere”. Per anni presidente della Fondazione Polis, ha combattuto in anni bui la rassegnazione di una città, trasformandola con migliaia di iniziative, in riscatto. Ma prima di tutto Siani (ora candidato nelle liste Pd) è un pediatra, di quelli che non si limitano a prescrivere medicine, ma cercano di capire il tessuto sociale e dove intervenire per curare l’anima… Non a caso, il medico direttore dell’UO del Santobono di Napoli, l’ospedale pediatrico più grande del Sud Italia, promuove da anni  “Nati per Leggere”, un’iniziativa che aiuti i piccoli pazienti e le loro famiglie. Fino a portare , lo scorso settembre, il progetto di promozione di lettura ad alta voce, al carcere  minorile di Nisida, per conquistare anche i figli dei giovani detenuti.

Lei dice che bisogna intervenire presto, già dai primi anni di vita dei bambini. In che cosa ha sbagliato lo stato italiano in questi ultimi anni?
Ignorando il problema. Per esempio in Campania ci sono pochissimi asili nido, i primi anni di vita non sono considerati. Riuscire ad intervenire nei primi mille giorni di vita è decisivo per cambiare le traettorie, invertendo la rotta. Molti studi, anche di economisti, dimostrano che è importante investire in quel range di tempo.  Dati scientifici, confermano che, soprattutto i primi tre anni, sono cruciali per lo sviluppo cognitivo, relazionale, psicologico ed emotivo del bambino. Come sostiene Heckman, premio Nobel per l’economia, ogni dollaro investito in servizi per l’infanzia di qualità comporta un risparmio nell’arco di trent’anni di 12 dollari per la collettività. Si eviterebbe la costosa dispersione scolastica, ma anche tante malattie, ricoveri in ospedale continui. Insomma ci sarebbero immediatamente vantaggi a medio e a lungo termine.

In pratica che cosa bisognerebbe fare?
Non serve chissà quale intervento economico. Esiste già un registro sulle gravidanze. L’ospedale lo comunica al territorio, così una madre formata, o un operatore socio sanitario, dovrebbe andare incontro alla famiglia e seguirla. Dando indicazioni sulle vaccinazioni da fare, indirizzandola verso il pediatra di famiglia, fino ai suggerimenti sull’asilo nido da frequentare.

Un modello di scuola ideale, come dovrebbe essere?
La suola deve essere a tempo pieno, quanto più ore è possibile, ma il pomeriggio non si devono riprodurre le stesse attività della mattina. La scuola dovrebbe diventare attraente, proponendo una serie di iniziative sportive e artistiche, come il teatro. Stimolando, in questo modo, le menti dei bambini, con una serie di attività che, altrimenti, non ci sarebbero. Ho conosciuto tantissimi ragazzi “a rischio”, che adesso fanno gli attori…

Il ministro Minniti ha affermato che i ragazzi delle baby gang hanno delle modalità terroristiche. Secondo lei è giusta questa definizione?
In realtà spiegava solo la tecnica con la quale i giovani teppisti si comportano. Questi sono dei ragazzi che sono sempre esistiti, si sentono forti e imbattibili, ma non sanno che stanno sprecando la loro vita. Mi auguro che prossimamente vengano a Napoli anche i ministri dell’Istruzione, dell’Economia e dello Sviluppo, e ragionino su come  intervenire, da subito, su questi giovani vite.

In questi giorni si sta parlando di Gomorra, come una pericolosa fiction, che spinge all’emulazione…
E’ una sciocchezza: Gomorra racconta quello che già esiste da anni, come fu in America per il Padrino. Far conoscere un fenomeno è un modo per combatterlo. E poi ci sono sceneggiati ugualmente belli sull’antimafia.  Oggi, anche grazie all’azione di questi anni di Polis, gli eroi, i difensori della legalità trionfano anche negli ascolti.

Che cosa pensa dei Maestri di Strada e di altre associazioni volontarie, come il Gridas di Scampia, che hanno sempre aiutato, gratuitamente, famiglie e ragazzi “a rischio”?
Sono una realtà straordinaria, hanno lavorato anche senza un aiuto in questi anni. Bisognerebbe creare una rete organica, che metta insieme le tante iniziative del terzo settore, valutando i progetti che si fanno e quanto servono.

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