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Mimmo Cattarinich il fotografo del grande cinema

 

Se n’è andato anche Mimmo Cattarinich, e qualcuno dei lettori si sorprenderà chiedendosi: chi è?

Fuori del mondo del cinema non era molto famoso, benché sia stato il fotografo delle più belle donne sulla piazza e abbia collaborato da divo a riviste come Playboy, Playman e tante altre ancora, probabilmente a tutti i rotocalchi glamour che c’erano in edicola e che da ragazzi mangiavamo con gli occhi. Aveva il tocco leggero, malizioso e avido di David Hamilton, ma senza quegli effetti flou, da panna montata, che rendevano le ninfette del fotografo inglese così evanescenti e perverse. Cattarinich non aveva bisogno di quei trucchi furbastri, di quel blur alla besciamella, per rendere belle le donne; gli bastavano gli obiettivi della sua Nikon, le luci, gli ambienti, gli bastavano le inquadrature di cui era signore, in un’epoca in cui non esisteva lo sleale Photoshop per il makeup al computer. Le donne di Mimmo sulle pagine patinate dei migliori magazine trasgressivi erano vere, palpitanti, carne palpabile – anche se non ancora ‘tremula’, per citare in un omaggio obbligato il simpatico Pedro Alamodovar, di cui Mimmo era stato fotografo di scena. Nudi artistici, che a paragone di ciò che si vede oggi spiccherebbero come quadri di Tiziano!

Cattarinich nasceva come fotografo di cinema, diplomandosi alla Vasca Navale, la scuola tecnico- professionale istituita da Dino De Laurentiis, dove il padre lavorava da barista. Era cresciuto nell’ambiente dei cineasti, familiarizzandosi alla luce e alle pellicole fin da bambino; Mimmo era del 1937, venuto al mondo ottanta anni fa il 28 giugno nel segno del Cancro. Una intera esistenza spesa nel suo lavoro per il quale aveva una passione smodata. Magro, elegante con una certa civetteria da personaggio mondano, era il più giovane di quella schiera di professionisti, ribattezzati paparazzi da Fellini, che avevano segnato le cronache degli anni Sessanta; primo tra loro Tazio Secchiaroli, il più famoso, anche perché immortalato dallo scatto di un collega mentre è preso d’assalto da Walter Chiari. L’attore voleva spaccargli la macchina fotografica essendo stato ripreso nel momento in cui varcava la soglia dell’Hotel Excelsior al fianco della divina Ava Gardner, in quegli anni sposata con Frank Sinatra. Uno scandalo fra i tanti di Via Veneto che Federico Fellini aveva trasfigurato nella sequenza in cui il marito di Anita Ekberg (interpretato dal prestante  Lex Barker) prende a cazzotti Marcello (Mastroiani) che all’alba riaccompagna in albergo la diva. Indimenticabile la frase con cui il coniuge, risentito, accompagna in perfetto stile anglosassone il secco e potente gancio al mento: “I can understand you…” Cioè, “posso capirti”. Con una moglie così bella, più che bella, un’autentica apparizione, anzi il sogno erotico di ogni maschio in buona salute, sono rischi che si corrono.

Ecco, Mimmo era cresciuto al mestiere in quell’atmosfera inebriante e un po’ esaltata, quando Roma veniva chiamata la Hollywood sul Tevere, e colonie di attori americani si riversavano a Cinecittà per interpretare pellicole di ogni genere, inaugurate da quel cult movie che era stato “Vacanze romane”, con Gregory Peck, giornalista perdigiorno, e Audrey Hepburn adorabile giovanissima principessa in clandestina libera uscita dalla ferrea etichetta di corte.

Alla fine Cattarinich era approdato veramente sul set di Fellini come fotografo di scena, e lo aveva seguito film dopo film con devozione e ammirazione infinita, sentendosi un privilegiato a poter passare del tempo al suo fianco. Ne aveva persino assorbito qualche vezzo, anche grazie a una spontanea dote da imitatore: Mimmo rifaceva a perfezione la camminata da bullo di Petrolini, e parodiava con spirito e padronanza la voce e i gesti del grande Vittorio Gassman. Fondamentalmente viveva nel mondo del cinema come dentro la propria patria, atteggiamento pressoché inevitabile da parte di chiunque varchi la soglia magica rimanendo intrappolato dal sortilegio.

