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Da Venezia al Campiello: storie dell’Italia migliore

 

Questi primi giorni di settembre sono, forse, tra i migliori dell’anno: non tanto per il clima atmosferico, che anzi in questo 2017 si sta rivelando pessimo dopo un’estate asfissiante, quanto per il clima culturale che si respira nel nostro Paese. Basti pensare che nell’ultima settimana abbiamo assistito, contemporaneamente, al Festival della letteratura di Mantova, con la presentazione di opere italiane e straniere di altissimo livello e, in alcuni casi, scritte da autori di grandi prospettive, destinati a illuminare il panorama letterario internazionale per i decenni a venire, il Festival del cinema di Venezia, giunto alla settantaquattresima edizione, e il premio Campiello, assegnato sabato sera a Donatella Di Pietrantonio, autrice del bel romanzo “L’arminuta”.

Tralasciando il pur meritevole Festival di Mantova, concentriamoci sui due eventi veneti che hanno scandito questa settimana.
A Venezia abbiamo assistito ad un Festival meno esaltante di altre volte ma comunque di buon livello, con la vittoria del regista messicano Guillermo Del Toro e del suo “The shape of water”, la conquista del Leone d’argento da parte del bravo regista francese Xavier Legrand e del suo manifesto contro il femminicidio dal titolo “Jusqu’à la garde” e la premiazione come migliore attrice di Charlotte Rampling, protagonista di “Hannah” del nostro Andrea Pallaoro. Notevole anche la coppia Virzì-Ramazzotti, impegnati lui nel suo primo film americano (“The Leisure Seeker”) e lei in una denuncia straziante  del fenomeno delle madri costrette a vendere per disperazione i propri figli, espressa con una certa efficacia da Sebastiano Riso e dal suo film intitolato “Una famiglia”.
Infine, merita di essere menzionato “Ammore e malavita” dei Manetti Bros: un brillante musical sulla Napoli profonda, amara e, a modo suo, finanche grottesca.

Non un’edizione epocale, ribadiamo, ma nemmeno da buttar via, tutt’altro.
Quanto al Campiello, dimostra da diverso tempo una vitalità maggiore rispetto allo Strega e al Viareggio, ponendosi come termometro dei gusti culturali contemporanei nonché come approfondita analisi sociologica di un universo nazionale in costante e tumultuosa evoluzione.
Non a caso, secondo è arrivato l’ibrido di Stefano Massini dedicato all’epopea della famiglia Lehman, dalle origini alla crisi economica di questi anni, il tutto narrato in varie forme e seguendo differenti registri. “Qualcosa sui Lehman”, pur non avendo vinto, è destinato pertanto a modificare in meglio il panorama culturale e letterario italiano.
E poi Mauro Covacich e la sua narrazione di Trieste a cavallo fra il ’45 e il ’72: una “città interiore”, per l’appunto, crocevia di speranze e tragedie, proscenio e preludio di una disperata ricerca, personale e collettiva, di identità e futuro.
Concludevano la cinquina “La notte ha la mia voce” di Alessandra Sarchi e “La ragazza selvaggia” di Laura Pugno, a testimonianza di una vitalità e di una ricchezza poliedrica davvero commendevoli.
Un’Italia bellissima, dunque, da difendere e valorizzare a dovere, in quanto sono queste caratteristiche a renderci unici e apprezzati in tutto il mondo.

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