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I vaccini e la supponenza medica collettiva

 
di Elisa Benzoni (giornalista)

La storia dei vaccini è una storia interessante: come quella della penicillina e del cortisone, attraversa la storia della medicina modificando il corso degli eventi, gli studi, le sperimentazioni, il senso e il percorso del progresso medico e dunque umano. Sono scoperte dalle quali non si può prescindere e che davvero modificano i percorsi evolutivi. Le coscienze sociali in questo hanno quasi sempre il medesimo comportamento. Dopo il giustificato entusiasmo iniziale, si procede alla fase critica, più o meno razionale e più o meno documentata.

Prescindendo da versioni scientifiche che noi (come la maggior parte di voi) non siamo in grado di affrontare, decidiamo di leggere gli eventi dal punto di vista culturale e sociologico.

La storia delle associazioni antivacciniste parte in Inghilterra nell’Ottocento, la terra di Edward Jenner e la terra dove nacque sia il vaccino, sia la sperimentazione, sia l’obbligatorietà vaccinale. Motivazioni che definiremo ideologico/culturali/religiose, spinsero gli inglesi a organizzare un’associazione per opporsi all’obbligatorietà della procedura. Avversione naturale a mischiare elementi di derivazione animale con la sacralità del corpo umano; avversione religiosa a modificare il corso predestinato degli eventi; avversione culturale a forzare le scelte individuali.

Nel corso degli anni la polemica antivaccino si è armata anche di motivazioni di senso che hanno di fatto condizionato, per fare un esempio, nella scelta di vaccini e procedure più sicure, anche con il miglioramento della pratica e delle cautele ad essa legate nel corso degli anni.

Ma veniamo all’obbligo, a un obbligo tutto italiano però. Perché l’obbligo c’è, ma senza mora. Quasi fosse un obbligo morale, un obbligo monco. Nel ’99, infatti, un decreto ha posto fine al legame tra iscrizione a scuola e l’avvenuta procedura, di fatto eliminando la “sanzione”. Singolare è poi la differenziazione che permaneva tra vaccini obbligatori (ma senza ammenda) e raccomandati (probabilmente un obbligo morale ma di natura inferiore?). Insomma tutto era lasciato alla buona volontà dei genitori e, in questo marasma, l’insorgenza di alcune malattie è aumentata, fatto singolare in uno Stato in cui teoricamente permaneva l’obbligatorietà. E non stiamo parlando della raccomandazione derivata, ad esempio, dalla diffusione della meningite in alcune regioni, con le relative raccomandazioni alla vaccinazione regionale. Forse qui si tratta di una raccomandazione di secondo livello. Tre livelli sotto l’obbligo?

Ora il provvedimento Lorenzin aggiunge, o meglio, rinnova sia l’obbligatorietà sia l’ammenda (oltre ad aggiungere vaccinazioni alla lista). E ha un senso visto e considerato il progressivo calo della coscienza vaccinale. Rimarrà da controllarne i risultati e la capacità di essere convincente. Ma su questo non c’è che da attendere.

Quello che rimane veramente da esaminare sono due aspetti che in questa partita giocano a nostro avviso un ruolo molto importante: la supponenza medica collettiva e la completa incapacità di fidarsi dello Stato. Sono due elementi che creano un combinato disposto a nostro avviso intollerabile.

Ognuno si sente in grado di entrare nei meccanismi tecnici farmaceutici, ognuno è in grado attraverso internet di meritare una laurea in medicina, farmacologia e immunologia (è la rete bellezza!).

In questo quadro la teoria del complotto fa la sua parte. Come negli anni Settanta le multinazionali al servizio del Grande Satana e della Cia. Così oggi il livello scende un po’ e alle multinazionali sostituiamo le farmaceutiche e al Grande Satana e alla Cia, l’interesse economico. A non cambiare è l’approccio di base, quello del complotto ordito ai nostri danni. È l’idea che, visto che qualcuno ci guadagna, qualcosa di non chiaro, anzi di deprecabile, ci deve essere. E questa non è solo una questione italiana, c’è da dirlo.

È invece una questione soprattutto italiana quella dell’atteggiamento nei confronti dell’obbligo e, dunque, nei confronti dello Stato. Non si capisce perché debba essere l’istituzione a forzare una nostra scelta: chi è costei? Cosa vuole da noi? Perché dovremmo dare credito a quello che dice?

E qui la battaglia è ancora più difficile. Perché se non si riconosce autorevolezza allo Stato, meno che mai si può riconoscerle autorità soprattutto in una scelta “personale”. Perché il vaccinarsi è considerato scelta personale, appunto. E invece è la scelta meno personale che ci sia. Fa parte di un disegno, l’immunità di gregge, che nulla ha di personale e tutto ha di collettivo. E l’obbligo ha un senso. Riconoscersi in un contesto nazionale, vuol dire anche essere obbligati a fare una scelta. Fatta sulle statistiche sì, statistiche che sono alla base della medicina e almeno questo dovrebbe essere pacifico.

Da confronti

 

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