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La Guardia e Impellitteri: l’Italia che ce l’ha fatta in America

 

Ci sono storie che riconciliano con la vita e col mondo. Ci sono storie segnate dalla disperazione, dalla sofferenza, dalla rabbia, dal desiderio di farcela nonostante tutto e, infine, dal successo. Due di queste riguardano altrettanti sindaci di chiare origini italiane che divennero, in tempi diversi, anche se ravvicinati, primi cittadini di New York, precedendo l’epopea di Rudolph Giuliani e dell’attuale sindaco Bill de Blasio, originario di Sant’Agata de’ Goti, in provincia di Benevento.
Ci riferiamo a Fiorello La Guardia e a Vincent Impellitteri, di cui ricorre, rispettivamente, il settantesimo ed il trentesimo anniversario della scomparsa.
La Guardia, soprannominato “Little Flower”, Fiorellino, per via della sua bassa statura, è stato senza dubbio uno dei sindaci più amati della Grande Mela, riuscendo a guidarla al meglio negli anni a cavallo fra la Grande Depressione e la Seconda guerra mondiale e ricalcando, a livello comunale e pur appartenendo al partito avversario, le orme del democratico Roosevelt.
Ad accomunarli, infatti, era il medesimo afflato umanitario, la medesima passione civile, il medesimo sguardo al futuro, la medesima lungimiranza e il medesimo rispetto di cui godevano da parte dei rivali.
La Guardia fu sindaco in una stagione profondamente razzista, nel corso della quale gli italiani erano considerati alla stregua di delinquenti, importatori della mafia, anarchici con pericolose idee socialiste da combattere in ogni modo, persone squallide da emarginare e, al massimo, sfruttare per svolgere i lavori più umili. Erano gli anni della Mano Nera e della tragedia di Sacco e Vanzetti, dei pregiudizi e delle violenze indiscriminate; erano anni in cui per un italo-americano non era affatto semplice farsi strada eppure lui ci riuscì.
Repubblicano per combattere la corruzione dei democratici, galantuomo in una città difficile e non certo estranea a pericolosi fenomeni malavitosi, La Guardia seppe costruirsi una propria reputazione, ripulendo New York da una parte delle incivili attività che la caratterizzavano e restituendo speranza e dignità alle persone oneste.
E lo stesso fece Impellitteri negli anni tragici, sia pur leggermente più felici, dell’immediato dopoguerra, nei giorni della guerra di Corea dell’avvento del maccartismo, delle delazioni, della tremenda condanna a morte dei Rosenberg, accusati di essere spie al soldo dell’Unione Sovietica, e della latente persecuzione a danno degli artisti.
In un’America dilaniata, in bilico fra una tradizione asfissiante e una modernità che ormai premeva alle porte e cominciava a configurarsi sotto forma di cultura alternativa, pensiero critico, quell’affascinante corrente intellettuale che avrebbe avuto in Allen Ginsberg e Jack Kerouac i propri alfieri, cantori e custodi di quella “Beat Generation” a sua volta anticipatrice della generazione contestatrice del decennio successivo, Impellitteri riuscì ad essere un faro per la collettività.
Due sindaci di frontiera, dunque, due grandi personalità di origini italiane che ce l’hanno fatta oltreoceano, due esempi di tenacia, due simboli e due monumenti alla fatica e all’abnegazione, in una terra da sempre individualista e restia a far sbocciare quel senso di comunità di cui pure avrebbe bisogno.
Rendere loro omaggio significa, pertanto, rifiutare la resa collettiva cui stiamo assistendo un po’ in tutto l’Occidente, con l’America di Trump che non solo non si sottrae a questa tendenza ma anzi ne è capofila. E sapere che a New York c’è un italo-americano che non gli consentirà di perseguitare gli immigrati irregolari è un motivo di gioia e di gratitudine per tutti: un motivo in più per abbracciare idealmente due uomini coraggiosi che non ebbero paura di lottare, di sfidare le convenzioni e l’ordine costituito e di lasciare la propria città, la propria nazione e il mondo leggermente migliori di come li avevano trovati.

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