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Bombe italiane, guerra nello Yemen e libertà di stampa  

 

L’informazione contro l’indifferenza della coscienza. Ultimo appello a ogni singolo parlamentare della legislatura al termine, in nome della nostra comune umanità e del giusto lavoro. Invito ad una conferenza stampa condivisa il 21 giugno 2017 a Roma

Il caso è noto ai media. La società Rwm, controllata dalla tedesca Rheinmetall, con  sede legale a Ghedi (Brescia), produce ordigni bellici (bombe da aereo) nello stabilimento operante a Domusnovas, piccolo comune vicino Cagliari. La conversione alla produzione bellica da quella legata al ciclo minerario, grazie anche a fondi pubblici, è datata 2001, quando la società era controllata da capitali francesi e il direttore tecnico dell’allora Sei esponeva, in un consiglio comunale aperto, l’avvio di un «ciclo completo per la produzione di bombe di medie e grosse dimensioni, destinate al rinnovamento degli arsenali europei».

Direzione Arabia Saudita

Oggi sappiamo che quegli ordigni si dirigono verso l’Arabia Saudita, alleato di ferro degli Usa suo grande fornitore di armamenti. L’analista dell’Osservatorio Opal di Brescia, Giorgio Beretta, ha svolto accurate indagini che permettono la ricostruzione meticolosa del tragitto del carico bellico dalla Sardegna verso l’Arabia Saudita con tanto di ritrovamento dei reperti nel teatro di guerra dello Yemen dove si contano milioni di profughi e migliaia di vittime civili con azioni di bombardamento che non risparmiano scuole e ospedali. Nel piccolo e povero Paese del Golfo persico divampa ora l’emergenza sanitaria dell’epidemia di colera.

Numerosi cittadini appartenenti a diverse associazioni hanno deciso di presentare esposti alla magistratura per violazione della legge 185/90 che vieta la vendita e il transito di armi verso Paesi in guerra. Secondo ultime notizie il fascicolo relativo a queste notizie di reato è arrivato per competenza alla Procura di Roma.

Rapporto Onu e risoluzione Parlamento europeo  

Secondo il “Rapporto finale del gruppo di esperti sullo Yemen” rilasciato il 27 gennaio 2017 al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, «Il conflitto ha visto diffuse violazioni del diritto umanitario internazionale da tutte le parti in conflitto. Il gruppo di esperti ha condotto indagini dettagliate su questi fatti ed ha motivi sufficienti per affermare che la coalizione guidata dall’Arabia Saudita non ha rispettato il diritto umanitario internazionale in almeno 10 attacchi aerei che diretti su abitazioni, mercati, fabbriche e su un ospedale».

Il 25 marzo 2017 con un articolato e approfondito comunicato stampa congiunto, sei diverse espressioni della società civile (Amnesty International, Oxfam, Movimento dei Focolari, Fondazione Banca Etica, Opal Brescia, Rete Italiana per il Disarmo) con il sostegno del missionario Comboniano Alex Zanotelli hanno fatto sapere di aver scritto una lettera ufficiale al Ministro degli Esteri Angelino Alfano chiedendo lo stop all’invio dall’Italia di armi destinate al conflitto yemenita.

Il 9 maggio 2017 la Fondazione Finanza etica è intervenuta in Germania all’assemblea degli azionisti della società Rheinmetall per chiedere perché si sono esportate dall’Italia carichi di «bombe in Arabia Saudita sapendo che il Paese è coinvolto in una guerra che non ha alcuna legittimazione dal punto di vista del diritto internazionale» citando le migliaia di vittime tra i civili, milioni di profughi e ravvisando crimini di guerra con bombardamenti e raid aerei su ospedali, scuole, fabbriche e campi profughi».

