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I fratelli Rosselli: dalla barbarie all’eternità

 

Ottant’anni dalla tragedia dei fratelli Rosselli: anti-fascisti, tra i fondatori di Giustizia e Libertà e assassinati, il 9 giugno del ’37, da alcuni miliziani della Cagoule, ossia un corpo para-militare francese in stretto contatto con gli apparati italiani del regime mussoliniano.
Carlo e Nello Rosselli rappresentano, insieme a Gramsci, Matteotti e Gobetti, gli esempi migliori della lotta, mai sopita, per la dignità umana e il rispetto dei valori democratici nonché le radici, i simboli e i punti di riferimento del patto costituzionale che ci lega.
Perché se la nostra Costituzione si fonda sui princìpi che possiamo ammirare nella prima parte, il merito è soprattutto di figure come le loro, del loro coraggio, della loro cultura e della straordinaria passione civile che li indusse a battersi contro tutti i fascismi, in ogni angolo del mondo.
“Oggi in Spagna, domani in Italia!” esclamò Carlo Rosselli dai microfoni di Radio Barcellona, mentre la Spagna, e la Catalogna in particolare, stava subendo il martirio inflittole dal generalissimo Franco, autore di un’azione golpista e di atti di barbarie a ripetizione, contro cui tutte le forze democratiche e repubblicane del mondo si opposero non solo lanciando appelli e messaggi di solidarietà ma recandosi a combattere contro la brutalità della Falange.

Carlo e Nello Rosselli, socialisti ed esuli in Francia in quanto oppositori del regime, furono ovviamente in prima fila, e quel proclama, orgoglioso ai limiti dell’audacia, è rimasto nella memoria collettiva come uno dei massimi momenti di ribellione all’odio e alla violenza insiti in tutti i totalitarismi nonché come il preludio di quella Resistenza che il presidente Ciampi considerava, a ragione, il nostro secondo Risorgimento.
Avevano come faro del proprio agire l’amore per il prossimo, come fonte d’ispirazione il pensiero di Mazzini, come ideologia quella di un socialismo liberale, rispettoso sia dei diritti individuali che di quelli nella comunità nel suo insieme, e costituivano, per questo, un raro ed encomiabile esempio di autonomia e indipendenza, accompagnandosi nel proprio percorso di crescita e di lotta a figure come Gaetano Salvemini, Italo Oxilia, Piero Calamandrei, un giovane Sandro Pertini e molti altri ancora.
Vissero per un’Italia e per un mondo migliori e caddero, a quanto pare su ordine del ministro degli Esteri Galeazzo Ciano, a Bagnoles-de-l’Orne, nella regione della Bassa Normandia, per mano dei “cagoulards” francesi, visto che, a differenza di Gramsci, nessuno era riuscito a spegnere il loro cervello né a far tacere la loro voce.

Eppure vivono ancora: nei loro scritti, nelle loro testimonianze, nell’attualità e nella validità delle loro riflessioni e in tutti noi che a quel pensiero ci ispiriamo, che di quel pensiero vogliamo essere parte e che non ci siamo rassegnati e non ci rassegneremo mai alla protervia, alla tracotanza, all’odio e all’indecenza di chi pretende di prevaricare l’uomo, i suoi diritti e la sua libertà d’azione e d’espressione.
Sulla loro tomba, oltre alla spada di fiamma, emblema di Giustizia e Libertà, c’è un epitaffio di Calamandrei che recita: “Giustizia e libertà. Per questo morirono, per questo vivono”. Il programma di una vita intera, benché breve, nemmeno quarant’anni, e, soprattutto, il senso della memoria, della speranza e dell’esempio che in essi è racchiuso e che noi abbiamo il dovere di difendere e portare avanti.

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