Innumerevoli e indimenticabili sono le sue immagini del Gattopardo, della Dolce Vita, di Pasolini insieme a Maria Callas nel film Medea, di Bernardo Bertolucci, di Vittorio De Sica che istruisce Alberto Sordi durante le riprese del Diluvio Universale.

Del resto Mimmo era amatissimo come fotografo di scena, sia per la sua discrezione, sia per la rara capacità di essere sempre presente senza mai intralciare il lavoro delle maestranze, e infine perché il suo tocco migliorava l’aspetto di chiunque, soprattutto delle signore, rendendole più belle e desiderabili ad ogni magico sfioramento dell’obiettivo. Tra i fotografi della sua generazione era quello che possedeva lo sguardo più glamour; “non era un rapace – avevo già scritto di lui – ma piuttosto un elegante uccello del paradiso che svolazzava lieve attorno all’oggetto del desiderio. Amava la bellezza femminile, la spogliava, la levigava, la indagava in ogni seduzione, ne rivelava la fragilità, la vulnerabilità, i trepidanti cedimenti”. Per queste sue caratteristiche era stato spesso chiamato da Hugh Hefner a realizzare servizi diventati di culto in un panorama nazionale in cui il gentil sesso esibiva ancora le grazie con oculata parsimonia.

Ho assistito, seguendolo nel lavoro, alla ‘creazione’ di una modella che veniva da Anagni, un pezzo di ragazza da lasciare senza fiato, ma che andava ancora costruita pezzo per pezzo. Era il servizio di moda di una casa di lingerie, per il quale Cattarinich aveva voluto utilizzare come sfondo le stanze lussuose e ammiccanti dell’Hotel Flora. Lo aiutava sul set, come sempre, sua moglie Alba, in un ruolo di ‘art director’ onnipresente, attentissima al maquillage, ai costumi, agli accessori, al mood e alla psicologia delle modelle che le si affidavano trepidanti. Solo alla fine subentrava Mimmo, con gli ultimi ritocchi di luce, gli ultimi accenni di postura, ponendo l’occhio al mirino e iniziando con la serie dei suoi scatti a dipingere la pelle, le labbra, i corpi languidi e ammalianti delle fortunate. Quella volta la fanciulla sarebbe diventata famosa con il nome di Manuela Arcuri.  Ma quale attrice, attricetta, diva, superdivina non era passata nel suo studio di via Lazio, a un passo da Porta Pinciana! Un meraviglioso appartamento–sala di posa-archivio in cui molti anni prima era stato consumato il delitto Bebawi, un caso  di cronaca nera che aveva per mesi riempito le pagine dei giornali. Vita, cronache e leggende si incrociavano e si fondevano sul palcoscenico di via Veneto, come se i teatri di posa di Cinecittà avessero ormai inglobato, per estensione, tutta Roma e La Dolce Vita ne fosse la perpetua rappresentazione.

Negli ultimi decenni Cattarinich aveva collaborato con Pedro Almodóvar, Robert Altman, Roberto Benigni. Aveva inanellato nel suo lavoro una collana di memorie prestigiose, e accompagnato il passaggio di testimone da un cinema leggendario – altre giovinezze, altri sogni – alla stagione presente che di quei capolavori continua insaziabilmente a nutrirsi.

Cattarinich aveva seguito Fellini anche nel suo ultimo set, la realizzazione di tre spot pubblicitari girati per un importante istituto di credito nel 1992.  Nel cast figuravano una giovanissima e radiosa Anna Falchi, l’impareggiabile Paolo Villaggio nella parte del protagonista nevrotico, il celebre e compianto Fernando Rey chiamato a interpretare uno psicanalista che possedeva tutti i gesti e le parole di Fellini. Sarà una coincidenza anche questa – del resto «non ci sono storie senza coincidenze» recita una sapiente massima cinese – ma quelle fotografie di Mimmo Cattaranich  figureranno presto in una mostra intitolata Gli Ultimi Sogni di Fellini, in apertura il prossimo ottobre nelle sale del raffinato Círculo de Bellas Artes di Madrid.

Un bell’addio, anche per Mimmo, un saluto glorioso per lui che tanto amava la Spagna.

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