Mauro Meggiolaro, intervenuto nell’assemblea per conto di Fondazione Etica, ha riportato la risposta degli amministratori della Rheinmetall che hanno rimandato al fatto che «il Governo italiano ha dato il suo assenso per far partire le armi fabbricate dal marchio tedesco verso l’Arabia Saudita, questo per l’azienda è sufficiente, nel rispetto delle leggi». E poi, riporta ancora Meggiolaro, «è stata la stessa Arabia Saudita a chiedere la partenza delle armi dall’Italia dove la Rheinmetall investirà tra i 30 e i 40 milioni di euro per ampliare la fabbrica di Domusnovas in Sardegna».

La coscienza dei parlamentari

Il governo italiano, tramite Roberta Pinotti, ministro della Difesa, e Paolo Gentiloni, quando era ministro degli esteri, ha dichiarato, alla stampa e in risposta a interrogazioni parlamentari, di agire in linea con la legalità.

Al termine convulso di questa legislatura è venuto il tempo di lanciare un appello nominale alla coscienza di ogni parlamentare, a prescindere dai timori per la riconferma della candidatura, perché si giunga a mettere fine a una contraddizione così eclatante della nostra Costituzione che viene scaricata sulle spalle dei lavoratori della fabbrica di Domusnovas.  A seconda delle fonti, l’organico produttivo oscilla tra 70 e 250 lavoratori, probabilmente in ragione dell’indotto, del lavoro di aziende terze e altre forme di flessibilità.

Esiste già una Risoluzione del Parlamento europeo del 25 febbraio 2016 sulla situazione umanitaria nello Yemen (2016/2515(RSP)) che ha invitato, senza successo finora, ad avviare «un’iniziativa finalizzata all’imposizione da parte dell’UE di un embargo sulle armi nei confronti dell’Arabia Saudita».  Perché i parlamentari italiani non seguono l’esempio di quelli europei? Come mai un fatto così devastante non riesce ad entrare nel dibattito all’interno dei partiti e movimenti politici fino ad entrare nell’agenda politica parlamentare come un urgenza da affrontare?

È evidente che le bombe di Domusnovas possono agire da detonatore di equilibri in realtà molto fragili. Mettono in mostra un fatto che non riguarda solo il Sulcis iglesiente. Il boom del fatturato di Finmeccanica – Leonardo si spiega, infatti, con la commessa dei caccia bombardieri al Kuwait, altro Paese coinvolto nella guerra yemenita.

Segno di riscatto e conversione economica

Domusnovas può essere un segnale di redenzione e cambiamento radicale per tutto il nostro Paese a cominciare dalla rinascita di un territorio cha sta subendo duramente le conseguenze della crisi economica.  Bisogna partire,infatti,dal senso di dignità e di fierezza presente sul territorio sardo che poteva anche accettare in completo silenzio questa ennesima manifestazione della “banalità del male” e, invece, ha visto esporsi pubblicamente associazioni e persone responsabili che hanno non solo protestato ma avviato un comitato intenzionato a generare un processo serio ed esigente di riconversione economica.

Restare silenziosi o indifferenti a livello nazionale, vuol dire lasciare interi territori da soli davanti al ricatto tra il poco lavoro assicurato dalle armi e il concorso al macello industriale della guerra. Esiste una diversa e possibile politica economica e industriale, un altro modo di stare al mondo.

Al mondo dell’informazione si chiede di non concorrere al silenzio o allo scandalo fine a se stesso che non muove e impegna la coscienza. Chiediamo pertanto di concorrere assieme per fare appello ad ogni parlamentare perché si impegni a fermare l’invio di armi dal nostro Paese verso l’Arabia Saudita seguendo l’esempio dei parlamentari europei. Un segno forte di riscatto della propria dignità e di quello del Paese intero.

Alle 11.30 del 21 giugno 2017 questo appello diretto ad ogni singolo parlamentare sarà formulato con una conferenza stampa presso la sala Stampa della Camera dei deputati da parte del comitato per la riconversione di Iglesias assieme ad diverse associazioni e reti nazionali.

Ad Articolo 21 e agli organi di informazione disponibili e attenti si chiede di poter condividere questo impegno di riscatto civile della nostra comune umanità.

*Carlo Cefaloni, redattore e giornalista di Città Nuova

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